Si chiama Bridge of Friendship, ed è una esercitazione navale tra Russia ed Egitto che si tiene sin dal 2015, ma la novità di quest’anno è che la manovre militari si effettueranno, per la prima volta, nel Mar Nero.
La prima edizione di Bridge of Friendship, il “ponte dell’amicizia”, risale a cinque anni fa quando furono le unità russe a entrare nel Mediterraneo: tra il 6 e il 14 giugno di quell’anno l’incrociatore missilistico Moskva (della classe Slava per la Nato) insieme all’hovercraft Samum, allla nave da sbarco Alexander Shabalin e alla petroliera Ivan Bubnov insieme a un rimorchiatore d’altura si erano unite alle fregate egiziane Taba (classe Perry) e Domyat (classe Knox), alla nave cisterna Shalatin e a due unità missilistiche veloci minori, mentre nei cieli una coppia di F-16 hanno accompagnato le manovre.
In quell’occasione lo scenario dell’esercitazione comprendeva compiti di protezione delle rotte marittime contro diversi tipi di minacce, oltre al dispiegamento di forze per l’organizzazione delle comunicazioni e il rifornimento in mare, nonché la ricerca di navi sospette. Gli obiettivi erano il rafforzamento e lo sviluppo della cooperazione militare tra la Marina dell’Egitto e la Marina Russa a favore della sicurezza e della stabilità sui mari, lo scambio di esperienze tra il personale delle flotte, la pianificazione e il coordinamento di sforzi congiunti per reagire alle sfide moderne nelle aree di crisi marittime.
Боевые корабли ВМС Египта в проливе Дарданеллы.
Они примут участие в первых в истории двух стран совместных учениях с кораблями Черноморского флота ВМФ России "Мост дружбы – 2020". pic.twitter.com/bTmLQN4CD3— Марфа Васильевна (@o5_mv) November 15, 2020
Quest’anno le navi egiziane che hanno passato i Dardanelli dirette verso il porto russo di Novorossijsk sono la fregata Alexandria (classe Perry), il pattugliatore missilistico Ezzat (classe Ambassador IV) e la corvetta El Fateh (classe Gowind).
La delegazione egiziana fa capo al contrammiraglio Mahmoud Adel Mahmoud Faizi, che ha il ruolo di capo delle operazioni della Marina Egiziana.
L’esercitazione era stata ampiamente annunciata sin dal mese scorso, ed il suo scopo principale
è quello di elaborare tattiche congiunte tra due gruppi di navi con il supporto dell’aviazione, per proteggere le rotte marittime da varie minacce. Secondo i piani, le forze saranno dispiegate per organizzare le comunicazioni e il rifornimento in mare e verranno elaborate azioni sulle operazioni di ispezione contro navi sospette, sulla falsa riga di quanto avvenuto cinque anni fa.
Inoltre è previsto che le unità navali effettueranno lanci di missili e fuoco di artiglieria, sempre in considerazione delle azioni di difesa delle vie di comunicazione marittime.
Lo scopo delle manovre navali, che si terranno tra il 17 ed il 24 novembre, è rafforzare e sviluppare la cooperazione militare tra la Marina Egiziana e quella russa per quanto riguarda la sicurezza dei mari, nonché scambiare esperienze tra il personale delle due flotte.
L’esercitazione Bridge of Friendship 2020 dimostra i buoni legami di Mosca con il Cairo anche in campo militare. L’Egitto, infatti, è un cliente della Russia per quanto riguarda gli armamenti, oltre che esserlo dell’Occidente ed in particolare degli Stati Uniti: sappiamo infatti che tra le due nazioni vige un accordo del valore di 2 miliardi di dollari per l’acquisto di 24 Sukhoi Su-35. La Russia sta tornando a intessere stretti legami con l’Egitto: Mosca e Il Cairo si vedono su posizioni affini per quanto riguarda la questione libica, con il regime di al-Sisi che sostiene la causa di Tobruk proprio come il Cremlino, che accarezza la possibilità di avere una seconda base nel Mediterraneo proprio in Libia. L’invito per la flotta egiziana nelle acque territoriali russe più che una mossa per cercare di limitare l’influenza statunitense sul Cairo è un avvertimento per Ankara.
Gli Stati Uniti, in questo particolare momento storico, sono molto legati all’Egitto e non solo dal punto di vista militare (le forze aeree egiziane parlano inglese dopo decenni di russo), ma anche da quello diplomatico: il Dipartimento di Stato si è apertamente schierato dalla parte egiziana nella diatriba per le dighe in Etiopia, con l’intento di limitare l’attività e danneggiare le imprese cinesi che le stanno costruendo e finanziando.
La Turchia, quindi, è il vero destinatario del messaggio dato dalla presenza di navi egiziane nel Mar Nero: Ankara è sul fronte opposto in Libia, come ben sappiamo, grazie al suo sostegno palese al governo di Tripoli, ed è anche sul fronte opposto (sebbene in questo caso la linea di demarcazione sia molto più sfumata) nella questione caucasica del Nagorno Karabakh, che ha visto recentemente una soluzione che ha certificato la sconfitta delle istanze dell’Armenia, che ha dovuto cedere all’Azerbaigian una buona fetta del territorio conteso.
Il Cremlino sta dicendo al premier Recep Tayyip Erdogan che la sua politica tesa ad aumentare la sfera di influenza turca nell’area del Mediterraneo e in Medio Oriente deve fare i conti con Mosca per tutta una serie di motivi, tra cui quello delle possibili infiltrazioni dell’Islam radicale nelle rivendicazioni nazionaliste panturche che potrebbero coinvolgere altre regioni del Caucaso e dell’Asia Centrale che fanno parte del “giardino di casa” di Mosca. La Russia teme, infatti, un effetto domino che potrebbe portare a nuovi scenari di instabilità che potrebbero degenerare in una nuova Cecenia che indebolirebbero ulteriormente una situazione interna non proprio rosea, alle prese con la svalutazione del rublo, l’altalena dei prezzi degli idrocarburi, l’emergenza pandemica e le sanzioni internazionali.
Non secondaria è la crisi che contrappone la Turchia alla Grecia, che nonostante sia un Paese occidentale facente parte della Nato, ha sempre avuto un legame particolare con la Russia, tanto che il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha avuto parole in favore di Atene quando ha affermato che ciascun Paese ha il diritto di estendere le proprie acque territoriali solo sino a 12 miglia nautiche dalla costa facendo riferimento alla necessità, per Ankara, di rispettare la convenzione dell’Onu del 1982 sul diritto del mare. Quindi Mosca vuole dimostrare che, sul mare, la Russia ha ancora molto da dire in merito alla questione sulla sovranità e sul diritto alla libertà di navigazione.