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La guerra in Ucraina è un conflitto che parte dal passato, si innesta sul presente e si modella sull’idea di futuro. È un conflitto profondamente geopolitico, dove la strategia militare si unisce a richiami imperiali, scontri tra superpotenze e confronti tra due blocchi, ma anche a precise e necessarie questioni di natura geopolitica e di interessi concreti.

In molti hanno riflettuto sulla possibilità che il conflitto non potesse mai avvenire. L’idea, perorata da diversi osservatori, era quella del bluff: di un Vladimir Putin in grado di mostrare per l’ultima volta la sua abilità da giocatore di poker del tavolo delle grandi potenze. E le esercitazioni sarebbero dunque rientrate in una logica di negoziato durissimo in cui i movimenti delle forze al confine dell’Ucraina altro non sarebbero state che pedine di una trattativa. Le esercitazioni militari come continuazione della politica con altri mezzi, parafrasando una celebre fase sulla guerra.

Questa convinzione nasceva non solo dalla fiducia nei confronti del Cremlino, ma anche dalle richieste scritte nero su bianco da Mosca e inviate sia alla Nato che a Washington. Il governo russo aveva chiesto delle “garanzie di sicurezza”, questi i termini utilizzati, che prevedevano una serie di affermazioni di principio sul fatto che Mosca e Occidente avrebbero dovuto trattare su un rimodellamento dell’architettura della sicurezza europea. Non più la logica cristallizzata nell’Alleanza Atlantica da una parte e nella Federazione Russa dall’altra, con la libertà dei singoli Paesi di chiedere l’adesione alla prima, ma un nuovo sistema di sfere di influenze. Un’Europa in cui la Russia esigeva uno spazio di sicurezza a scapito delle ambizioni dei vicini e fondato su quella “indivisibilità della sicurezza” citata nei documenti Osce e richiamata più volte dai delegati russi in vari consessi internazionali.

Le richieste per Stati Uniti, Nato e Unione Europea si sono ben presto rivelate irricevibili. Accogliere con favore lo spostamento dei missili, la ritirata delle truppe da alcuni Paesi del fronte orientale e la rimodulazione dell’impegno Usa in Europa in favore di uno spazio di sicurezza russa si traducevano in una resa ideologica. E per Washington, uscita vincitrice dalla fine della Guerra Fredda, non avrebbe avuto senso ripristinare le lancette dell’orologio fino ad arrivare ai primi Anni Novanta. E cioè prima dell’allargamento della Nato con le richieste di adesione dei Paesi dell’Est Europa.

La cronaca a questo punto è nota a tutti. L’escalation da controllata è diventata incontrollata. La guerra non più minacciata ma reale. Il conflitto ha investito con violenza le maggiori città dell’Ucraina devastando la vita dei civili e soprattutto riportando l’Europa a una sensazione di precarietà e di pericolo come non si vedeva dai tempi della Guerra Fredda. Putin ha riportato i carri armati russi oltre confine, in un Paese europeo seppur non formalmente né Ue né Nato. E l’Occidente si è mosso prima in ordine sparso, poi via via sempre più in modo compatto, per rispondere a un attacco che si è trasformato immediatamente in qualcosa di più di una “semplice” guerra tra Mosca e Kiev. Un conflitto in cui le cancellerie occidentali hanno capito che poteva essere una sorta di resa dei conti con il Cremlino, e lo poteva diventare non solo armando Kiev, ma anche iniziando a soffocare la Russia sia a livello diplomatico che finanziario.

La mossa di Putin di scatenare le bombe sarebbe così diventata, nella mente di esperti e politici, la causa della rovina dello stesso leader russo. Un nuovo Afghanistan, un nuovo incubo strategico. E tutto partiva dalla reazione alle forze armate russe in territorio ucraino: a quella “operazione militare speciale” annunciata in televisione dal capo del Cremlino per “denazificare” Kiev. Molti esperti ritengono che il presidente russo sia stato tratto in inganno: non si aspettava la resistenza ucraina convinto davvero del fatto che la popolazione avrebbe accolto positivamente l’arrivo delle truppe di Mosca. E questo si evincerebbe anche dall’invio di forze armate meno esperte e meno imponenti nelle prime ore del conflitto. Altri, invece, sospettano che non credesse nella preparazione delle forze ucraine. Altri ancora invece che fosse un piano: prima saggiare lo stato dell’arte, poi arrivare con i convogli più grossi e i bombardamenti più pesanti.

