La realtà fisica si è trasferita in rete, divenendone rapidamente un’appendice che subisce in luogo di influire e che viene plasmata anziché condizionare. Il progresso tecnologico può e deve servire la causa del potenziamento umano ma i rischi di un’eccessiva esposizione all’intelligenza artificiale sono dietro l’angolo: sviluppo di dipendenze, deterioramento cognitivo, neurosorveglianza, vulnerabilità alle operazioni cibernetiche.

Agli ammonimenti di Edward Snowden sulla minaccia della neurosorveglianza nel dopo-pandemia si somma un’analisi della RAND Corporation su un altro pericolo incombente: la manipolazione a fini mortiferi del cosiddetto “internet del corpo” (Internet of Bodies) da parte dei soldati delle guerre cibernetiche, gli hacker.

L’avvertimento della RAND

Il cosiddetto “internet delle cose” (Internet of Things) ha condotto lentamente ma inesorabilmente alla manifestazione di due fenomeni differenti ma complementari, l’espulsione dell’Uomo dalla tecnologia e l’entrata della tecnologia nell’Uomo, che presentano una varietà di forme e comportano tante opportunità quanti rischi: autovetture autonome (volgarmente note come “automobili che si guidano da sole”), sistemi di assistenza intelligente (come Alexa e Siri), applicazioni e oggettistica per la cura della forma fisica e il monitoraggio della salute, microchip sottocutanei, vestiti intelligenti per l’alterazione della temperatura corporea, robodottori e robopoliziotti, magazzini automatizzati e droni-corrieri, e l’elenco è in fase di continua espansione.

Si spera che il futuro delineato da Daniel Wilson in Robopocalypse resterà relegato all’ambito della fantascienza, ma quello immaginato dalla RAND Corporation in “Are We Ready for the Internet of Bodies?” si trasformerà inevitabilmente in realtà con l’evolvere della guerra cibernetica e l’aumentare della simbiosi fra persone, tecnologia e internet.

La comodità garantita dall’internet delle cose e del corpo, non appena raggiungerà una massa critica in grado di impattare profondamente sulla quotidianità, spingerà un numero crescente di individui a delegare parti essenziali dell’esistenza alla tecnologia. I figli delle società del benessere, convertendosi de facto in automi ameboidi, diventeranno i bersagli prediletti degli assassini del futuro. Gli eserciti cibernetici degli anni 2010 hanno colpito i loro nemici attaccandone le infrastrutture strategiche, rubando dati sensibili e iniettando virus nei sistemi operativi, ma nel prossimo futuro di hackeraggio si potrebbe morire – e si morirà.

Le guerre cibernetiche potrebbero iniziare a mietere vittime perché “ogni dispositivo può essere hackerato, incluso uno [che si trova] all’interno del corpo umano”. Da questo ragionamento, tanto ovvio quanto sottovalutato, consegue la necessità di “pensare alle implicazioni su riservatezza e sicurezza dei dispositivi che vivono con noi”.

Non è fantascienza

Il saggio della Rand Corporation non ha carattere fantascientifico ma divulgativo: ricerche su come hackerare i prodotti dell’internet del corpo, in particolare microchip sottocutanei e dispositivi capaci di incidere sulla salute (dalla temperatura al battito cardiaco), sono già in corso e stanno producendo risultati.

Nell’analisi vengono citati gli studi di Tamara Banbury, ricercatrice canadese, la quale viene dipinta come “parte di un piccolo ma crescente movimento di innovatori e amanti del brivido che tenta di hackerare il corpo umano con la tecnologia”. Agli esperimenti partecipa la stessa Banbury, all’interno delle cui mani si trovano due microchip sottocutanei in grado “di contenere password, [documenti] identificativi e persino biglietti ferroviari elettronici” e che i suoi colleghi stanno provando a manipolare.

Le ricerche visionate dagli analisti della Rand Corporation sono giunte ad una conclusione di cui i decisori politici dovranno prendere assolutamente atto: “Ogni dispositivo raccogliente informazioni biometriche e sulla salute, come i microchip della Banbury, altera in qualche modo le funzioni umane”. L’infiltrazione ad opera di un hacker particolarmente capace, e tenace, è possibile perché “un dispositivo ha bisogno di trasmettere informazioni attraverso la rete, se stesso o un altro dispositivo come un cellulare”.

Hackerare per uccidere

L’analisi della Rand solleva dubbi, dilemmi e anche domande. Ad esempio, perché un hacker dovrebbe limitarsi a rubare dati sulla salute di un individuo, magari un politico dichiaratamente influente ed ostile di un Paese rivale, quando potrebbe ucciderlo senza lasciare traccia dell’operazione? Le relazioni a cui ha avuto accesso il think tank, di nuovo, danno ragione ai timori dei tecnofobi.

Si legge, infatti, che “i ricercatori hanno mostrato che possono hackerare una pompa di insulina, aumentando la possibilità di poter somministrare una dose fatale” e che, di recente, analizzando i dati sul battito cardiaco raccolti da un’applicazione di fitness, “gli analisti militari […] hanno rapidamente identificato le basi americane e degli alleati in luoghi come Siria e Afghanistan [perché] gli stranieri erano gli unici ad utilizzare quell’applicazione”. Da un’analisi dell’analisi dei dati, inoltre, la squadra in questione era riuscita nell’obiettivo di risalire persino al background razziale dei soggetti, distinguendo bianchi e neri sulla base della rapidità dei movimenti.

Le ricerche sulla manipolazione letale dell’internet del corpo sono agli albori, eppure già promettono sia delitti perfetti (e a distanza) che identificazioni celeri e precise di soggetti residenti in altri continenti. Risibile o meno, lo scenario della Rand trasuda tragica ineluttabilità: in un futuro non troppo remoto, possedere un segnapassi artificiale (pacemaker), affidarsi ad una pompa di insulina e/o avere un microchip sottocutaneo, potrebbe rivelarsi fatale.

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