Gli attacchi aerei contro lo Yemen “fermeranno gli Houti? No. Continueranno? Sì”. Così Biden interpellato sulla missione militare nel Mar Rosso. Dichiarazioni “sorprendenti”, scrive Daniel DePetris su Newsweek, “se non altro perché Biden ha ammesso che i raid non stanno producendo l’effetto desiderato. Ci si domanda perché l’amministrazione ritiene che sia saggio perseverare in una politica che si sta rivelando inefficace e potrebbe addirittura innescare quell’escalation regionale che sembra voler prevenire”.
“Biden non lo ha spiegato. Ma è comunque un atto d’accusa nei confronti della politica estera americana in generale e un ottimo esempio di come i politici statunitensi siano spesso guidati da impulsi emotivi invece che da calcoli a sangue freddo”.
È evidente, continua DePetris, che “gli attacchi statunitensi non riescono a ottenere nulla oltre l’aspetto tattico”. Peraltro, ricorda che, dopo i primi raid dell’11 gennaio (i più massivi), “Biden ha dichiarato che avrebbero degradato e scoraggiato ulteriori attacchi”: non è andata così.
Gli Houti “non hanno dimostrato nessuna volontà di cambiare la loro politica. I raid statunitensi non stanno fallendo solo come strategia di deterrenza, ma anche come strategia di coercizione, cioè nel costringere l’altra parte a influenzare il suo processo decisionale per forzarlo a un accordo”.
DePetris ricorda che gli Houti hanno iniziato ad attaccare la navi dirette verso i porti israeliani per far pressione su Israele affinché consenta l’accesso degli aiuti ai palestinesi di Gaza (e la fine della guerra, specifica decisiva non sottolineata nell’articolo). Tale determinazione “non è cambiata di una virgola”. Anzi, come sottolinea l’ISPI, la causa palestinese ha unito ciò che prima era diviso, compattando attorno agli Houti le fazioni yemenite che in precedenza gli erano ostili.
Non solo, “anche l’idea che gli attacchi statunitensi potrebbero eliminare o compromettere seriamente la capacità degli Houthi di infliggere danni è problematica”. Infatti, “per quanto capace sia la comunità dell’intelligence statunitense, non ha un quadro completo di dove gli Houthi immagazzinino e producano l’equipaggiamento militare”. E anche l’idea di chiudere i canali segreti attraverso i quali gli Houti si approvvigionano non è affatto realistica, secondo DePetris, infatti, chiuso un canale, ne apriranno altri.
“In parole povere”, chiosa DePetris, “la politica statunitense contro gli Houthi è la definizione stessa della follia: fare sempre la stessa cosa e aspettarsi un risultato diverso“. L’unico modo per porre fine agli attacchi e riaprire la via di navigazione del Mar Rosso, conclude il cronista, è quella di usare “le risorse diplomatiche necessarie per porre fine alla guerra a Gaza il prima possibile”.
Interessante, sulla crisi yemenita, anche l’articolo di James Russel pubblicato su Responsible Statecraft dal titolo: “La guerra delle bombe, un feticcio americano e un flagello globale”. Secondo Russel, la strategia dispiegata in Yemen ricorda quella usata per contrastare il terrorismo internazionale.
Come quella, infatti, anche questa è “una guerra senza nessuna cronologia apparente, dove l’applicazione della forza ha parametri di riferimento indefiniti, circostanza che suggerisce che potremmo lanciare bombe e missili indefinitamente o fino a quando le munizioni non saranno esaurite, senza nessuno scopo strategico”.
“Non abbiamo imparato nulla dalle nostre follie degli ultimi 25 anni, nel corso dei quali ci siamo dimostrati incapaci di connettere con chiarezza fini, modi e mezzi nel momento decidere quando e in quali circostanze usare la forza?” (sul punto, illuminante un articolo, sempre di Responsibile Statecraft, dal titolo: “Il terrorismo in Africa è aumentato del 100.000% durante la ‘guerra al terrorismo’”, che riferisce i risultati di uno studio dettagliato dell’Africa Center for Strategic Studies, un istituto di ricerca del Pentagono).
“Per quegli stati che possono permetterselo […]”, prosegue Russel “le bombe sono diventate la via preferenziale per controllare il sistema internazionale. Eppure, è difficile ricordare qualcuno di questi attacchi che abbia avuto un impatto positivo e duraturo una volta svaporati i titoli e filmati [sui media]. Ma, stranamente, questi strumenti di guerra conservano una forte presa sul governo e sull’immaginazione collettiva, come se si trattasse di mettere in atto un’azione ‘decisiva’ che, curiosamente, dimostrerebbe forza, impegno e risolutezza”.
“La realtà è che la guerra d’attacco – caratterizzata da attacchi a lungo raggio con aerei e missili – raramente ha raggiunto i risultati politici e strategici pubblicizzati. Eppure rimane una pericolosa chimera, una sorta di droga, per un paese che, come gli Stati Uniti, è alla disperata ricerca di un modo facile ed economico per mantenere l’influenza, il controllo e il primato globale in un mondo caotico. Come tutte le droghe, la scarica [adrenalinica] iniziale è fantastica, ma la dipendenza a lungo termine è, alla fine, molto più che distruttiva, nonché pericolosa e difficile (se non impossibile) da eliminare”.
Anche Russel indica come unica via di uscita alla crisi quella di porre fine alla guerra di Gaza, “invece di restare invischiati in un allargamento del conflitto senza che si intraveda un obiettivo strategico. Circondati dalle macerie provocate in tutto il mondo da raid che risalgono a oltre mezzo secolo fa, si potrebbe pensare che sia giunto il momento di entrare in un centro di riabilitazione per affrontare la nostra dipendenza, ma quest’ultima ondata di raid dice che la nostra abitudine rimane più forte che mai”.
Senza esito per quanto riguarda la navigabilità del Mar Rosso, semmai peggiorata dal fuoco incrociato, la missione Usa ha però ottenuto un risultato che i falchi di Washington festeggiano come successo: ha impedito che l’Arabia Saudita, in guerra con gli Houti dal 2014, finalizzassero un accordo di pace ormai a portata di mano con i loro antagonisti.
Sarebbe stato un passo ulteriore nella via della distensione tra sauditi e iraniani (alleati degli Houti) che i falchi in questione, ossessionati dall’idea di bombardare Teheran, hanno così sabotato. Esito più che nefasto: va ricordato che la guerra tra la coalizione a guida saudita (supervisionata dagli Usa) e gli Houti ha mietuto 377mila vite, tra morti dirette e indirette, e causato la morte o la mutilazione di 10mila bambini. Nuova guerra, stavolta contro Usa e alleati d’Occidente, altre morti per la martoriata popolazione.
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