Di certo, chi pensava a una “guerra lampo” senza grosse perdite non aveva fatto i conti con il fatto che il blitzkrieg, così come lo abbiamo tragicamente conosciuto in Europa, è un concetto sostanzialmente inapplicabile in un attacco come quello compiuto dai russi in Ucraini.

Le operazioni aeree

Come da manuale, le operazioni di terra sono state precedute da una serie di attacchi dall’aria volti alla soppressione delle difese ucraine. Nelle prime ore del conflitto, missili da crociera e bombardamenti anche di missili balistici hanno colpito, a macchia di leopardo, aeroporti, porti, basi militari, postazioni radar fisse e mobili, postazioni di sistemi da difesa aerea, con un’evidente maggiore attenzione al settore geografico ad est del fiume Dnepr, a cui si aggiunge l’area di Kiev e l’importante porto e base navale di Odessa.

Gli attacchi hanno risparmiato la maggioranza delle infrastrutture ucraine: centrali elettriche, acquedotti, snodi ferroviari e autostradali, ponti, non sono quasi mai stati colpiti in questa prima fase delle operazioni aeree. Anche gli aeroporti militari e civili non sono stati colpiti in modo sistematico, e quelli colpiti, spesso, hanno visto risparmiata la pista di decollo.

Questa scelta risponde a un piano ben preciso: nella mente degli strateghi del Cremlino non si è voluto fare “terra bruciata” dell’Ucraina, perché Mosca accarezzava la possibilità che l’esercito e la popolazione ucraina potessero rovesciare il governo Zelensky, onde evitare di impegnarsi in un conflitto molto più incisivo con la quasi sicura possibilità di andare incontro a scontri in ambiente urbano, che rappresentano un vero incubo per chi attacca. Torneremo su questo punto più avanti. Questa possibilità, non concretizzatasi, si è potuta dedurre anche dal discorso del presidente Vladimir Putin in occasione del riconoscimento delle repubbliche separatiste del Donbass: il leader del Cremlino ha infatti posto l’accento sulla fratellanza tra russi e ucraini, oltre che sulla “anomalia” rappresentata da un’Ucraina separata dalla “Madre Russia” come conseguenza del “più grande sbaglio di Lenin”. Successivamente, Putin ha fatto direttamente appello all’esercito ucraino di ribellarsi al “nazista” Zelensky, a riconferma di quanto detto sopra.

La Russia dal primo giorno di guerra sino al momento in cui scriviamo (siamo al giorno D+6), non ha mai ottenuto la superiorità aerea se non sporadicamente e localmente. Prima di addentrarci occorre spiegare meglio l’Aerial Warfare. Esistono, da manuale, cinque “livelli” su cui si sviluppa il controllo dei cieli in un conflitto: incapability, denial, parity, superiority, supremacy. A ciascun livello ne corrisponde uno uguale ma contrario: alla supremazia aerea (supremacy) detenuta da uno dei due contendenti corrisponde l’incapacità aerea (incapability) dell’altro.

In questa prima fase del conflitto, che è ancora in corso sebbene si possa già fare un primo distinguo che vedremo a breve, le Vks (Vozdusno-Kosmiceskie Sily), le forze aerospaziali russe, il più delle volte – quindi non sempre – non hanno mai potuto operare liberamente, ovvero al riparo dalla reazione antiaerea ucraina (da terra) nonostante le forze aree di Kiev non siano quasi mai intervenute direttamente (fonti ucraine riportano di una battaglia aerea tra due MiG-29 di Kiev supportati da una batteria di S-300 e due Su-35 russi) nel contrasto ai cacciabombardieri russi (venendo però impiegate in modo sporadico nel contrasto all’avanzata terrestre come vedremo). La stessa Aeronautica Militare Ucraina non è stata completamente distrutta, e, sebbene menomata, ha potuto reagire: questo grazie alla dispersione messa in atto prima e durante le primissime ore del conflitto che le ha permesso di trovare riparo in quegli aeroporti risparmiati dagli attacchi dall’aria russi delle prime ore della guerra.

