Non piace a molti Marines la strategia per le guerre del futuro decisa dal Pentagono e approvata dagli stessi vertici del Corpo dei fanti di marina. “La Cina in termini di capacità militari è la minaccia che avanza. Se non facciamo niente verremo superati” dichiarava nel 2020 l’allora numero 1 dei “colli di cuoio” David H. Berger anticipando quanto contenuto nel “Force Design 2030”, un piano che a suon di tagli di carri armati, cacciabombardieri e armamenti intende preparare i Marines ad un “conflitto diffuso” contro Pechino che si svolgerebbe in gran parte su isole e atolli dell’Asia e dell’Oceania. Eppure, il dibattito sulla nuova dottrina tra i ranghi del prestigioso Corpo è più acceso che mai. 

A sparare il primo colpo è stato l’ex generale oggi in pensione George Smith il quale nell’aprile del 2022 quando era a capo della Prima Marine Expeditionary Force, un’unità composta da circa 50mila militari, ha redatto un rapporto riservato in cui ha ventilato la possibilità che i tagli predisposti – si stima un risparmio totale di 16 miliardi di dollari che verrà reinvestito in armamenti più “leggeri” – possano determinare un “deterioramento della coesione” della task force. La preoccupazione di fondo è che l’accento posto su un Corpo militare più snello in vista di uno scontro nell’Oceano Pacifico possa trasformarsi in una vulnerabilità in caso di crisi in contesti differenti. Non è un caso che le riserve alla nuova strategia americana siano state presentate al comandante Berger in un meeting a porte chiuse nel quartier generale di Quantico poche settimane dopo lo scoppio del conflitto in Ucraina.  

Anche se l’incontro non ha provocato un cambio di programmi, gli attacchi di Hamas del 7 ottobre contro Israele e i rischi di un allargamento del conflitto in Medio Oriente continuano ad alimentare le perplessità di molti Marines. D’altra parte, migliaia di fanti di marina sono stati inviati nella regione del Golfo nell’estate del 2023 a bordo delle Uss Carter Hall e Uss Bataan per dissuadere l’Iran dal compiere manovre contro i mercantili nei pressi dello Stretto di Hormuz. Abc news ha rivelato inoltre che in Bahrain alcuni militari avrebbero ricevuto l’addestramento per essere posizionati anche a bordo delle navi commerciali. La presenza dei Marines nell’area è stata poi confermata anche con lo scoppio della guerra tra Israele e il movimento islamista e sta giocando un ruolo chiave nel mantenere una funzione di deterrenza nei confronti di Teheran e degli Houthi in Yemen. 

“Come altri Marines in pensione, sostengo alcuni degli sforzi di modernizzazione del Corpo e l’attenzione alla minaccia nel Pacifico ma sono anche preoccupato per ciò che essa comporta per la sua capacità di reazione a livello globale” afferma l’ex ufficiale Sam Mundy il quale aggiunge che “le ultime crisi in Medio Oriente evidenziano i rischi di un’iperottimizzazione”. Concordano con Mundy anche gli ex numeri uno dei “colli di cuoio” Joe Dunford e Anthony Zinni e il senatore repubblicano ed ex colonnello Dan Sullivan secondo il quale “trasformeremo i fanti di marina in una forza di nicchia”. Per ora i vertici militari tirano dritto ma anche tra chi appoggia la nuova strategia nasce qualche dubbio. “Forse non ci stiamo muovendo abbastanza velocemente” per affrontare il pericolo cinese sostiene il deputato democratico Seth Moulton. Gli interrogativi insomma rimangono ma solo la prossima crisi potrà fornire delle risposte.