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Fine dell’anno, tempo di bilanci per il nuovo governo e anche per il dicastero della Difesa, attualmente presieduto dal ministro Lorenzo Guerini. Il nuovo occupante di palazzo Baracchini sembra aver raccolto in toto l’indirizzo, espresso nel Documento Programmatico Pluriennale per la Difesa (Dpp), di colei che lo ha preceduto, definendo però con maggiore chiarezza la volontà del governo su alcuni temi caldi.

Su tutti spicca la decisione del governo di procedere nel programma F-35, che ci vede partner nella sua costruzione, segnando un distacco rispetto all’atteggiamento tentennante che ebbe Elisabetta Trenta in merito, se pure con alcune ambiguità di fondo, come vedremo.

La prosecuzione del programma F-35

In dettaglio, tra il 18 ed il 19 novembre scorso, il Parlamento è stato chiamato ad esprimersi sulla questione per rispondere ad una mozione, presentata l’11 dello stesso mese, dell’onorevole Paolo Ferrari (Lega). Il testo, condiviso anche da Forza Italia, chiedeva al governo di “esprimere un univoco orientamento alla conferma della commessa concernente l’acquisto dei caccia nei numeri e con la tempistica già accordati” e a definire in tempi rapidi gli acquisti del velivolo programmati per il prossimo triennio oltre che “esplorare la possibilità di allargare ulteriormente gli ambiti di cooperazione in campo aerospaziale e della Difesa tra le aziende leader italiane e i colossi americani del settore”.

Anche Fratelli d’Italia, nella persona di Giorgia Meloni, si è posta nel solco tracciato dalla Lega: è stato chiesto infatti di “rispettare senza ulteriori indugi gli impegni internazionali assunti in ordine alla realizzazione completa del programma Jsf (Joint Strike Fighter)” sollecitando nel contempo il governo a rafforzare la cooperazione internazionale con gli Stati Uniti nel campo aerospaziale, della cyber sicurezza e della digitalizzazione operativa.

Alle mozioni presentate dalle opposizioni si è contrapposta la linea governativa, rappresentata da Pd, M5S e LeU. Il documento poi approvato dal Parlamento è stato infatti quest’ultimo e, come detto, non è privo di ambiguità se pur rappresenti un passo avanti rispetto agli indirizzi del governo precedente, in particolare della Trenta.

Si legge infatti che il governo si impegna “a valutare le future fasi del programma (F-35 n.d.r.) del quale l’Italia è parte tenendo conto dei mutamenti del contesto geopolitico, delle nuove tecnologie che si stanno affacciando, dei costi che si profilano, degli impegni internazionali assunti dall’Italia, della tutela dell’industria italiana del comparto Difesa e dell’occupazione al fine dell’accrescimento del know how nazionale, dell’accesso alla tecnologia straniere e delle risorse disponibili” e contestualmente le forze di maggioranza hanno richiesto di “valutare, attraverso le unità già in forze presso i reparti operativi, la piena rispondenza dei velivoli ai requisiti tecnici, operativi e di sicurezza delle Forze Armate”. La parte più significativa, e quella che forse più ricalca le mozioni dell’opposizione, è però quella che fa riferimento alla Faco di Cameri (No), dove è sita la linea di produzione italiana degli F-35.

Leggiamo infatti che si deve “continuare nella valorizzazione degli investimenti già effettuati nella Faco e della sua competitività quale polo produttivo e logistico internazionale allargando ulteriormente gli ambiti di cooperazione internazionale nel campo aerospaziale e della Difesa al fine di massimizzare i ritorni economici, occupazionali e tecnologici”.

Si tratta quindi, sostanzialmente, di un indirizzo cautelare ma che comunque ha espresso la volontà di proseguire nel programma Jsf, come del resto ha confermato anche il titolare del dicastero alla Difesa Lorenzo Guerini nel corso della prosecuzione dell’audizione quando ha parlato di “fase 2” del programma di acquisizione del caccia.

Guerini fa il bilancio della Difesa

Il 28 novembre, quindi quasi 10 giorni dopo l’audizione parlamentare, il ministro Guerini ha tirato le somme della sua, ancora breve, gestione della Difesa.

Il ministro ha esaminato alcuni temi fondamentali indicando gli indirizzi che saranno intrapresi dal governo che per una volta sono stati espressi senza mezzi termini.

La riforma “Di Paola”, sulla riduzione degli effettivi nelle Forze Armate che dovrà portare la consistenza numerica a 150mila uomini (più 20mila civili) entro il 2024, sarà invece fatta slittare di anno in anno anche a causa del mutato quadro geopolitico internazionale. Il ministro ha anche apertamente detto che il famoso obiettivo del 2% del Pil per la Difesa, concordato con gli altri Paesi membri della Nato, non sarà raggiunto nel 2024 (e forse non lo sarà mai): attualmente l’Italia investe complessivamente l’1,22% del Pil e per arrivare al 2% occorrerebbero altri 12/13 miliardi di euro l’anno. Impossibile. L’Italia però, secondo Guerini, si sta muovendo, lentamente, verso un incremento degli investimenti che potrebbe portarci progressivamente ad attestarci alla media degli altri Stati europei, calcolata al 1,58%.

