Le chiacchiere non fermeranno il genocidio di Gaza

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Guerra /

Emmanuel Macron ha proposto “una missione di stabilizzazione sotto mandato Onu per mettere in sicurezza la Striscia di Gaza”. La Spagna ha subito aderito, il resto dell’Occidente tace. Proposta incisiva, più delle nobili quanto inutili promesse di riconoscere lo stato palestinese, peraltro con rimandi post estivi.

Ma anche questa proposta, sempre se sarà ufficializzata, cadrà per il veto Usa. Su un tema analogo scrive Yagil Levy su Haaretz, ricordando come nel 2005 le Nazioni Unite approvarono il principio della “Responsabilità di Proteggere”, cioè che gli “Stati hanno il dovere di salvaguardare i propri popoli da genocidio, crimini di guerra, pulizia etnica e crimini contro l’umanità”. E quando ciò non accade, “la comunità internazionale ha l’obbligo di ricorrere a misure diplomatiche, umanitarie e di altro genere per proteggere la popolazione colpita”. Se necessario, l’Onu può imporre sanzioni o “autorizzare l’uso della forza”.

Fu in base a tale principio che gli Usa intervennero in Libia e altrove per fermare asseriti crimini di guerra, ricorda Levy (di fatto, strumentalizzarono la norma, ma questa è un’altra storia). Tale principio, aggiunge Levy, dovrebbe applicarsi anche a Gaza, con sanzioni “e, se necessario, operazioni militari”.

Anche perché “la decisione del Consiglio di sicurezza del marzo 2024 e le sentenze della Corte internazionale di giustizia del gennaio 2024 (entrambe le quali chiedevano a Israele di impedire una crisi umanitaria a Gaza) non sono state rispettate”; inoltre, ci sono “le ripetute violazioni del diritto internazionale da parte di Israele: la distruzione di Gaza, gli attacchi ai civili e gli sfollamenti di massa”.

Peraltro, Levy ricorda come, prima ancora che tale principio fosse fissato, la “NATO aggirò il Consiglio di Sicurezza e bombardò la Serbia per fermare la pulizia etnica degli albanesi del Kosovo. In quel momento erano stati uccisi circa 2.000 civili albanesi – rispetto agli almeno 30.000 di Gaza – e 350.000 erano stati sfollati, contro i circa due milioni di Gaza. Quel livello di sofferenza fu sufficiente ai leader della NATO […] per pronunciare discorsi appassionati sul dovere morale e invocare la memoria dell’Olocausto”.

“In base a questa logica, il disastro ben più grave di Gaza […] dovrebbe spingere i leader europei a sollecitare un intervento NATO. Potrebbero persino trarre ispirazione dalla recente condotta di Israele: solo due settimane fa, Israele ha agito – apparentemente come rappresentante della comunità internazionale – applicando il principio della ‘Responsabilità di Proteggere’ colpendo la Siria per difendere la popolazione drusa“.

Azioni in linea con gli ultimi interventi accennati da Levy, dispiegati al di fuori del cappello delle Nazioni Unite, eluderebbero il veto Usa. Ma, come conclude il cronista, nulla di ciò è all’orizzonte.

Il buio incombe su Gaza, né è di conforto la ripresa dei negoziati a Doha, dal momento che la macchina da guerra israeliana sembra procedere come nulla fosse nonostante le reazioni interne e internazionali.

In tutto ciò, la crisi mistica di Netanyahu, il quale ha dichiarato di sentirsi “impegnato in una ‘missione storica e spirituale’ e di essere ‘molto’ legato alla visione della Grande Israele, che ricomprende le aree destinate allo stato palestinese e forse anche territori di Giordania ed Egitto” (follia espansionistica…).

Vecchia volpe, voleva rassicurare i messianici che lo sostengono dopo le aspre critiche di Bezalel Smotrich alle sue recenti dichiarazioni, nelle quali aveva escluso l’annessione di Gaza.

Quanto alla strage della troupe di al Jazeera, la rivelazione di Yuval Abraham: “Dopo il massacro del 7 ottobre, è stata istituita una squadra chiamata ‘cellula di legittimazione’ presso la Direzione dell’intelligence militare. Ufficiali dell’intelligence cercavano informazioni che aiutassero a ‘legittimare’ le azioni militari a Gaza: lanci falliti di Hamas [in danno ai civili ndr], uso di scudi umani, sfruttamento della popolazione civile, e così via”.

“Compito principale della cellula di legittimazione era trovare giornalisti di Gaza che potessero essere presentati dai media come agenti sotto copertura di Hamas. Hanno indagato a fondo sui giornalisti, li hanno cercati […] e non ne hanno trovato nessuno. Perché cercare un giornalista sotto copertura? A quanto ho capito, ciò ‘legittima’ a livello mediatico le uccisioni di giornalisti. Dopotutto, è sufficiente presentare un ospedale come quartier generale di Hamas perché la distruzione dell’intero sistema sanitario possa essere raccontata in modo analogo. Una sparatoria fallita in cui Hamas ha colpito dei civili e poi, chissà, magari tutte le morti di civili sono opera di Hamas… seminare dubbi come metodo per giustificare le atrocità. Identificare un giornalista come agente sotto copertura insabbia l’uccisione di tutti gli altri giornalisti”.

“L’esercito ha ucciso quattro giornalisti a Gaza durante la notte. Ha ammesso che l’obiettivo era Anas al-Sharif. Negli ultimi due anni, al-Sharif ha svolto un lavoro giornalistico sistematico e coraggioso, raccontando al mondo intero lo sterminio del suo popolo. Questo mentre la stampa israeliana ha ampiamente normalizzato omicidi di massa, fame e sterminio, tradendo la sua professione. Il tradimento continua ora con titoli che riportano la morte di al-Sharif riprendendo in pieno la dichiarazione del portavoce delle IDF. L’esercito ha presentato dei documenti che affermano che al-Sharif si è unito ad Hamas nel 2013, quando aveva 17 anni”.

“Un giornalista che non mette in discussione le dichiarazioni del portavoce delle IDF in questa fase, dopo tante bugie, farà carriera. Ma anche se dessimo per scontato che ciò sia vero, non ha importanza. Dopotutto, se si accede a questa logica, la stragrande maggioranza dei giornalisti israeliani, se fosse documentato che hanno prestato servizio nell’esercito o nella riserva, sarebbero obiettivi legittimi, da eliminare. La posizione [di al-Sharif] era nota da mesi. Perché ucciderlo ora? Alla vigilia dei piani per conquistare Gaza City? La risposta è chiara”.

“Penso che Israele abbia ucciso Anas al-Sharif semplicemente perché era un giornalista. La documentazione è strumentale. Per lo stesso motivo per cui hanno attivamente cercato giornalisti che potessero essere presentati come affiliati ad Hamas, al fine di ‘legittimare’ l’uccisione generica di giornalisti […]. Lo stesso motivo per cui impediscono ai media internazionali di entrare a Gaza: perché non vedano i crimini” commessi.

Piccolenote è collegato da affinità elettive a InsideOver. Invitiamo i nostri lettori a prenderne visione e, se di gradimento, a sostenerlo tramite abbonamento.