Le 24 ore a cavallo tra lunedì e martedì, hanno visto un leggero cambiamento delle operazioni aeree russe a causa delle perdite – soprattutto di velivoli ad ala rotante – subite da Manpads, artiglieria, e altri sistemi antiaerei a corto raggio mobili in possesso agli ucraini (ad esempio gli Strela-10). La maggior parte degli attacchi aerei ha infatti cominciato ad essere effettuata di notte di concerto con le operazioni terrestri, sottolineando, ancora una volta, come la Russia non abbia ottenuto la supremazia aerea e soltanto una parziale e incostante superiorità aerea.

I velivoli impiegati per lanciare missili da crociera e bombe – della famiglia RBK – sono principalmente Su-34 e Su-30SM, cacciabombardieri la cui progettazione risale alla tarda Guerra Fredda e che risentono pertanto della dottrina sovietica, che affidava a questi velivoli l’attacco al suolo da effettuare con la copertura dei caccia pesanti Su-27/35. Non si può infatti dire che i Su-34 e 30 russi siano velivoli multiruolo in senso occidentale (ad esempio come i Typhoon, i Rafale, gli F-18 o gli F-16): sebbene possano montare missili per autodifesa anche di lungo raggio come gli R-27 e gli R-77 a guida attiva, i loro piloti non vengono addestrati per la difesa aerea o per le operazioni relative all’ottenimento della superiorità aerea sul campo di battaglia al pari dei loro colleghi occidentali. Dai vettori da crociera lanciati possiamo però ipotizzare che siano stati usati velivoli più grandi (forse Tu-22M e Tu-160) probabilmente dallo spazio aereo russo: il Csis riferisce, infatti, che sono stati utilizzati missili tipo Kh-101, tra gli altri.

In generale, l’addestramento dei piloti russi nonostante la riforma delle Forze Armate voluta da Anatoly Serdyukov (la “New Look” del 2008), è ancora inferiore per numero di ore volate rispetto agli standard occidentali: nel 2018 Mosca comunicava di aver raggiunto circa 100/120 ore volo/pilota, che appare poco rispetto alla media di 200 in occidente (la Nato pone un limite di 140 ore, indicativamente, per la prontezza al combattimento di un pilota). Le operazioni militari in Siria, sebbene abbiano dato modo ai piloti russi di fare esperienza in un ambiente di combattimento grazie alla rotazione dei reparti effettuata, non hanno riguardato il combattimento aria-aria o l’attività di soppressione delle difese in un ambiente contestato, trattandosi di un’operazione di counterinsurgency e non un conflitto simmetrico come quello in Ucraina.

Le operazioni terrestri

Dopo le prime ore in cui le forze aeree russe hanno colpito le difese aeree ucraine e i principali obiettivi militari, sono cominciate le vere e proprie operazioni terrestri. La Russia, nei mesi precedenti, ha ammassato i suoi gruppi tattici composti da reparti corazzati, di fanteria meccanizzata, di artiglieria campale trainata e semovente, del genio, logistici nonché alcuni battaglioni di sistemi da difesa aerea S-400 e di missili balistici a corto raggio Iskander-M, lungo tutto il confine con l’Ucraina: dalla Crimea all’oblast di Kursk. Mosca ha potuto contare anche su truppe e mezzi presenti in Bielorussia per l’esercitazione Allied Resolve 2022: si stima che siano stati mobilitati tra i 150 e i 190mila uomini su un esercito che può contare circa 280mila effettivi.

L’attacco si è mosso su tre direttrici principali: dalla Crimea verso Nova Kachovka e lungo le due fasce costiere del Mar Nero sino alla foce dello Dnepr e del Mare d’Azov verso Melitopol, nel settore centro orientale del Paese dall’oblast di Belgorod verso Kharkiv e da quello di Kursk verso Sumy, dalla zona di Gomel, in Bielorussia, verso Kiev.

