Porre a confronto due diversi conflitti, deflagrati in due diverse regioni del mondo e tutt’ora in corso, con schieramenti di truppe differenti, potrebbe apparire avventato e disutile. Eppure mentre ci troviamo di fronte a due operazioni militari terresti – o “invasioni” – di ampia portata, in corso dopo almeno un ventennio dalla seconda invasione dell’Iraq; entrambe lanciate nell’arco degli ultimi 650 giorni da potenze mondiali come la Federazione Russa e lo Stato d’Israele quando ormai gli scenari di una guerra “moderna” impegnavano gli analisti a concentrarsi sui domini più distanti dalla vecchia concezione di campo di battaglia come il cyberspazio; porre sotto osservazione tattiche, accorgimenti e “contromisure” può rivelarsi esercizio utile nello studio degli eventi nella loro complessità.

Medio Oriente e Fronte Orientale

Osservando le foto dei “corridoi” utilizzati dalle Forze di difesa israeliane (Idf) per entrare nel territorio della Striscia di Gaza nella seconda fase dell’operazione Sword of Iron, appare subito evidente come il dispiegamento delle truppe israeliane si stato pianificato all’insegna della massima prudenza. E abbia conseguito in tempi ridotti, almeno sul campo di battaglia, i suoi obiettivi. Lo si comprende andando a osservare le prime fasi dell’attacco, coi corridoi che paralleli alle poche strade disponibili venivano aperti dai bulldozer corazzati Caterpillar D9 “Doobi” pesantemente modificati per implementare le capacità di sopravvivenza in ambienti ostili. Corridoi che hanno consentito ai nuovi tank Merkava Mk.4 e alla fanteria meccanizzata trasportata dai mezzi corazzati per il trasporto truppe “Namer” – Apc sviluppati sulle base dei tank Merkava Mk.2 appositamente convertiti per sostituire i vecchi M113 ritenuto “non più grado di operare in aree come la Striscia” – una via d’accesso sicura, più veloce e improvvisata – dunque non soggetta, almeno nelle fasi in corso, a sabotaggi o ad essere bersagliata da qualsiasi sistema d’arma, siano razzi e missili a corto raggio.

Un dispiegamento tattico, quello pianificato dai vertici militari israeliani, che si è dimostrato estremamente efficace nella manovra a tenaglia che ha visto inizialmente due direttrici principali consentire alla componente terrestre di “entrare” nella Striscia di Gaza per chiudere e sezionare l’area operazioni dopo una serie di raid “mirati” (operati da piccoli gruppi di forze terrestri altamente addestrati), e i pesanti bombardamenti condotti da F-15, F-16 ed F-35 che per giorni hanno bersagliato, oltre agli obiettivi di alto valore, covi, nascondigli, quartier generali, depositi di armi, munizioni e postazioni di lancio di razzi di Hamas, e l’inibizione di ogni forma di comunicazioni all’interno del territorio soggetto a quella che la stampa internazionale ha subito definito “invasione” e ora si trova nella “terza fase”: la caccia ai vertici della milizia palestinese a Khan Yunis, nel sud della Striscia. La città è stata identificata come “nascondiglio” per le stesse ammissioni dei vertici di Hamas.

Se si tiene conto del dato essenziale che Hamas, come formazione para-militare, non possiede una componente aerea (fatta eccezione, ed è il caso farla solo per menzionare i parapendio a motore impiegati nell’attacco terroristico del 7 ottobre), appare subito evidente come Israele abbia tenuto più conto delle incognite in una risposta avversaria di quanto non ne abbia prese in considerazione il Cremlino quando nel febbraio del 2022 ordinò l’inizio dell’ormai ben nota “operazione militare speciale” per entrare in forze nel territorio ucraino da quattro diverse direttive.

Allora i russi Impiegarono tank T-80 e T-72 e un ingente numero di mezzi per il trasporto truppe che spaziavano dai Btr-80 e Mt-Lb, ai più vecchi Brm-1k. Li ricordiamo nelle foto satellitari, tutti incolonnati sulle normali strade anche quando l’Aviazione ucraina, limitata nei mezzi ma non nelle capacità, poteva tranquillamente bersagliarli fin dalle prime ore di sconfinamento. Diventò chiaro, e in breve tempo, come l’efficacia dell’operazione russa fosse discutibile e quanto il prezzo da pagare in perdite umane non rappresentasse una preoccupazione “essenziale” per Mosca. Un fattore che oggi appare evidente e ha portato all’assestarsi della strategia del Cremlino.

