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Il recente conflitto nel Nagorno-Karabakh che ha visto contrapporsi Armenia e Azerbaigian (quest’ultimo supportato dalla Turchia e dalle armi di Israele), può essere d’esempio su come condurre e vincere conflitti a bassa intensità, ed in particolare può fornire un’importante lezione per quei Paesi che si trovano a dover affrontare forze armate numericamente superiori guidate da tattiche convenzionali.

La nostra analisi prende le mosse da un recente articolo apparso su The Diplomat, che fa riferimento a Taiwan, ma ne amplieremo lo spettro e lo adatteremo in senso generale.

La vittoria azera è giunta, con la presa delle alture circostanti la cittadina di Shusa, dopo settimane di combattimenti in cui, sostanzialmente, l’esercito armeno si è trovato sempre sulla difensiva, e sfruttando principalmente assetti “a basso costo”: nella fattispecie i droni, o Uas (Unmanned Aircraft Systems).

Proprio il loro utilizzo massiccio e con tattiche diverse, alcune delle quali inaspettate almeno da parte armena, è stato una delle chiavi di volta della vittoria di Baku. La superiorità aerea con mezzi convenzionali – cacciabombardieri – non è stata quasi mai in discussione: attacchi di caccia si sono visti di rado con entrambi i Paesi che hanno ritenuto di non mettere in gioco le proprie, esigue, forze aeree.

Gli azeri hanno invece usato droni kamikaze, Uas medi da attacco con munizioni guidate e Uas da ricognizione di concerto con l’artiglieria, con effetti devastanti. L’Azerbaigian, infatti, in questo settore aveva una superiorità schiacciante: negli arsenali azeri erano presenti infatti 85 droni israeliani Orbiter 2M, Iai Heron e Searcher 2, Aerostar, Elbit Hermes 450 e 900. Sono stati utilizzati anche un gran un numero (imprecisato) di Uav turchi Bayraktar TB2. L’Armenia, invece, aveva a disposizione poco più 15 esemplari (anche se alcune fonti riportano 40) di locali Krunk, Baze e X-55.

Contro un avversario trincerato, come l’esercito armeno, gli attacchi di droni hanno sortito l’effetto di decimare i posti di comando fissi, i centri logistici e le aree di concentrazione delle forze, indebolendo gravemente le difese armene. I rinforzi, dati da mezzi da combattimento pesanti, hanno ricevuto lo stesso trattamento, forse anche peggiore. Colti allo scoperto, per via delle prevedibili direttrici di avanzamento, gli Mbt armeni sono stati letteralmente spazzati via: si calcola che ne siano andati persi circa 240 tra distrutti o catturati. La distruzione delle forze corazzate e meccanizzate armene è stata cruciale per consentire alle unità speciali azerbaigiane leggere, col supporto dell’artiglieria, di catturare i punti strategici del Nagorno-Karabakh, come Shusa, ponendo quindi l’Armenia nelle condizioni di dover accettare una pace imposta (dalla Russia e dalla Turchia) che ne ha sancito la sconfitta.

Questa è forse la lezione più importante appresa da quel conflitto: davanti a un avversario che utilizza tattiche convenzionali, anche se numericamente superiore, i droni diventano una risorsa spendibile e altamente efficace per colpire senza il timore di perdere assetti più costosi, e vite umane.

La seconda lezione è intimamente legata alla prima, riguardando, ancora una volta, l’utilizzo di velivoli pilotati da remoto. L’Azerbaigian ha massicciamente utilizzato vecchi velivoli Antonov An-2 (Colt in codice Nato) pilotati a distanza come “esche” per attivare le difese aeree avversarie che venivano successivamente bersagliate da artiglieria, altri piccoli droni armati, o kamikaze, mettendole fuori combattimento. Questa tattica di “inganno” è stata particolarmente efficace, e, ancora una volta, a costo bassissimo: se non si ha a disposizione un gran numero di velivoli obsoleti, come potrebbero essere vecchi cacciabombardieri, si potrebbe sempre ricorrere a droni di medie dimensioni, oppure di piccole dimensioni ma dotati di amplificatori di risposta radar, per ottenere lo stesso risultato.

Un’altra importantissima lezione, che si può evincere da quanto sin qui detto, è quella di non combattere una battaglia come il nemico si aspetta che venga combattuta. Una lezione vecchissima, già espressa dalla filosofia di Sun Tzu, ma che è sempre attuale.

Per gli armeni, il non aver messo in pratica questo assunto, si è rivelato fatale. Sebbene prima dello scoppio della guerra si fosse capito che la tattica di difesa statica, “di trincea”, era precisamente ciò contro cui gli azeri erano preparati a combattere, il lento tasso di cambiamento dottrinale ha fatto sì che l’Armenia si ritrovasse con una marea di volontari addestrati dai veterani del conflitto del 1994, vinto da Erevan proprio con tattiche di guerra statica, che si può definire d’attrito in stile sovietico. I soldati armeni hanno dovuto quindi affrontare uno scenario completamente nuovo, dove, come abbiamo già detto, proprio i “trinceramenti” venivano attaccati – ed eliminati – da un nemico che colpiva inesorabilmente e senza la possibilità di contrattaccare, vedendo quindi, oltretutto, il proprio morale fortemente minato da questa, per loro nuova, tattica di combattimento. Diventa essenziale quindi la flessibilità non solo dell’intera architettura di una Forza Armata, che deve dotarsi di strumenti adeguati a tutti i possibili scenari, compresi quelli “a bassa intensità”, ma anche un impianto dottrinario dei quadri “flessibile” che quindi possa andare a modificare l’addestramento delle truppe.

L’ultima lezione attiene al campo della guerra ibrida, quell’Hybrid Warfare che è diventata il leitmotiv dei confronti (armati e non) moderni. Armenia e Azerbaigian si sono affrontati duramente anche nel campo della propaganda, ma Baku ha saputo utilizzarla meglio. L’Azerbaigian è riuscito infatti a capitalizzare efficacemente gli sforzi in questo senso riuscendo a coinvolgere l’opinione pubblica, non solo locale, e soprattutto mostrando agli altri Stati coinvolti diplomaticamente nel conflitto i suoi progressi militari, veri o presunti che fossero. I video – alcuni anche di pregevole fattura, fattore che denota una particolare attenzione al tema – mostrati dal Ministero della Difesa azero che mostravano gli attacchi di droni a postazioni armene, o la distruzione di intere colonne corazzate, hanno sicuramente avuto un ruolo non secondario nella decisione di Mosca di porre termine al conflitto rapidamente determinando così condizioni di pace particolarmente pesanti per l’Armenia.

In buona sostanza la guerra nel Nagorno-Karabakh, benché si avvii a restare uno dei tanti “conflitti congelati” sorti nell’area della vecchia sfera di influenza sovietica, ha dimostrato come uno scontro “a bassa intensità” si possa condurre efficacemente con armamenti “a basso costo” nel contesto, ormai onnipresente, della guerra ibrida. Una lezione da tenere ben presente per il futuro e non solo per contesti geografici lontani dalla vecchia Europa.

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