La missione è operativa da poco più di un mese, da poco prima quindi che a Bamako i militari sfilassero per le strade rimuovendo il presidente Keita e tutto il suo governo. Ma adesso ci si interroga su quello che sarà il futuro dei vari contingenti pronti a raggiungere il nord del Mali: il riferimento è alla missione Takuba, una task force europea che ha l’obiettivo di aiutare le forze locali contro i gruppi jihadisti mai domi in questa parte del Sahel. Un’operazione volta ad affiancare quella già operativa da diversi anni, denominata Barkhane, guidata dai francesi dopo che Parigi nel 2012 ha inviato un importante contingente per sconfiggere i califfati che si erano instaurati nelle regioni settentrionali del Mali. Alla missione Takouma dovrebbe partecipare anche l’Italia: il parlamento lo scorso 16 luglio, nell’ambito del finanziamento delle missioni all’estero, ha previsto lo stanziamento dei fondi necessari per inviare 200 militari nel Paese africano. Ma dopo il golpe dei giorni scorsi alcune carte sul tavolo potrebbero rovesciarsi.

Cos’è la missione Takuba

Quanto sta accadendo da diversi anni a questa parte nel Mali preoccupa e non poco: qui il terrorismo, a dispetto della folta presenza internazionale, continua a prendere piede e a non indietreggiare. Per questo, nell’ambito della missione Onu avviata nel 2013, è stata messa in piedi una missione, voluta soprattutto da Parigi, con diversi uomini pronti a essere inviati da almeno sei governi: oltre alla Francia, dovrebbero essere della partita anche Italia, Belgio, Repubblica Ceca, Svezia ed Estonia. I primi ad arrivare sono stati proprio gli estoni, con almeno cento uomini, assieme ai francesi già presenti. Ad ottobre dovrebbe essere la volta degli uomini inviati da Praga, l’inizio del prossimo anno dovrebbe invece vedere l’arrivo dei soldati svedesi. Nel frattempo, Italia e Belgio hanno dato il via libera ai propri rispettivi contingenti che dovrebbero aggiungersi a quelli già presenti tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021. Obiettivo della missione è in primo luogo il supporto alle forze locali e quindi l’addestramento dell’esercito maliano per renderlo più reattivo contro la minaccia jihadista.

Qui i gruppi più pericolosi sono quelli collegati ad Aqim, acronimo di Al Qaeda nel Magreb Islamico, ma stanno prendendo piede anche le fazioni islamiste vicine all’Isis, con la milizia dello Stato Islamico del Grande Sahara che appare ben ramificata e pronta a compiere attacchi contro civili e militari. A testimonianza del radicamento territoriale dei gruppi terroristi nel Mali, vi è anche l’uccisione operata dalle forze francesi a giugno di Abdelmalek Droukdel, considerato tra i leader più importanti di Aqim. In questo territorio impervio, dai confini porosi e dal difficile controllo da parte delle forze locali e internazionali, le fazioni jihadiste fanno sempre più paura anche perché è proprio da qui che il fenomeno terroristico ha poi preso piede in tutti i Paesi confinanti e in particolar modo in quelli del cosiddetto “G5” del Sahel.

I possibili problemi dopo il golpe nel Mali

Ecco perché quindi è stata posta in essere la nuova missione Takuba, il cui nome in lingua tuareg vuol dire “spada”. Il problema però è adesso capire cosa ne sarà l’operazione dopo il colpo di Stato contro l’oramai ex presidente Keita. In primis perché non si sa bene chi si andrà ad addestrare e con chi si avranno rapporti militari e istituzionali. L’esercito maliano è uscito profondamente lacerato dopo l’azione portata avanti dai generali golpisti: al suo interno c’è chi ha appoggiato la deposizione dell’uscente classe dirigente, ma c’è chi pure si è mostrato prudente davanti alla prospettiva di un colpo di Stato o chi addirittura ancora ha promesso fedeltà a Keita. E questo non solo per semplici divergenze di vedute. Al contrario, all’interno dell’esercito c’è chi è in stretto contatto con la Turchia, che secondo diverse fonti diplomatiche ha sponsorizzato il golpe, mentre dall’altro lato alcuni generali sono rimasti molto vicini alla Francia. L’attuale giunta militare al potere ha promesso a più riprese il mantenimento degli impegni internazionali, dunque anche quelli presi in relazione alla missione Takuba. Ma il serio rischio è che i vari contingenti stranieri, compreso quello italiano, una volta giunti nel Paese africano parlino con un esercito frazionato e con generali non più del tutto disposti a prendere lezioni da truppe provenienti dall’estero.

Non solo: occorre anche valutare la reazione della popolazione locale. Non solo nel Mali, ma anche nel Niger, altra nazione in cui sono stanziati diversi soldati stranieri tra cui anche 290 italiani, sta crescendo nell’opinione pubblica il risentimento contro la presenza militare di altri Paesi. Ad aizzare le proteste anti governative a Bamako e in altre città maliane, esplose soprattutto a giugno e propedeutiche in parte al colpo di Stato dei giorni scorsi, è stato l’imam Mahmoud Dicko il quale a più riprese si è espresso in modo non proprio favorevole all’arrivo di nuove truppe straniere. Tanto a Bamako quanto nel nord del Mali, un certo risentimento contro contingenti esteri appare sempre più in crescita: in particolare, sono diversi i movimenti in cui la presenza straniera viene presentata come un tentativo di occupazione e non come un aiuto contro la jihad. I responsabili politici e militari della missione Takuba dovranno in qualche modo prendere atto anche di questa situazione.

Bocche cucite dalla Difesa

Alla luce degli ultimi sviluppi quindi, non sono pochi coloro che stanno iniziando a chiedersi se sia o meno opportuno mandare nostri soldati nel Mali. La situazione è radicalmente mutata rispetto a poche settimane fa, il quadro potrebbe peggiorare prima ancora che migliorare. In un simile contesto, le incognite sulla sicurezza non sono poche. Per il momento però fonti della Difesa hanno sottolineato quella che al momento è l’unica verità oggettiva. E cioè che il 16 luglio scorso il parlamento ha dato il via libera alla missione e che dal governo non sono arrivate indicazioni diverse in tal senso. Difficile quindi dire se a livello politico e militare siano state o meno avviate discussioni e riflessioni dopo il golpe, anche perché la questione non abbraccia solo l’Italia ma anche gli altri Paesi che hanno dato la propria adesione alla missione Takuba.

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