SOGNI DI DIVENTARE FOTOREPORTER?
FALLO CON NOI

Gli Stati Uniti completeranno il ritiro delle truppe dall’Afghanistan entro l’11 settembre 2021, esattamente venti anni dopo l’attentato alle Torri Gemelle che diede il via alla guerra al terrorismo lanciata dal presidente George W Bush. La notizia, data dal Washington Post, anticipa di un giorno l’annuncio ufficiale del nuovo inquilino della Casa Bianca, Joe Biden, da sempre fervente oppositore del coinvolgimento americano in Afghanistan.

Il ritiro delle truppe Usa dal Paese asiatico era in realtà previsto per il primo maggio, sulla base dell’intesa raggiunta l’anno prima dell’allora presidente Donald Trump con i talebani nell’ambito degli Accordi di Doha. L’uscita degli Stati Uniti dall’Afghanistan ha infatti avuto un’accelerazione sotto la precedente amministrazione repubblicana, che è riuscita a portate al tavolo dei negoziati il governo di Kabul, guidato dal presidente Ashraf Ghani, e i talebani promettendo in cambio il ritiro delle forze straniere dal Paese.

Non sorprende quindi che la decisione di Biden di posticipare, seppure di pochi mesi, il rimpatrio delle truppe americane abbia generato disappunto tra i talebani, che già da tempo minacciano ritorsioni contro i contingenti americani e Nato in caso di mancato rispetto degli accordi. Il Governo di Kabul teme invece che il definitivo ritiro internazionale dall’Afghanistan possa lasciare campo libero ai talebani, già militarmente più forti rispetto alle forze governative, facendo ritornare indietro di decenni il Paese e cancellando le conquiste politiche finora raggiunte. Con particolare riferimento ai diritti delle donne.

Le posizioni di Usa e Nato

La strategia Usa in Afghanistan si è da sempre basata sul cosiddetto approccio conditions-based, ma dati i risultati finora ottenuti e il prolungarsi per ben venti anni della presenza americana nel Paese, Biden ha deciso di cambiare strategia. I talebani non sono più percepiti come minaccia imminente per la sicurezza americana e il prolungato coinvolgimento delle truppe Usa in Afghanistan limita le capacità di intervento di Washington su altri dossier, quali la Cina, la Russia o il cambiamento climatico. Da qui la decisione del presidente Biden di lasciare l’Afghanistan a prescindere dall’avanzamento dei colloqui di pace o della sola situazione sul terreno.

Attualmente nel Paese asiatico sono presenti circa 2.500 militari americani, il cui ritiro dovrebbe essere completato entro l’11 settembre, ma uno dei problemi da risolvere resta quello degli equipaggiamenti militari. Come spiega Politico, gli americani potrebbero avere dei problemi nel riportare indietro anche l’attrezzatura in dotazione dell’esercito Usa, dati i tempi brevi per il ritiro, ma lasciarla a Kabul potrebbe rappresentare un rischio data l’instabilità del governo centrale.

Ma prima di avere un’idea chiara sul piano di ritiro americano e sulle conseguenze che esso avrà in Afghanistan bisognerà attendere l’annuncio ufficiale di Biden e l’incontro previsto a Bruxelles tra gli europei, il Segretario di Stato Antony Blinken e il capo del Pentagono Lloyd Austin. Gli Usa hanno promesso di coordinarsi con gli alleati europei nella definizione della loro exit strategy: il contingente tedesco è il secondo per numero di truppe in Afghanistan e la stessa Italia è impegnata con 800 militari, attivi per lo più nella zona di Herat. Roma opera all’interno della missione Resolutive Support della Nato con compiti di addestramento delle forze governative, un impegno importante ma non sufficiente per aiutare Kabul ad opporsi ad eventuali attacchi dei talebani.

Ma l’annuncio di Biden mette fretta anche alla Nato, che dovrà decidere entro breve del proprio futuro in Afghanistan. Secondo le informazioni attualmente disponibili, anche il contingente dell’Alleanza atlantica potrebbe lasciare il Paese entro settembre sulla scia degli Usa.

Il futuro dell’Afghanistan

A determinare il futuro dell’Afghanistan dovrebbero essere i colloqui di pace avviatisi nel 2020 sotto l’egida degli Stati Uniti a Doha, in Qatar, ma ad oggi ben pochi progressi sono stati fatti sul fronte diplomatico, mentre i talebani continuano a rafforzare la loro posizione sul terreno. La differenza tra le forze in campo, quindi, è sempre più evidente ed è probabile che i talebani approfitteranno del ritiro Usa ed internazionale per aumentare il proprio potere e fare sempre meno concessioni al governo di Kabul.

Lo stesso annuncio della posticipazione del ritiro americano ha già agitato le acque, con i talebani che minacciano di non presentarsi ai colloqui previsti dal 24 aprile al 4 maggio in Turchia e a cui dovrebbero partecipare ben 21 Stati (Italia compresa). In cambio della loro presenza, i seguaci del mullah Omar potrebbe pretendere la scarcerazione di altri 7 mila talebani e l’annullamento delle sanzioni americane, richieste già presentate in passato ma rimaste fino ad oggi inascoltate.

Eppure un avanzamento rapido dei colloqui di pace è indispensabile per il futuro del Paese. Obiettivo dell’incontro ad Istanbul è il raggiungimento di un  generale accordo tra le parti sul quadro politico dell’Afghanistan, ma secondo indiscrezioni gli Usa vorrebbero arrivare all’approvazione di un governo ad interim formato da Ghani e dai talebani. Il presidente afghano vuole invece proporre un piano che porti prima alla cessazione delle ostilità e solo in un secondo momento alle elezioni e alla stesura di una nuova Costituzione. Un piano che non soddisferà certo i talebani.

Al momento è difficile immaginare cosa accadrà in Afghanistan. Molto dipenderà da ciò che deciderà di fare la Nato, dal risultato dei colloqui di Istanbul e soprattutto dai talebani. Rispetteranno gli accordi di pace o cercheranno di riprendere il controllo del Paese manu militari, consapevoli che il ridispiegamento delle forze Usa nella regione ne ridurrà le capacità di risposta?