Durante la giornata di giovedì 24 una grossa operazione eliportata è stata avviata per cercare di conquistare e mettere in sicurezza, con un colpo di mano, l’aeroporto di Gostomel, a circa 35 chilometri a nordovest della capitale ucraina. Elicotteri da attacco Mil Mi-24, Mi-8 insieme a qualche Kamov Ka-52 sono piombati sullo scalo aereo scaricando truppe, che avrebbero dovuto impossessarsi della pista di atterraggio e stabilire un ragionevole perimetro di sicurezza per poter far arrivare gli aerei da trasporti Il-72 carichi di equipaggiamento più pesante da inviare in breve tempo verso la capitale, in modo da sorprendere l’esercito ucraino e costringere il governo Zelensky a una rapida resa. Questa operazione, però, è fallita per la reazione ucraina, da subito vivace: tra i 5 e i 7 elicotteri russi sono stati immediatamente colpiti e abbattuti, menomando così la capacità di fuoco russa. Nei lunghi combattimenti che ne sono seguiti, che hanno visto presenti anche le forze speciali di Kiev, è intervenuta anche l’aviazione ucraina con (almeno) un Su-24 e un MiG-29 che hanno colpito le truppe russe: il decentramento messo in atto da Kiev e il fatto che le operazioni aeree russe non abbiano colpito tutti gli aeroporti, è stato decisivo per il buon esito della reazione ucraina.

Si calcola che la Russia abbia impiegato, almeno sino a lunedì 28, circa un terzo del suo potenziale bellico mobilitato per il conflitto. Occorre anche ricordare che l’esercito russo non è composto totalmente da professionisti, ma ha un’aliquota pari al 30% di coscritti, che sono stati impiegati direttamente nell’operazione. Mosca non ha impiegato tutti i suoi reparti di punta, meglio addestrati ed equipaggiati, in più sembra che abbia dato ordine di avanzare con cautela, forse per cercare, almeno nei primi giorni, il rovesciamento del governo ucraino da parte dell’esercito e del popolo. In questa fase le operazioni su Kiev, Sumy, Kharkiv e dalla Crimea verso il Dnepr e Melitopol, hanno avuto la precedenza.

L’attacco verso Mariupol, importante città portuale sul Mare d’Azov, è stato invece bloccato dagli ucraini, che ancora oggi resistono. Per quanto possibile le forze russe hanno cercato di evitare di entrare nei grossi centri abitati, preferendo inglobarli nella loro avanzata per evitare di impantanarsi in pesanti e sanguinosi combattimenti urbani: in città, infatti, chi difende ha la superiorità tattica perché in grado di azzerare il vantaggio numerico e tecnologico del nemico con tecniche di guerriglia che sfruttano il reticolo stradale, quello fognario e i palazzi. Anche il supporto aereo risulta limitato per la difficoltà di individuare i bersagli.

L’avanzata russa è proceduta a rilento rispetto a quanto preventivato per la crescente resistenza ucraina, organizzata su reparti mobili con tattiche più simili alla guerriglia, che hanno utilizzato Atgm (Anti Tank Ground Missile) di nuova generazione forniti dall’occidente come gli NLAW e i Javelin, e anche per le difficoltà date dalla scarsa preparazione logistica, dalla preparazione insufficiente di alcuni reparti (presumibilmente anche per via dei coscritti), e dalla corruzione dei comandanti: diversi mezzi sono stati visti abbandonati perché “in panne” per guasti o addirittura per mancanza di carburante. Del resto i problemi meccanici di alcuni veicoli di origine sovietica, come i Btr-80, sono ben noti.

Le colonne russe dirette verso Sumy, oltrepassata la città, hanno quindi deviato verso occidente tra sabato 26 e domenica 27, per cercare di unirsi a quelle che, passando per l’area di esclusione di Chernobyl, hanno cercato di raggiungere la capitale. Parallelamente, data la resistenza a Mariupol, le truppe dalla Crimea hanno puntato decisamente su Melitopol, in cui sono già entrate il 26 febbraio. Unendosi ai fanti di marina sbarcati sulla costa poco distante, hanno poi decisamente puntato verso Mariupol per circondarla.

Sempre dalla Crimea, i corazzati e la fanteria meccanizzata russa hanno iniziato a puntare verso la città di Kherson, che è stata conquistata nella mattina del 2 marzo. Tra domenica 27 e lunedì 28 la Russia ha leggermente rimodulato il suo dispositivo militare facendo affluire più truppe (ad esempio i ceceni che sono stati visti di rinforzo sul fronte di Kiev) e aprendo l’avanzata a nord della repubblica separatista di Luhansk. Stimiamo che, al 2 marzo, Mosca abbia impiegato all’incirca tra il 40 e il 60 percento delle truppe disponibili, .

