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L’intensità di un conflitto spesso si misura dai rumori che esso produce in un determinato territorio. Se in Siria in alcune zone il rumore del vento del deserto inizia a sostituirsi a quello dei mitra e dei colpi di artiglieria, allora per davvero il cammino verso una pace tanto auspicata appare più vicino di quanto possa sembrare. È il caso di quanto sta accadendo nella provincia di Raqqa, la stessa che per almeno tre anni ha ospitato la “capitale” del califfato costituito dall’Isis. Che ora il califfato sia storia e che un briciolo di normalità in questi territori inizi a vedersi, lo dimostra ciò che è accaduto a Tabqa nelle scorse ore. In particolare, i miliziani dell’Sdf che controllano la città hanno permesso a uomini dell’esercito siriano di prendere e seppellire i resti dei   soldati caduti in questa zona nell’agosto 2014.

La battaglia di Tabqa del 2014

L’estate 2014 è il periodo di massimo apice mediatico dell’Isis, il cui leader  Abu Bakr al Baghdadi proprio in quell’anno proclama la nascita del califfato e dello Stato islamico tra Iraq e Siria. Fino a quel momento il conflitto siriano sembra procedere sulla dicotomia tra esercito regolare e forze ribelli (molte delle quali legate all’ideologia jihadista). A partire dalla fine del 2013, l’Isis comincia a controllare diversi territori, sottraendoli agli ex alleati di Al Nusra e dell’Esercito siriano libero e dilaga nella zona orientale del Paese. Nell’agosto del 2014, dopo aver preso Raqqa, l’Isis avanza nel resto della provincia e pressa sulla parte centrale della Siria.

I miliziani jihadisti arrivano a circondare la base di Tabqa, una delle più importanti dell’esercito dove sono presenti centinaia di governativi. Tabqa rappresenta di fatto l’ultimo avamposto siriano prima che il deserto confluisca nella parte centrale del Paese, lì dove convergono le province di Raqqa ed Aleppo. Un obiettivo strategico dunque, ma anche simbolico che Damasco vuole difendere ad ogni costo. La battaglia è tra le più feroci di quella terribile estate del 2014. I primi assalti contro Tabqa arrivano il 10 agosto ad opera di almeno 200 miliziani dell’Isis, metà dei quali stranieri. La base militare viene cinta d’assedio e, nonostante i raid dell’aviazione, l’esercito non riesce a mantenere le sue posizioni. L’Isis utilizza anche molti kamikaze lanciati contro le prime linee di difesa delle truppe siriane.

A metà agosto la base risulta circondata e tagliata fuori dalle altre linee siriane. Il 27 di agosto l’Isis penetra dentro la base di Tabqa e uccide decine di soldati governativi. Chi sopravvive ha in serbo una sorte ben peggiore: circa 170 soldati vengono spogliati e fatti camminare per chilometri nel deserto, sotto un sole cocente e in condizioni proibitive. Alla fine di questa marcia crudele, i soldati vengono tutti giustiziati e gettati in una fossa comune. Le immagini diffuse dagli sessi miliziani dell’esecuzione di massa sconvolgono l’intera Siria e colpisce il morale di popolazione e soldati. L’eccidio di Tabqa viene ancora oggi ricordato come uno dei peggiori episodi di tutta la guerra.

Il gesto dell’Sdf conferma i contatti con il governo

Tre anni dopo l’eccidio di Tabqa, sia la base militare che la città vengono perse dall’Isis. Nell’estate del 2017 si registra l’inizio della fine per il califfato, anche (e soprattutto) grazie alle Forze democratiche siriane (Sdf). Le milizie filo curde riescono ad allontanare i jihadisti dalla zona, avviando così l’avanzata contro il califfato. Oggi, la base militare teatro del massacro è in mano alle Sdf ma i siriani non hanno mai dimenticato quanto accaduto e vogliono far luce su questa tragica vicenda.

Ecco perché il gesto delle scorse ore, che permette di recuperare i corpi dei soldati e dare loro degna sepoltura nelle proprie città d’origine, appare doppiamente significativo. Da un lato permette a Damasco di riappropriarsi di un proprio pezzo di storia, dall’altro testimonia alla luce i contatti che ci sono tra i vertici Sdf e l’esercito regolare. Prima smentiti, poi timidamente confermati, adesso palesemente ribaditi: tra Damasco e i curdi si cerca una via diplomatica per il dopo guerra. Ma l’impressione è che da queste parti, specie dopo gli annunci di Trump di voler ritirarsi dalla Siria (dove le forze Usa sostengono per l’appunto i curdi), il dopoguerra sia già iniziato.

Recuperare i corpi di chi è caduto nell’agosto del 2014 rende quella terribile estate ancora più lontana: l’Isis qui è finito, il suo regno del terrore non è più in queste lande del deserto, lo tsunami della guerra da queste parti è passato ed è arrivato il momento di pensare a dare degna sepoltura ai morti.

Il conflitto in Siria, dopo la caduta del fronte sud, volge per davvero al termine ma non è affatto concluso: manca Idlib, c’è da capire cosa deve succedere ad Al Tanf e cosa ne sarà di Afrin e Jarabulous. Ma in alcune zone il rumore delle armi non si sente più da tempo e non fa più parte della triste quotidianità: è qui che sta nascendo l’embrione di quello che sarà la Siria quando la guerra verrà coperta dal sipario.  

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