Il territorio controllato dai curdi in Siria oggi non corrisponde a quello tradizionalmente a maggioranza curda prima dell’inizio della guerra. I curdi siriani, all’interno della mappa di un “ideale” Kurdistan indipendente, occupano la parte occidentale (Rojava, in curdo) di questo ipotetico Stato. Ecco perché, quando nel 2012 il governo del presidente di Bashar Al Assad deve iniziare a fronteggiare la guerra che inizia ad imperversare in gran parte del Paese, i curdi provano ad autogestirsi e lo fanno dando vita ad un proprio governo della regione Rojava. Essa abbraccia grossomodo la parte nordorientale del Paese, estendendosi su due province: Aleppo ed Al Hasakah. Nella prima è compresa l’enclave del cantone di Afrin (occupato dai turchi nel 2018 con l’operazione Ramoscello d’Ulivo), oltre che la zona di Kobane, nella seconda risiede la maggior parte dei curdi in Siria.

Questa premessa è doverosa per capire cosa sta accadendo in queste ore lungo il confine turco-siriano. Erdogan, come si sa, ha avviato da mercoledì un’operazione contro i curdi delle milizie Ypg, da lui associate al Pkk considerato in Turchia come organizzazione terroristica. Il presidente turco dunque vuole una fascia di sicurezza che si estenda dalla provincia di Aleppo fino al confine con l’Iraq. Ed è qui forse che Ankara può trovare le maggiori insidie: nelle mappe successive alla sconfitta dell’Isis, il Kurdistan siriano viene infatti identificato con l’intero territorio ad est dell’Eufrate. In realtà, in questa zona della Siria la componente araba costituisce complessivamente la maggioranza, ma le milizie Ypg confluite nel 2015 nelle Sdf hanno conquistato il territorio durante le avanzate anti Isis. Avanzate favorite dall’intervento Usa, con Washington che qui ha piazzato gran parte delle proprie basi in Siria.

I possibili punti deboli dell’operazione di Erdogan

Da Ankara non hanno fatto altro che tracciare, sulle mappe, una linea lungo il confine che inglobi una fascia di 10 km all’interno del territorio siriano controllato dalle Sdf. In questa zona Erdogan vuole piazzare non solo suoi militari e miliziani da lui finanziati, ma anche nuovi villaggi e cittadine in cui far confluire almeno uno dei tre milioni dei profughi siriani ospitati in Turchia. Il presidente turco vuole quindi creare una zona cuscinetto a maggioranza arabo – sunnita, in modo da dividere le province a maggioranza curde del suo paese da quelle della Siria. Erdogan però dovrà fare i conti con la storia di questi territori: per lui un’operazione del genere sarebbe molto più semplice nelle province di Raqqa o Deir Ezzor, in gran parte in mano alle Sdf ma a maggioranza araba.

L'avanzata turca nel nord della Siria (Alberto Bellotto)
L’avanzata turca nel nord della Siria (Alberto Bellotto)

La sua fascia creata con una linea sulla cartina geografica, impatta invece con zone storicamente curde. In qualche modo, Erdogan vorrebbe occupare il “vero” Kurdistan siriano. E, in particolare, due cantoni dove l’appartenenza alla minoranza curda è da sempre molto sentita: KobaneQamishli. Entrambe le cittadine sono pienamente all’interno della fascia che vorrebbe creare il presidente turco. Ma è proprio da queste parti che storicamente ha sede lo “zoccolo duro” della comunità curda siriana. Cosa accadrà dunque nel momento in cui soldati turchi e milizie al soldo di Erdogan entreranno in questi territori?

Un episodio che può diventare emblematico: lo scontro di Qamishli del 2004

In queste ore viene in mente un episodio che, prima dello scoppio della guerra, ha rappresentato forse il periodo di maggiore tensione dell’era di Bashar Al Assad. Era il marzo del 2004, da circa un anno era nel vicino Iraq era caduto Saddam Hussein a seguito dell’intervento americano: a Qamishli, storicamente la città di riferimento dei curdi siriani, andava in scena un match di campionato tra la locale squadra e quella di Deir Ezzor. I tifosi ospiti sono arrivati allo stadio sventolando bandiere irachene e soprattutto issando gigantografie di Saddam Hussein. Si è trattato di uno scherno mal digerito dal pubblico di casa, con evidente riferimento a quello che fino a pochi mesi prima era il nemico numero uno dei curdi iracheni e non solo. Ne è nata una rissa che, dalle gradinate dello stadio, si è ben presto trasferita sulle strade di Qamishli. Dalle risse tra le tifoserie, si è passati poi alle proteste di piazza: per quattro giorni l’intero cantone, assieme alle altre città curde a maggioranza siriana, sono rimaste in balia di scontri e tafferugli. Assad ha anche dovuto usare l’esercito per placare gli animi.

Si dice che le Ypg siano nate proprio in reazione a questo episodio. Di certo, emerge come da queste parti i curdi siano talmente radicati da reagire anche a provocazioni lanciate durante partite di calcio. Cosa potrebbe accadere, è la domanda di molti, non appena soldati turchi proveranno a mettere piede a Qamishli? Accetteranno mai i curdi di questa città, così come di quella Kobane che nel 2014 ha inferto la prima sconfitta all’Isis, di essere inglobati in territori che la Turchia vorrebbe a maggioranza arabo – sunnita? A queste domande al momento è difficile rispondere. Forse non è un caso che i primi ingressi in Siria da parte di turchi ed alleati sia avvenuto, in queste ore, in zona lontane da Qamishli e Kobane. Ma c’è chi, anche da Damasco, inizia a credere che Erdogan da quelle parti ben presto potrebbe iniziare ad avere problemi.

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