Guerra /

Con l’Iran potrebbe non essere finita qui. Donald Trump lo sa, ma lo sanno soprattutto i vertici militari americani che, proprio per evitare di farsi trovare impreparati di fronte a eventuali attacchi, stanno attuando un vero e proprio piano di assedio contro Teheran. Pressione militare, psicologica e soprattutto economica, che passa inevitabilmente traverso l’enorme dispiegamento di forze attuato dagli Stati Uniti in Europa e Medio Oriente.

Gli Stati Uniti hanno circa 80mila in grado di combattere nello scacchiere mediorientale. Gli analisti americani parlano di numeri leggermente inferiori: 56mila uomini. Un esercito dislocato tra Siria, Iraq, monarchie del Golfo e Afghanistan. Tutti coinvolti in diversi conflitti e con differenti obiettivi nel lungo termine. Ma in caso di attacco sono tutte armi utilizzabili dal Pentagono per colpire l’Iran.

Le basi americane sono in allerta e l’attacco a Erbil e Ain Al Asad non ha fatto abbassare troppo la guardia. Anzi, i movimenti di aerei militari verso il Medio Oriente continuano. A sostegno della tesi per cui la pressione non accenna a diminuire anche dopo il discorso in cui Trump ha invocato un nuovo accordo con l’Iran. E il cerchio intorno all’Iran cresce di forza, numero e soprattutto di capacità distruttiva.

Il presidente non vuole la guerra: ma per raggiungere questo scopo crede che sia fondamentale assediare l’Iran con le maggiori forze a disposizione. Il messaggio della Casa Bianca è uno: massima pressione per ottenere lo scopo di un nuovo accordo. Aumentando le sanzioni economiche e finanziare sulla Repubblica islamica, costruendo una cintura di fuoco intorno all’Iran ma anche dialogando (in segreto e non) per giungere a un accordo. Ogni episodio è un messaggio. Ogni raid, sequestro, uccisione o spostamento di uomini un segnale rivolto all’avversario. E questa escalation rappresenta una nuova fase del grande dialogo/scontro tra Iran e Stati Uniti.

Mentre avviene questo dialogo, Washington blinda il Medio Oriente. E lo fa con un imponente schieramento di uomini e mezzi. La Marina ha fatto arrivare la Uss Harry Truman, portaerei classe Nimitz con 5mila uomini a bordo. A dicembre ha attraversato l’oceano ed è arrivata nell’area delle operazioni della Sesta Flotta e ha avviato manovre nel settore insieme alla Uss Bataan, nave d’assalto anfibia classe Wasp con a bordo gli F35B. Uomini e mezzi del Golfo servono agli Usa per blindare gli alleati da possibili ritorsioni iraniane, ma anche come deterrente verso ogni mossa di Teheran che incida sulle rotte petrolifere. Navi d’assalto e per lo sbarco dei Marines sono in navigazione nella parte meridionale e orientale del Mediterraneo. Cipro ha dato l’ok per l’arrivo di una squadra di risposta rapida che serva soprattutto a missioni di evacuazione ed esfiltraizone.

Insieme alla Us Navy, gli Stati Uniti continuano a far arrivare aerei. Sei bombardieri B-52 sono arrivati in questi giorni nella base Diego Garcia, al largo dell’Oceano Indiano. I funzionari americani non hanno specificato il motivo dello schieramento dei giganti della flotta aerea, ma il loro carico di 35 tonnellate di munizioni sembra essere un nuovo messaggio rivolto all’Iran. Difficile (se non impossibile) che Trump li voglia utilizzare: ma era altrettanto difficile credere che potesse ordinare l’uccisione di Qasem Soleimani. L’imprevedibilità gioca a favore della Casa Bianca.

Gli aerei nella base Diego Garcia non sono gli unici pronti a colpire in Iran. Dall’Europa settentrionale al Mediterraneo, i caccia Usa e i bombardieri schierati nelle diverse basi sono pronti all’azione. In questi giorni, il continuo traffico aereo verso il Medio Oriente e verso le basi dell’area mediterranea ha fatto intendere che le Us Air force sono pronte. Aviano, Sigonella, Rammstein e tutte le più importanti basi aeree nel Medio Oriente, dalla Turchia ai Paesi arabi, sono già in attesa di nuovi ordini anche se servirà, chiaramente, l’approvazione dei singoli Stati. Motivo per cui è più facile che se dovesse esserci una nuova breve escalation tutto rimarrà localizzato nel Golfo, come dimostrato anche dal raid di droni che ha ucciso Soleimani.

Dall’Iran, dopo le parole di fuoco dei primi giorni, sono giunte parole di “distensione”. Ovviamente dette nei modi e nei termini di un vero e proprio incontro di pugilato che si sta compiendo tra Teheran e Washington. Come ricordato da Daniele Scalea nel suo dossier per il centro studi Machiavelli, l’attacco alle basi Usa “è stato limitato nello spazio, nel tempo e nella portata, accompagnato da esagerati proclami
sui danni provocati ma anche da dichiarazioni sul fatto che non si desidera una guerra”. Parole non diverse da quelle pronunciate da Khamenei a inizio gennaio.

Lo stesso Trump dopo aver ucciso il leader delle Quds ha teso il ramoscello d’ulivo parlando di un novo accordo (non il vecchio, sia chiaro). E i vertici iraniani continuano a ribadire il superamento delle clausole del Jcpoa ma non la sua rottura.

Parole importanti. Segnali che indicano che il dialogo esiste: ma che è un dialogo che si realizza con due pressioni diverse e contrapposte. Gli Stati Uniti premono con sanzioni e minacce (e con uccisioni). L’Iran preme con la minaccia di una vendetta che prima o poi potrebbe colpire l’America e i suoi alleati. Intanto Trump trincera il Medio Oriente.

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