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I volti di Moahammad, Hassan e Said scompaiono nella folla che riempie l’aeroporto di Kabul. Le loro storie si perdono, mischiandosi a quelle di tanti altri. C’è chi ce l’ha fatta e ora si trova all’interno del gate, con un aereo che lo aspetta; e c’è chi, invece, inizia a capire che non c’è più speranza. Che non c’è più un posto libero con scritto il suo nome. Game over. Anche se questo non è mai stato un gioco, nonostante le molte corse, fatte con il cuore in gola, verso l’aeroporto.

Tra quelli che restano c’è la famiglia di C.. Lui e lei, innamorati come pazzi, e due bambini di sette e due anni. Il più piccolo ha rischiato di morire schiacciato, calpestato dalla mandria impazzita che, a ondate regolari, assaltava Abbey Gate, il punto dell’aeroporto di Kabul che rappresenta il ponte per il nostro Paese. Quando il bimbo è scomparso, anche se solo per un attimo, suo padre ha capito che era arrivato il momento di dire basta. Quel posto era ormai troppo pericoloso per loro quattro. Nel fiume che li separava da un aereo per l’Italia, con metà gambe immerse nell’acqua, avevano passato cinque lunghi giorni. Dal 20 agosto, il giorno in cui la Difesa li aveva chiamati, fino alla giornata di ieri. Poi, dopo aver visto che rischio aveva corso il loro figlio più piccolo, se ne sono andati. La speranza aveva ceduto il passo alla paura. Bisognava uscire, salvare la vita. Almeno per un momento. Poi chissà. Ora chiedono che qualcuno li aiuti a raggiungere l’aeroporto, funestato oggi da due bombe che non hanno fatto solamente 40 morti e oltre 120 feriti, ma che, molto probabilmente, hanno accelerato la fuga dei Paesi occidentali dall’Afghanistan. “Gli americani non devono morire in una guerra che a Kabul non combattono”, ha detto il presidente Joe Biden. Così sarà, non è stato. Sarebbero infatti oltre 10 i marines morti nell’attentato che ha insanguinato Kabul.

A rimanere non sono solo i ritardatari, quelli che si sono mossi per ultimi e che sono arrivati in aeroporto da pochi giorni. C’è anche chi è troppo lontano per mettersi in viaggio su strade ormai pericolose. Per un anno, N. ha lavorato con gli italiani nel distretto di Shindand, nella provincia di Herat. Mesi intensi, in cui ne ha viste di tutti i colori. “Se rimango qui mi troveranno. Ho molta paura”, racconta. Che fare dunque? La strada per Kabul è lunga e la percezione è quella che gli eserciti occidentali non rimarranno a lungo. “So che avete poco tempo, l’aeroporto  per me è irraggiungibile”. N. si dà così alla macchia, lontano da tutti. Ma con la certezza di aver il fiato sul collo.

S., invece, non ha mai potuto sperare in un volo. Ha cinque figli, di cui uno malato di leucemia. Ha ottenuto il visto da diversi Paesi, ma i talebani non gli hanno mai fatto oltrepassare i checkpoint: “Mi hanno preso a schiaffi, terrorizzando i miei figli. A loro non importa nulla dei documenti che avevo con me”. Così ha fatto marcia indietro, si è rifugiato in un posto sicuro e non è più tornato all’aeroporto. Ma suo figlio necessita di cure e non è detto che ora potrà averle.

L’attentato di oggi ha stravolto gli animi degli afghani, già tormentati da oltre dieci giorni di incertezze. Il senso di abbandono s’impossessa di chi non riesce ad avvicinarsi al gate: “Non posso più aspettare”, sbotta A., “ho provato a salvare la mia vita e andare all’Abbey gate per raggiungere l’Italia e vivere una vita sicura e migliore. Ma ora mi sento in pericolo, sento su di me la morte e il disonore. Per questo torno indietro”. Subito però viene bloccato da M.: “Per parlare così devi essere pazzo. Non sai come si stanno comportando gli italiani e non sai che l’esercito italiano sta facendo il possibile per portare i suoi alleati afghani all’interno dell’aeroporto. Io l’ho visto con i miei occhi”.

Ma sono le bombe di oggi a cancellare quel poco di speranza che ancora albergava nel cuore degli afghani. “Hanno ferito un mio amico e mio fratello minore”, scrive E., mentre manda la foto di un uomo in un letto di ospedale, coperto solamente da un lenzuolo e attaccato all’ossigeno. Tutto sembra ormai finito. Due bombe, probabilmente dell’Isis, hanno messo fine all’evacuazione dei civili afghani. “Non sappiamo più cosa fare? Rimaniamo qui o torniamo nei nostri villaggi”, si chiedono. E nessuno, ora, sa dare una risposta.