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Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin hanno avuto il tanto atteso colloquio telefonico, il decimo dall’inizio dell’anno, dopo due settimane di tensioni in seguito alla scadenza dell’accordo sul grano. Nel frattempo è accaduto un po’ di tutto: gli attacchi ucraini sul territorio russo, il golpe in Niger, l’Africa in fermento. Il panorama geopolitico all’interno del quale Erdogan, Putin e lo stesso Zelensky si trovano ad operare sta mutando di giorno in giorno.

Le parole di Erdogan per Putin

All’interno del colloquio telefonico che i due leader hanno intrattenuto le novità eclatanti restano poche, ma il semplice fatto che sia avvenuto è una prova della debolezza del Cremlino, malcelata sotto una coltre di “disponibilità” al dialogo, almeno con l’omologo turco che ora rischia di trasformarsi in nuovo nemico. Il presidente turco ha invitato Putin a evitare un’escalation in Ucraina, dopo che Mosca ha colpito strutture vitali per le spedizioni di grano nel sud del Paese, compreso un porto sul Danubio. Nella conversazione c’è stata tanta dichiarazione di disponibilità da parte di Erdogan, che ha ribadito che “non dovrebbero essere prese misure che possano intensificare le tensioni nella guerra Russia-Ucraina” sottolineando il significato dell’intesa mediata anche dall’Onu, definendola un “ponte per la pace”. In base a quanto reso noto da Ankara, durante la telefonata, Erdogan ha ribadito l’importanza di mantenere in vita un dialogo tra Russia e Ucraina ed evitare azioni che possono favorire una escalation della tensione: dal canto suo, la Turchia continuerà a impegnarsi per favorire il dialogo tra le parti in conflitto. Dichiarazioni che non sorprendono, considerando il ruolo che la Turchia ha scelto dal summit Nato di Vilnius in poi.

Ed è proprio sulle vicende trattate nella telefonata odierna che Putin avrebbe mostrato una certa “ragionevolezza”. Innanzitutto confermando, almeno dalle prime agenzie trapelate dopo la chiamata, la promessa di recarsi in Turchia per incontrare Erdogan di persona. Lo ha annunciato l’ufficio presidenziale turco senza fornire una data per la visita del leader del Cremlino. “Il presidente Erdogan ha avuto una conversazione telefonica con il presidente russo Vladimir Putin. Durante il colloquio, i leader hanno raggiunto un accordo sulla visita di Putin in Turchia”, si legge nella nota diffusa da Ankara. Allo scadere dell’accordo sul grano, era stata proprio la mancanza di una data certa dell’incontro a far pensare che da Mosca fosse scemata l’intenzione di mantenere il dialogo aperto con la Turchia, incrinando l’asse fra le due potenze.

Le parole di Putin

L’altra ragione che farebbe pensare ad una rinnovata malleabilità del Cremlino è il tono delle parole di Putin sull’accordo per i corridoi del grano. Il presidente russo ha ribadito al collega turco la disponibilità di Mosca a rientrare nell’accordo per l’export sicuro di grano dal Mar Nero, solo quando “l’Occidente avrà adempiuto a tutti gli obblighi nei confronti della Russia” previsti dall’intesa. A riferirlo è stato il Cremlino riportando i contenuti del colloquio telefonico di oggi tra i due leader. Non una roboante dichiarazione d’intenti, ma quanto meno un fioca luce in fondo al tunnel, che cozza con i toni assertivi a cui Putin ha abituato i suoi interlocutori.

Un atteggiamento che tradisce quell’essere a corto di opzioni, corollario forse degli attacchi che ormai arrivano sul territorio russo. In questo nuovo clima da fortezza assediata, ormai non più solo da “minacce ipotetiche” o “culturali”, le opzioni di Putin sul campo sono prossime allo zero; tanto che fermarsi ora sarebbe l’opzione più utile allo stesso zar. La rinnovata disponibilità, anche solo a parole, tradisce anche un’altra sensazione: Erdogan, ormai, è pressoché l’unica exit strategy di Putin, più di Pechino. Si tratta, infatti, dell’unico ponte che può ricongiungerlo all’Europa e all’Occidente, fosse anche solo per questioni di “ordinaria amministrazione” o di interessi come l’affaire granaglie.

La giravolta del Cremlino e di Putin

Eppure, nel giro di poche ore, Mosca è stata capace di sovvertire anche le sensazioni geopolitiche sulla telefonata con Ankara. Del resto, nelle comunicazioni tra le due potenze, negli ultimi tempi, qualcosa pare non tornare mai. Ankara spesso parla in luogo di Mosca, pronta a smentire per mezzo di Dmitry Peskov e della sua irreprensibile monotonia. Sulla telefonata di oggi il Cremlino ha già fatto e disfatto a suo piacimento: il Cremlino non ha, infatti, confermato quanto annunciato dal presidente turco sull’accordo raggiunto con Putin, per una sua visita in Turchia. “Putin ed Erdogan hanno concordato di proseguire i contatti a vari livelli, anche nell’ambito dei preparativi per un possibile incontro tra i due leader”, si legge nella nota del Cremlino, che riferisce i contenuti del colloquio telefonico avuto oggi tra i due presidenti. Questo sebbene la Tass avesse ribadito essa stessa la notizia, con buona dose di certezza, pur riprendendo la nota turca.

Ma è sul grano che si compie ancora la giravolta di Putin, ancor privo delle garanzie richieste da parte occidentale per rinnovare l’accordo. Il presidente russo avrebbe chiesto all’eterno frenemy il suo sostegno per consentire l’esportazione di creali russi ai Paesi bisognosi, proprio nel bel mezzo di nuovi tumulti che scuotono l’Africa. Questa volta la conferma della dichiarazione giunge proprio dal Cremlino, così parco di conferme. Una richiesta che non ha altro intento se non quello di aggirare di fatto le sanzioni occidentali. “Dato il fabbisogno alimentare dei Paesi più bisognosi si stanno elaborando opzioni per consentire consegne di grano dalla Russia. C’è la volontà di cooperare in questo settore con la Turchia”, ha affermato il Cremlino in una nota, aggiungendo che questa distribuzione di cereali russi potrebbe avvenire “anche su base gratuita”. Il tema è stato “sostanzialmente discusso durante ii secondo vertice Russia-Africa che si tenuto a San Pietroburgo”, si legge nella nota. Parole che inceneriscono le ipotesi sul passo indietro del Cremlino, pronto ad alzare la posta nel bel mezzo della crisi alimentare che sta scuotendo tutti i continenti.

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