Nelle ore in cui stiamo scrivendo sembra che un’offensiva sia in corso dalla repubblica di Luhansk diretta verso nordovest per cercare di collegarsi alle truppe che scendono dalla direttrice di Kharkiv, che è attualmente circondata e sotto pesanti bombardamenti che durano dalla notte tra domenica e lunedì. Bombardamenti sono stati effettuati anche nella regione di Zhytomyr, e sembra che le truppe russe siano penetrate in territorio ucraino più a ovest della regione di Kiev, probabilmente per cercare di bloccare i rifornimenti diretti verso la capitale.

Quanto vi avevamo anticipato prima del conflitto in merito al possibile obiettivo di un attacco russo, si sta sempre più concretizzando nel corso del conflitto: lo scopo di Mosca è attestarsi lungo la linea del fiume Dnepr, puntare su Kiev per rovesciare il governo, chiudere il Mare d’Azov in modo da avere continuità territoriale tra la Crimea e la Federazione, e assicurarsi una fascia di sicurezza costiera lungo tutto il Mar Nero sino alla Romania.

Il fronte marittimo

Il terzo fronte, quello del Mar Nero, è stato in una prima fase meno considerato nella cronaca bellica. Il motivo di base è che qui l’Ucraina non poteva e non ha opposto quella resistenza che invece si è dimostrata più forte sulla terraferma. La Flotta del Mar Nero, elemento cardine della Marina russa, è sempre stato in vantaggio (e di gran lunga) sulla residua Marina ucraina del post-2014. E quindi è sembrato abbastanza facile per Mosca raggiungere rapidamente la supremazia navale nel Mar Nero. Impossibile dunque aspettarsi battaglie navali quando la sproporzione di forze era già evidente prima dell’inizio della campagna d’aggressione contro Kiev.

La consapevolezza dei propri mezzi non ha però evitato che l’attenzione messa in campo dalla Russia per raggiungere l’obiettivo della supremazia navale. Settimane prima dell’inizio dell’operazioni militari in Ucraina, diverse navi della Flotta del Baltico e del Pacifico avevano preso la rotta del Mar Nero per esercitazioni che poi si sono rivelate il preludio alla guerra. Sei navi d’assalto anfibio erano già arrivate in quello specchio d’acqua da diversi giorni (Minsk, Korolev, KaliningradGeorgy Pobedonosets, Olenegorsky Gornyak e Pyotr Morgunov). Alle unità di superficie, si è unito anche un sottomarino classe Kilo.

Movimenti che in ogni caso fanno capire, come scrivevamo su questa testata, l’importanza relativa del blocco delle navi militari negli Stretti turchi da parte del governo di Ankara. Di fatto la Flotta del Mar Nero, insieme a unità di quella del Baltico e di quella del Pacifico, è in pieno controllo di quello specchio d’acqua. E le navi rimaste lontane dalle proprie basi possono comunque fare rientro, almeno per il momento, in base alle clausole della Convenzione di Montreux che regola il passaggio del Bosforo.

Sebbene qualcuno avesse più volte proposto lo scenario di uno sbarco anfibio, diversi analisti avevano già smentito l’ipotesi – almeno a livello iniziale – per due ragioni: difficoltà della costa e scarsità dei mezzi a disposizione. Le unità da sbarco sono troppo poche per compiere operazioni in grado di aprire davvero un altro fronte di guerra, dal mare alla terra. E questo si è manifestato anche col fatto che, per ora, notizie più o meno confermate di sbarchi sono arrivate solo dalle spiagge vicino Mariupol e una volta giunte le forze via terra dalla Crimea. Mentre a Odessa non è avvenuto ancora niente di tutto questo. Per la città sul Mar Nero occidentale pesa poi la distanza dalla linea dell’avanzata russa, che significa appunto il distacco dagli eventuali rinforzi per lo sbarco. Le truppe sbarcate rimarrebbero in balia delle forze ucraine per diverse ore, perché la prima base per imbarcare nuove truppe, in Crimea, sarebbe distante molte miglia. Questioni fondamentali cui si aggiunge – spiegano esperti dello United States Naval Institute – la differenza di addestramento dei marines russi rispetto ad altri, ad esempio quelli americani. I primi sono formati per compiti di controllo o per operazioni dietro le linee nemiche, non per attacchi su vasta scala e assalti.

