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Il capo dell’intelligence militare israeliana, Aharon Haliva, si è dimesso. E la questione del suo addio alla guida del Direttorato dell’Intelligence Militare (Aman) scuote notevolmente il giudizio sulle mosse delle Israel Defense Force (Idf) tra Gaza e il resto del Medio Oriente nel conflitto scatenato da Hamas con i massacri del 7 ottobre e amplificatosi poi con la durissima risposta israeliana. Haliva, 56 anni, guidava dal 2021 l’Aman, la branca operativa dell’intelligence a diretta dipendenza delle forze armate, componente di una triade che assieme a Mossad e Shin Bet forma la comunità delle spie di Tel Aviv. Ha giustificato il suo addio per la responsabilità che l’Aman avrebbe avuto nel non prevenire opportunamente i massacri del 7 ottobre.

L’uscita di Haliva dal vertice dell’Idf segnala il primo, importante avvicendamento nella catena di comando militare israeliana dall’inizio del conflitto. E nonostante tutte le giustificazioni del militare israeliano, non manca di suscitare interrogativi. Innanzitutto, la discrasia temporale tra l’attacco di Hamas e le dimissioni di Haliva non può non stupire. “”I servizi di intelligence israeliani sono stati ampiamente criticati per la loro incapacità di avvisare dell’incursione, anche nelle ore precedenti l’assalto, così come per la loro valutazione strategica più ampia secondo cui Hamas era stato dissuaso da provocare una guerra totale”, ha scritto il Financial Times. Aggiungendo, però un dato fondamentale: la consonanza temporale tra le dimissioni di Haliva e la reazione iraniana ai raid di Tel Aviv in Siria contro la legazione di Teheran a Damasco dell’1 aprile.

Nota il Ft che dal governo di Benjamin Netanyahu “la comunità dell’intelligence israeliana è stata criticata per aver valutato erroneamente l’aggressività con cui l’Iran avrebbe risposto a un attacco israeliano al consolato iraniano a Damasco il 1 aprile, che ha ucciso diversi alti comandanti iraniani”. E qua veniamo al secondo punto: la sostanziale ricerca di capri espiatori da parte del governo di ultradestra di Tel Aviv. Il quale dapprima ha fatto focalizzare, da inizio 2023 al fatidico 7 ottobre, i servizi segreti sul cercare una minaccia iraniana che non era ai livelli pensati e l’esercito a fare da guarnigione ai coloni in avanzata, dimenticando di monitorare Hamas e alimentando una dannosa rivalità politica tra apparati. Salvo poi puntare tutto su Gaza, scoprendo il fianco altrove. La guerra è stata condotta dai politici più che dai militari e anche alti dirigenti dell’intelligence come il direttore del Mossad David Barnea sono stati messi ai margini. L’Aman ha lavorato duramente nel contrastare Hamas a Gaza e Haliva può indubbiamente portare dalla sua la liberazione di alcuni ostaggi come bilancio favorevole. Ma sicuramente la sua figura è il ventre molle dell’apparato di sicurezza: l’Unità 8200, in particolare, il fiore all’occhiello della sicurezza informatica israeliana, coordinata dall’Aman, ha fallito sia nel predire le comunicazioni di Hamas prima del 7 ottobre che nel mettere a terra le comunicazioni iraniane e prevenire la risposta di Teheran.

Ciononostante, imputare unicamente ai pur palesi fallimenti d’intelligence il massacro del 7 ottobre è fuorviante, vista la disastrosa linea politica tenuta da Netanyahu. Aggiungiamo, poi, che il tempismo sembra far pensare piuttosto a un problema di coordinamento e confronto tra Haliva e i vertici del governo sulle operazioni più recenti più che sul giudizio del 7 ottobre. Del resto Netanyahu ha sempre respinto al mittente le dimissioni di ufficiali e esponenti delle forze armate dopo lo scoppio della guerra, temendo che potessero diventare voci critiche del suo operato contro Hamas, contraddistinto da un’eccessiva brutalità da parte dell’Idf a Gaza, fonte di oltre 30mila morti non accompagnati da alcun progresso strategico.

Appare, ultimo punto, dunque chiave capire perché ora Netanyahu abbia aperto alla prima, possibile breccia nelle forze di sicurezza di Tel Aviv, fonte di una possibile corsa all’emulazione. Ma il dato che appare sempre più palese è il fatto che il governo stia sempre più politicizzando ogni fase del conflitto, giocando sottilmente tra escalation e rilanci per massimizzare la capacità di Tel Aviv di tenere sul filo i suoi avversari e, al contempo, i suoi alleati, cercando di testare quanto a lungo possano resistere. Non è da escludere che nelle dimissioni di Haliva possano aver giocato un ruolo decisioni che, di fatto, hanno appaltato agli esponenti delle forze armate più fedeli al premier, e in particolare al capo delle forze di terra Hertzi Halevi, la proiezione militare e geopolitica a lungo presidiata, nel silenzio, dall’intelligence. Fattore digeribile laddove la guerra, per quanto asimmetrica, è cinetica come a Gaza. Ma irricevibile nel campo del contrasto all’Iran, ove i servizi segreti israeliani hanno operato come lunga mano di Tel Aviv colpendo silenziosamente gli assetti iraniani in Libano, Siria e Iraq e il programma nucleare nel territorio della Repubblica Islamica. Oltre, ovviamente, alle navi che trasportavano armi attraverso il Mar Rosso. Tutti colpi a cui l’Iran raramente rispondeva, perché Israele giocava all’interno di precise linee rosse e nel pieno dell’asimmetria, facendo valere rapporti di forza chiari. Esagerando col colpo di Damasco Netanyahu ha mostrato quanto l’abbandono di una linea di contrasto meno esplicita ma non per questo inefficace possa nuocere alla sicurezza di Israele. E mentre ministri come Israel Katz, titolare degli Esteri, esagerano la minaccia iraniana chi ha lavorato nell’ombra come l’Aman si trova messo in secondo piano. Aprendo, potenzialmente, a faglie come quelle che si sono palesate con l’addio, poco convincente nella sua giustificazione, di Haliva.

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