A tal proposito il ministro è tornato a parlare della necessità di dotarsi di uno strumento legislativo che definisca programmi e costi nel medio periodo, ovvero una sorta di nuova “legge sessennale” che garantisca gli investimenti per la Difesa, avendo bene in mente che la necessità prioritaria, per il nostro Paese, è quella di mantenere in efficienza lo strumento militare proseguendo nel contempo con l’attività di ammodernamento delle FFAA. A questo proposito Guerini ha sottolineato ulteriormente che la partecipazione dell’Italia al programma F-35 risulta fondamentale, pertanto l’Italia non prevede di rimodularla o ridefinirla, almeno non nell’immediato: se le commesse della “fase 2” saranno garantite la Faco di Cameri potrebbe infatti fare un vero e proprio salto di qualità che la renderebbe complementare (e insostituibile) allo stabilimento americano di Fort Worth.

Risulta interessante anche analizzare le parole del ministro in merito alle aree di interesse nazionale, in quanto è proprio qui che si nota la continuità con gli indirizzi dell’amministrazione precedente. L’Italia, riferisce Guerini, segue con vivo interesse quanto sta accadendo nello Stretto di Hormuz e valuta il possibile intervento in una eventuale missione internazionale. In questo senso è stato sottolineato come l’iniziativa britannica non abbia avuto seguito e come invece l’Italia dimostri vivo interesse per la possibile nuova iniziativa francese, che però è ancora in fase di pianificazione.

La Francia sembra essere il partner preferito da questa amministrazione (e non ce ne stupiamo visto chi occupa l’Eliseo e vista l’area in questione) anche per la questione del Sahel. La stabilità di quella regione, e dell’Africa sub-sahariana, è prioritaria per l’Italia nell’ottica del controllo dei flussi migratori (esattamente come detto nel Dpp 2019). Pertanto la strategia per la sicurezza della regione in esame non può prescindere dal considerare il ruolo che ha Parigi. La convergenza con oltralpe è stata evidenziata anche a proposito dell’intesa tra Fincantieri e Naval Group, che costituirebbe un’opportunità per Roma e Parigi di poter diventare leader europei e mondiale nel settore delle costruzioni navali e nell’integrazione dell’industria della Difesa europea, ovviamente – aggiungiamo noi – se l’Italia saprà gestire le intemperanze nazionaliste francesi (che si sono già viste con la questione Stx) e soprattutto se saprà far valere e tutelare le proprie risorse industriali per non avere un ruolo subalterno, rischio sempre altissimo quando si tratta di trattare con Parigi di questi tempi.

C’è stato spazio per molto altro, tra cui la prosecuzione della missione Strade Sicure e Unifil II, ma ci sono ancora tre passaggi che riteniamo cruciali dato il particolare quadro strategico.

Il primo è l’apertura del governo ad una possibile missione internazionale in Siria che affianchi le truppe russe e turche che attualmente sono intervenute per stabilire una fascia di sicurezza nel nord del Paese. Ovviamente l’Italia si muoverebbe solo ed esclusivamente dietro mandato Onu.

Il secondo è la questione turco-cipriota con le sue possibili ricadute su quanto sta accadendo in questo ore in Libia: il governo, nel quadro della sicurezza del Mediterraneo Orientale (quindi finalmente si torna ad avere una visione “talassocratica”) non può permettere che non venga rispettato il diritto internazionale e pertanto, anche per tutelare i propri interessi strategici (non solo energetici), e in accordo con Eni, sta monitorando costantemente l’attività di esplorazione nell’offshore cipriota anche con l’invio periodico di unità navali per “mostrare la bandiera”.

Il terzo è la possibile razionalizzazione delle missioni militari all’estero che quindi vedrebbe una decurtazione di quelle minori considerate non più fondamentali e indispensabili per la sicurezza o la strategia nazionale. Una vera e propria novità che risponde sicuramente anche alla necessità di gestire meglio le risorse (umane e di mezzi) già pesantemente provate dalle missioni più importanti (come l’Afghanistan o Strade Sicure).

Il fattore G

Concludiamo dedicando spazio anche a due fattori che cambieranno non poco la postura della Difesa italiana. Il primo squisitamente interno – ma con importanti riflessi internazionali – riguardante l’approvazione del decreto legge “fiscale” che rafforza il sostengo, definito G2G (Government to Government), alle imprese nazionali esportatrici di materiali d’armamento. Si tratta di un importante passo avanti che consente alla Difesa, quindi allo Stato, di condurre anche attività di tipo contrattuale in merito all’acquisizione da parte di Paesi esteri di sistemi d’arma di produzione nazionale e che finalmente porta l’Italia sullo stesso livello di altri importanti Paesi del mondo.

Il secondo riguarda il problema già ampiamente dibattuto della tecnologia 5G. Guerini si è espresso a favore delle conclusioni del documento del Copasir che invita a “prendere seriamente in considerazione” il bando delle aziende cinesi dalla costruzione della rete di ultima generazione. Una presa di posizione importante, che si somma alle posizioni strettamente filoatlantiche del sottosegretario Riccardo Fraccaro, e che rappresenta una netta inversione di rotta rispetto al precedente esecutivo, ma soprattutto causerà non pochi malumori alla Farnesina, e ai pentastellati, che sono diventati sempre più sponsor attivi delle iniziative cinesi in Italia.

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