Arrestare Benjamin Netanyahu se mettesse piede in Italia? Antonio Tajani lo esclude, dicendo che per lui “è tutto molto chiaro, ci sono delle immunità e le immunità vanno rispettate”. Il ministro degli Esteri ha parlato ieri ai margini di un evento ospitato dall’Ambasciata italiana presso la Santa Sede, commentando sornione le dichiarazioni del Times of Israel che aveva anticipato la possibilità di un salvacondotto del nostro Paese per il primo ministro israeliano, ricercato internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte Penale Internazionale, qualora si recasse in visita in Italia.
Tajani fa riferimento a presunte “immunità” richiamando nel discorso quelle che saranno concesse a Netanyahu se volesse recarsi in Polonia il 27 gennaio per commemorare l’80esimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau da parte dell’Armata Rossa sovietica. Ma le parole del titolare della Farnesina rischiano di porre un grave pregiudizio all’azione globale del Paese: fino a che punto possiamo dirci paladini del diritto internazionale e credere a un ordine globale basato su regole quando diamo, per primi, l’interpretazione che queste norme valgano applicate per i nemici (leggasi: Vladimir Putin) e interpretate per gli amici (come Netanyahu)?
“La posizione italiana è figlia di un accordo raggiunto a novembre al G7 di Fiuggi, presieduto dall’Italia e ispirato dalla Francia di Macron, con l’intento di mantenere Israele al tavolo delle trattative per Gaza”, spiega Notizie Geopolitiche, sottolineando che l’ispirazione per la mossa viene dagli Usa, ferrei alleati di Israele. “L’accordo”, si spiega, “non è altro che la replica di una vecchia prassi americana: ignorare le giurisdizioni internazionali quando non fa comodo. E così anche l’Italia si allinea a Usa, Russia e Israele, Stati che non hanno mai ratificato lo Statuto della Corte, facendo finta di dimenticare di averlo invece firmato e ratificato”. Un trattato che, ironia della sorte, si chiama Statuto di Roma.
Del resto, non è una novità. L’Italia si adegua a un trend internazionale guidato dagli Usa. Si leggano le diverse interpretazione del ruolo della Cpi date dall’amministrazione Usa di Joe Biden nel momento dell’incriminazione di Vladimir Putin da parte della stessa (18 marzo 2023) e nel contesto della medesima procedura per Netanyahu (21 novembre 2024). Avremo di fronte un classico esempio di doppio standard nella lettura diritto internazionale: euforia nel primo caso, minacce e sanzioni nel secondo. Come se, nonostante il cessate il fuoco in negoziazione, non sia doveroso indagare sulle conseguenze della guerra di Netanyahu a Gaza, con annessi crimini commessi dalle forze armate israeliane.
Viene da sorridere pensando a leader politici che in patria sono pronti a saltare sulla sedia al primo avviso di garanzia dato a un loro compagno di partito ma fuori sono pronti a considerare un dettaglio degno di impunità l’accusa di aver promosso un vero e proprio massacro criminale. Ma questa è l’ipocrisia del mondo d’oggi. E forse è anche per questo che l’ordine che hanno in mente i Paesi del blocco euroatlantico viene messo in discussione ovunque.