Ringalluzzito dal rallentamento dell’armata russa e da una sfilata del 9 maggio a Mosca più dimessa del solito, Volodymyr Zelensky si trova nondimeno ad affrontare nuove grane in materia di corruzione. Le ultime rivelazioni sulla sua cerchia, emerse da una serie di registrazioni trapelate nell’ultima settimana, stanno delineando un quadro piuttosto inquietante sulla gestione dei fondi destinati alla difesa. I dettagli si concentrano su Fire Point, una delle più prestigiose società militari ucraine, e sull’esistenza di un gruppo organizzato con regole molto ferree per la distribuzione di mazzette.
L’anno scorso Fire Point ha goduto di una copertura mediatica formidabile sulla stampa occidentale. Testate come Politico e il New York Times hanno dedicato grandi spazi allo sviluppo del Flamingo, un nuovo missile a lungo raggio dipinto di rosa e gestito da un management interamente femminile. Secondo i resoconti ufficiali, il Flamingo sarebbe stato in grado di colpire obiettivi a tremila chilometri di distanza con una testata di oltre mille chili. I dati reali raccontano però una storia diversa, e finora gli analisti militari ucraini hanno registrato solo un paio di dozzine di lanci, nonostante l’azienda dichiari una produzione giornaliera di due o tre unità. Di questi lanci, solo sei hanno raggiunto l’area dell’obiettivo e appena due lo hanno effettivamente colpito. Nonostante questo tasso di successo estremamente basso, il responsabile ufficiale della compagnia, Denis Shtilerman, continua a promettere che i missili minacceranno Mosca entro la metà del 2026.
I dubbi sulla natura di Fire Point erano emersi già nel 2025, quando alcuni giornalisti avevano notato come un’azienda nata dal nulla nel 2023 avesse ottenuto quasi un terzo dell’intero budget statale destinato ai droni. Nel 2024, su un miliardo di dollari spesi per i droni a lungo raggio, trecentoventi milioni sono finiti nelle casse di Fire Point. A sollevare perplessità è anche il curriculum dei dirigenti: l’amministratrice delegata, Iryna Terekh, proveniva dal settore delle organizzazioni non governative e si occupava di installazioni in cemento, con un fatturato annuo precedente di appena 70.000 dollari. Il proprietario formale, Yehor Skalyha, arrivava invece dall’industria cinematografica, dove aveva lavorato con Andrey Yermak, il potente vicepresidente de facto dal 2020 al 2025 che proprio in queste ore è indagato ufficialmente dall’autorità anticorruzione ucraina, con sostegno statunitense, per aver preso tangenti e riciclaggio.
La questione sta diventando delicata per i partner europei, che proprio in questo momento godono di un’Ungheria non più ostile agli aiuti verso l’Ucraina, aiuti europei, non ungheresi, s’intende. Fire Point ha confermato la partecipazione a un accordo da cinque miliardi di euro con il governo tedesco nel maggio 2025. Nello stesso anno, il fatturato dell’azienda è passato da quattro milioni a oltre cento milioni di dollari. Il problema è che gli organismi anticorruzione ucraini, sostenuti dall’Unione Europea, temono che ci siano stati numeri gonfiati ad arte sui costi della componentistica e sul numero reale di droni consegnati. C’è poi un problema di strategia militare: l’azienda si concentra su droni a lungo raggio per colpire obiettivi spettacolari in profondità nel territorio russo, ideali per la propaganda, ma meno efficaci per le necessità immediate del fronte, che ha bisogno di droni economici per paralizzare la logistica nemica. Fire Point ha venduto solo duemila droni in tutto il 2024 a un prezzo di cinquantacinquemila dollari l’uno. Per capirci: la Russia ha schierato nello stesso periodo migliaia di droni ogni giorno con costi unitari inferiori ai mille dollari. Grazie anche all’import dall’alleato iraniano.
Al centro del sistema grigio ci sarebbe Timur Mindich, vecchio amico di Zelensky e Yermak, che non ha mai ricoperto incarichi governativi ufficiali. Mindich è fuggito in Israele nel novembre 2025 a seguito di accuse di corruzione. In un’intervista rilasciata nel 2026 dalle spiagge di Tel Aviv, ha negato ogni coinvolgimento in Fire Point, definendo le accuse come miti costruiti e pettegolezzi che danneggiano un’azienda patriottica. Le registrazioni pubblicate questa settimana sembrano però smentire queste dichiarazioni. In una conversazione del luglio 2025 con l’allora ministro della Difesa Rustem Umerov, i due si definiscono fratelli e il ministro appare assecondare le richieste di Mindich per aumentare i finanziamenti e seguire le sue istruzioni sulla scelta del personale e sulle trattative internazionali. I documenti suggeriscono che Mindich, pur essendo formalmente un privato cittadino, gestisse di fatto i flussi finanziari e le strategie di una delle più importanti realtà dell’industria bellica ucraina.
Mai come adesso, Zelensky dovrà confermare di essere un teflon don, un boss impermeabile a ogni scandalo, per convincere l’Europa che per lui la partita è tutt’altro che chiusa.