Nomen omen, ovvero il nome è presagio del destino, così dicevano e in questo credevano i savi di Roma antica. Saggezza antidiluviana che ha trovato e trova continuamente conferma nella realtà delle relazioni internazionali, dagli uomini che le plasmano ai paesi che le popolano.
L’Ucraina potrebbe essere la prova dell’esistenza di benedizioni e maledizioni nate nel momento del battesimo di una persona o di un suolo. Perché Ucraina significa “terra” nell’ucraino contemporaneo e significava “al confine” nell’antica lingua slava orientale. Ucraina, terra di confine. E terra di confine, punto di intersezione di una costellazione di civiltà e imperi, lo è da quando l’Uomo ha memoria.
Ucraina, terra di confine la cui condanna è essere il crocevia in cui si incontrano e scontrano le brame imperiali di genti che reclamano una qualche potestà su di essa. I russi che in essa vedono la Rus’ di Kiev. Gli ungheresi con lo sguardo su Ungvár. Gli israeliani affezionati al mito khazaro. I polacchi ancorati al ricordo della Repubblica delle due nazioni. I turchi con la memoria della Piccola Tataria. E gli statunitensi per via della loro partita a scacchi in Eurasia.
Il mondo è in Ucraina, la terra di confine, perché qui è dove, oggi come ieri, si toccano violentemente le strade di piccoli, medi e grandi imperi. Fato promanante dalla geografia, oltre che dalla geofilosofia, che spiega origini e ragioni del suo essere diventata la principale trincea della grande guerra per l’alterazione del sistema internazionale – il superamento dell’unipolarismo. Trincea lungo la quale, all’ombra della prima guerra tra NATO e Russia, vanno combattendosi anche cinesi e taiwanesi.
L’Ucraina è la guerra di Taiwan
Molto si è scritto delle piccole guerre che sono scoppiate sullo sfondo della grande guerra, come quelle tra ceceni e tra iraniani e israeliani, ma meno, anzi quasi nulla, si può reperire per quanto riguarda l’allargamento del conflitto sino-taiwanese all’Ucraina.
Taiwan e Ucraina ufficialmente non si parlano, perché l’ultima aderisce alla politica dell’una sola Cina, ma la guerra ha (in parte) cambiato le cose. Perché l’imperativo strategico di resistere al possibile inglobamento nella Cina continentale in un prossimo futuro, sommato alla volontà di inviare segnali di posizionamento a Washington, ha spronato Taipei a derogare ai propri principi, inviando armi e combattenti (volontari) a Kiev.
I taiwanesi sono stati tra i primi a rispondere alla chiamata alle armi internazionale lanciata dalla presidenza Zelenskij agli albori dell’invasione. Almeno dieci avrebbero (r)accolto l’appello nei primi tre mesi di guerra, arruolandosi nella Legione internazionale di difesa territoriale dell’Ucraina per, a loro dire, un dovere morale: la difesa del Mondo libero e dei suoi valori. Scelta che uno di loro, l’ex militare Tseng Sheng-kuang, ha pagato con la vita a inizio novembre.
Le autorità taiwanesi non hanno fatto nulla per scoraggiare le partenze al fronte, che, probabilmente, sono state molte di più delle dieci filtrate alla stampa – giacché in guerra i numeri si utilizzano per propaganda e inganno. Intuibile il motivo del tacito assenso: disporre di reduci di guerra, con esperienza sul campo, che abbiano fatto pratica con armi occidentali (e taiwanesi) e avuto a che fare con una grande potenza. Esperienza determinante nel contesto dei preparativi di quella strategia difensiva e controffensiva che, un giorno, la “provincia ribelle” dell’Impero celeste potrebbe essere chiamata a trasporre in realtà.
Osservare, partecipare, prendere appunti
Russi contro ucraini. Ceceni contro ceceni. Latinoamericani contro latinoamericani. Euroccidentali contro euroccidentali. E cinesi contro taiwanesi. L’Ucraina verrà ricordata come il grande fratricidio del XXI secolo, una sorta di guerra civile spagnola al cubo nella quale è possibile intravedere presagi sul prossimo futuro.
Partecipare. Taipei ha partecipato alla guerra in Ucraina in qualità di cobelligerante alla luce dell’invio di armi – all’incirca ottocento droni Revolver 860 nel mese di agosto – e combattenti volontari, profittando dell’occasione per tessere nuovi legami – come evidenziato dai contatti tra taiwanesi e georgiani – e per rafforzare quelli esistenti – in particolare con Kiev e Varsavia –, sullo sfondo dell’adesione alla guerra economica totale a Mosca, le cui industrie sono state private di un lungo elenco di prodotti altamente tecnologici – più di 50.
Partecipare e attendere la ricompensa. Kiev ha mostrato gratitudine a Taipei, presso la quale ha mandato una delegazione diplomatica nel mese di ottobre e potrebbe ponderare l’apertura di un ufficio di rappresentanza – possibili segnali dal futuro. E non è da escludere che, a guerra finita, reduci ucraini possano recarsi a Taiwan – o viceversa – per condividere competenze e conoscenze maturate sul campo.
Osservare e prendere appunti. I volontari che torneranno in patria a guerra finita potranno spiegare a chi di dovere come si conduce un conflitto semi-simmetrico di logoramento, spalmato tra città e tunnel, mentre lo stato-isola va annotando tutto quel che serve, da entrambi gli schieramenti, senza perdere tempo nella messa in pratica: dal maggiore focus sull’autodifesa per mezzo della forza civile e sull’immagazzinamento di scorte belliche al perfezionamento delle capacità di guerra ibrida.
Osservare e prendere appunti; lo sta facendo anche Pechino. Per imparare da Mosca cosa fare e cosa no durante la cattura di un territorio e la nazionalizzazione dei suoi abitanti. Per provare a capire da Kiev come è che potrebbero combattere i taiwanesi – e come i loro alleati potrebbero supportarli. E per prevenire anziché curare, giacché quanto sta accadendo in Russia – attacchi in profondità, sabotaggi e risveglio dei separatismi contestualmente alla guerra – è suscettibile di ripetersi in Cina – siccome la presenza di uiguri al fronte è stata segnalata e da un abile avversario, quali sono gli Stati Uniti, è lecito attendersi la carta del focolaio.
L’Ucraina è dove si sta scrivendo un capitolo delle guerre sino-taiwanesi ed è dove i popoli del Regno di mezzo, inclusi gli inquieti uiguri – speranzosi di ricominciare la loro battaglia, col beneplacito, chissà, degli Stati Uniti che nel 2020 hanno depennato il Movimento islamico del Turkestan dall’albo delle organizzazioni terroristiche –, stanno preparandosi al redde rationem. Se e quando ci sarà.