L’offensiva militare russa, di più vasta portata e in un territorio estremamente più vasto, ma con un obiettivo preciso altrettanto preciso come la “decapitazione” dei vertici militare e governativi di Kiev, fu appoggiata da una serie di raid aerei e missilistici contro i principali obiettivi ucraini a Kiev, Kharkiv, Leopoli e l’ormai famoso aeroporto di Hostomel. Tutti lanciati con missili da crociera Kalibr, Kh-101 e Kh-105, missili balistici terrestri Iskander e vari tipi di aeromobili ad ala fissa e rotante.

Rimase evidente come l’Esercito russo non avesse condotto una guerra elettronica all’altezza della situazione e della rete di comunicazione avversaria quando decise di “invadere” l’Ucraina minimizzando l’entità delle operazioni militari. Come è stato possibile, dunque, che la seconda potenza militare nel mondo non avesse preso le stesse precauzioni impiegate dall’Idf contro un avversario che invece è stato completamente messo al buio durante l’offensiva?

Inversa corrispondenza tra potenza e tecnologia

Se da lato un esercito convenzionale come quello ucraino, appoggiato dalle potenze della Nato con un cospicuo numero di effetti in parte armati e addestrati con sistemi d’arma occidentali, in parte armati e addestrati all’impiego di armi e piattaforme russe – missili, tank, aerei ed elicotteri – è stato “attaccato” con armi definite dagli analisti occidentali “obsolete” e con tattiche inefficaci; tanto inefficaci da aver svelato – inizialmente – la presunta incapacità dei generali russi di schierare le forze e mantenere un corretto dispiegamento e collegamento al fine di condurre con successo un’operazione terrestre su vasta scala; dall’altro Israele ha risposto all’aggressione di una formazione para-militare priva di mezzi corazzati e armi pesanti come le Brigate Ezzedin al-Qassam e i miliziani jihadisti che si sono uniti ad Hamas, da sempre attivi all’interno della Striscia di Gaza, lanciando un’operazione ben coordinata su due direttive principali – dal confine nord in prossimità del varco di Erez, e dal confine est nell’aerea di Bureij – e una terza che sembra confermarsi sulla costa – oltre la Zikim beach -; avvalendosi degli asset più tecnologici di cui sono dotate le Forze di Difesa israeliane. Dagli aerei spia Gulfstream ai caccia F-35, ai tank Merkava nei loro ultimi aggiornamenti, alle motocannoniere Fac (Fast Attack Craft) della Marina israeliana come supporto e sbarramento del tratto di mare che va dalle coste egiziane a quelle israeliane – e scorta delle unità che hanno portato sull’obiettivo gli incursori dello Shayetet 13.

Prudenza e sabotaggio

Paragonare le strategie d’Israele a quelle del grande Orso russo, come anticipato in apertura, può sembrare inconsistente ad una prima analisi: potenze differenti con un numero di effettivi diverso che interagiscono con avversari diversi in un campo di battaglia di differente grandezza – l’intera Striscia di Gaza è grande appena 365 km2, il doppio del comune di Milano, l’Ucraina 603.628 km², il doppio dell’Italia – eppure la prudenza israeliana ha pianificato un’operazione per il controllo di quattro dei cinque domini – terra, mare, aria, cyber – mentre il Cremlino si è limitato a lanciare un’operazione di decapitazione ai danni di Kiev; che da piani doveva durare appena una settimane, e invece si è allargata fino a diventare una guerra convenzionale che ha superato i 650 giorni di ostilità e rischia di andare avanti per anni in assenza di negoziati.

Negoziati che sembrano essere iniziati, segretamente, dato l’impasse che sta portando l’Alleanza Atlantica a riconsiderare le sue posizioni nell’appoggio “a tutti i costi” della sovranità Ucraina che non sembra avere la reale possibilità di avanzare oltre la nuova linea difensiva innalzata dai russi. Che hanno vinto battaglie decisive e si attestano nei territori “occupati” mentre l’intelligence occidentale rivela le sue perplessità sull’efficacia delle strategie adottate dall’esercito ucraino.

La supposizione che tutto sul fronte ucraino si sia protratto a causa di un sabotaggio dei piani da parte di servizi informazioni esteri che volevano proteggere Kiev da un’aggressione impari, è ormai una certezza. Ma si è tratto di un sabotaggio “inatteso”? Se sì, questo spiegherebbe la leggerezza del Cremlino nel lanciare la fallimentare operazione terrestre diventata di fatto un’invasione. Ciò dimostrerebbe come le mosse da manuale e la prudenza siano quanto mai necessarie anche nella guerra moderna. Almeno quando si contempla l’ipotesi di interferenze esterne. Siano queste opera di Washington o di Teheran.