Le prime giornate di guerra si sono quindi contraddistinte per un utilizzo della flotta soprattutto in funzione di supporto. I video hanno mostrato diversi lanci di missili provenire da sud rispetto alle località più vicine alla Crimea, e lo stesso è valso per i bombardamenti a Odessa e verso Mariupol e dintorni, che hanno avuto come primo obiettivo la distruzione delle basi e dei porti e che nel tempo si sono poi estesi anche alle aree abitate, specie nella città dell’est dell’Ucraina. Dopo alcuni giorni, la chiusura del Mar d’Azov si è concretizzata in modo più netto con le informazioni anche di uno sbarco che dovrebbe essere avvenuto non lontano da Mariupol. Non si registrano invece lanci da parte delle batterie antinave ucraine, armate con gli “indigeni” Neptune. Nonostante la portata massima di circa 300 chilometri, che avrebbe quindi dovuto farli attivare specie nel Mar d’Azov, non sono ancora giunte informazioni confermate dell’uso di questi sistemi.

Un’altra operazione, avvenuta però a ovest, è stata la conquista della cosiddetta Isola dei Serpenti, Zmiinyi in ucraino. L’isola, a ridosso delle acque rumene, può sembrare irrilevante, tuttavia è uno snodo centrale per due ragioni. La prima è che da lì si può controllare il traffico mercantile verso Odessa, stando inoltre a ridosso della ZEE di Bucarest, quindi già in acque Nato. La seconda ragione risiede invece nel fatto che quell’isolotto significa anche possedere potenzialmente una base sia per un’eventuale attacco a Odessa sia per lanciatori di missili da posizionare in futuro vicino alle coste dell’Alleanza Atlantica. Scenari per ora solo ipotetitici, ma che comunque non vanno sottovalutati. Secondo l’esperto H. I. Sutton, al bombardamento dell’isola avrebbero partecipato l’incrociatore Moskva, ammiraglia della Flotta del Mar Nero, e il Vasiliy Bykov. La caduta dell’isola – su cui si è innestata immediatamente la lotta tra la notizia dei 13 eroi caduti rifiutandosi di cedere le armi e le decine che invece si sarebbero arresi secondo i russi – è stata in ogni caso per ora l’unica operazione in cui è stata coinvolta esclusivamente al flotta.

Dall’Hybrid Warfare al conflitto aperto

Il conflitto che sta avendo luogo in Ucraina è stato accuratamente preparato nel corso di mesi, ma sarebbe meglio dire anni se si guarda alla costante e meticolosa militarizzazione della penisola di Crimea, e molto probabilmente era già stato studiato nel 2008, in occasione del conflitto in Georgia. Giova ricordare che sebbene durante un conflitto armato ci possano essere operazioni rientranti nel concetto più grande di guerra ibrida (Hybrid Warfare), il conflitto in sé non può essere definito “guerra ibrida”.

L’Hybrid Warfare prevede l’uso delle risorse militari convenzionali solo come ultima ratio, e solo quando tutte le operazioni diverse da quelle paramilitari e non militari non hanno ottenuto il risultato sperato. La guerra ibrida, infatti, prevede tutta una serie di provvedimenti di carattere economico, propagandistico, sociale, cibernetico e in alcuni casi, ma non sempre, l’utilizzo di formazioni irregolari, paramilitari, o proxy per cercare di sovvertire l’ordine costituito di un altro Paese. L’Hybrid Warfare moderna si attua, possiamo dire, a 360 gradi ma le operazioni militari convenzionali, ovvero come quella a cui stiamo assistendo, sono già oltre la guerra ibrida, se pur possano vedere, come accennato, altri elementi che vi rientrano: un attacco ai sistemi informatici avversari durante il conflitto (o prima), ovvero di Cyber Warfare, è parte della Hybrid Warfare ma non è Hybrid Warfare.

La stessa considerazione vale per le operazioni di disinformazione, mascheramento, Psyop che vengono effettuate sia in tempo di pace che in guerra. Troppo facilmente si utilizza “guerra ibrida” per qualsiasi operazione messa in atto dai russi, ma come detto così non è, e gli stessi russi hanno solo personalizzato e attualizzato i concetti di Hybrid Warfare che erano già presenti da decenni.

 

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