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Anti-Access, Area Denial (A2/AD). Due concetti strategici che sono stati riscoperti recentemente dalla Russia (ma anche da Cina e Iran) e che preoccupano la Nato. La filosofia “Anti Access” (A2) è una strategia difensiva che mira ad impedire o rendere estremamente difficoltoso l’accesso e lo schieramento di forze militari nemiche in determinate aree geografiche (stretti, arcipelaghi, mari interni, regioni). Quella che prende il nome di “Area Denial” (AD) prevede di limitare fortemente la libertà di movimento a forze nemiche (terrestri, aeree o navali) già presenti in una determinata zona. Questo tipo di filosofia difensiva è il metodo migliore per proteggere enclavi o per creare quella superiorità tattica nei pressi di “choke point” come stretti o mari interni, oppure per garantire, se affiancate ad uno strumento aeronavale efficace, un ombrello di protezione in zone di particolare interesse strategico (come il Mar Cinese Meridionale o l’Artico). Questo concetto, che non è nuovo nella strategia militare, è tornato in auge grazie principalmente allo sviluppo dei missili da difesa aerea russa di nuova concezione (S-300 ed S-400), che grazie al loro ampio raggio d’azione sono in grado di coprire una vasta area aumentando i rischi per chi volesse penetrare nello spazio aereo avversario effettuando un classico attacco di interdizione.

La chiave delle bolle A2/AD non passa solamente dalle batterie di missili tipo S-300 ed S-400, ma anche attraverso una serie di altri sistemi missilistici in grado di completare lo spettro delle possibili minacce: le batterie di complessi mobili di difesa costiera tipo “Bastion P” e “Bal”, i missili balistici a corto raggio “Iskander M”, le sempre temibili difese anti aeree a corto raggio tipo “Pantsir” o i semoventi “Tunguska”, senza dimenticare tutta la serie di missili da crociera e AA presenti sulle varie unità navali, anche di piccolo tonnellaggio, che sono di base nelle varie “bolle” russe e che si sono viste in azione, ad esempio, durante la crisi siriana (pensiamo ai missili da crociera “Kalibr” lanciati dalle corvette classe “Buyan M” o dai sommergibili classe “Kilo”). Si devono poi aggiungere cospicue forze di terra e aeree che integrano la capacità di interdizione data dalle sole forze missilistiche e la cui analisi peculiare richiederebbe troppo spazio, basti solo elencare che nelle 4 “bolle” di difesa russe sono presenti anche caccia, bombardieri ed elicotteri di vario tipo facenti parte dell’arsenale russo: dai Su-24 “Fencer” sino ai Tu-22M “Backfire C” passando per i Su-27P, Su-30SM, Su-25, Su-34 ed infine gli elicotteri tipo Mi-24/35, Mi-8, Mi-28, Ka-27PL e Ka-52, questo solo per fare alcuni esempi.

Tutte queste forze sono ovviamente completate da una serie di radar a medio, lungo e lunghissimo raggio: nell’oblast di Kaliningrad, ad esempio, oltre al radar “Podsolnukh” in grado di identificare e classificare fino a 100 bersagli aerei e 300 terrestri e navali ad una distanza massima di 450 km, è presente anche, dal 2014, il radar da avvistamento precoce (Early Warning) tipo “Voronezh DM” operante in banda Uhf e con una portata di 6 mila km. A queste postazioni radar fisse si affiancano quelle mobili dei sistemi S-300 e 400, che con i loro radar di acquisizione “Big Bird”, di ingaggio “Grave Stone” e con il nuovo radar TSBS per l’acquisizione di velivoli ad altitudini elevate, sono in grado in intercettare e seguire bersagli a tutte le quote sino ad un raggio massimo di 600 km.

Quante sono le “bolle difensive” russe che tanto preoccupano la Nato? Al momento sono 4, individuate in macro regioni: la più “datata” di cui abbiamo appena accennato è sita a Kaliningrad, l’enclave russa nell’est Europa, le altre sono presenti in Crimea, Siria e nell’Artico.
E’ facile capire perché queste 4 bolle preoccupino non poco la Nato e gli Stati Uniti: con la loro particolare posizione geografica, unita alla portata dei sistemi missilistici (pensiamo ai 400 km di raggio d’azione del missile 40N6 del S-400, ai 500 km del missile “Iskander M” o ai 300 km del missile “Oniks” del sistema da difesa costiera “Bastion P”), rappresentano un “coltello alla gola” alle possibili linee di rifornimento navali, terrestri ed aeree della Nato nel Baltico e nell’artico norvegese, o ne minacciano gli interessi nel Mar Nero e nel Mediterraneo Orientale, senza contare che all’interno della “bolla” siriana ricade ampiamente la base Nato turca di Incirlik.

Questa “nuova” minaccia ha fatto correre l’Alleanza Atlantica e soprattutto gli Stati Uniti ai ripari.
Innanzitutto Washington ha rischierato, e forse prevede di farlo in modo permanente, distaccamenti di caccia pesanti F-22 nell’area del Baltico, e non è escluso che presto si vedranno in modo permanente gli F-35 appena le basi polacche e tedesche saranno ottimizzate per l’impiego del nuovo velivolo da attacco multiruolo, secondariamente diventa vitale la base rumena del sistema ABM AEGIS Ashore a Deveselu: operativa dal 2016 ed equipaggiata con missili “Standard” tipo SM-3 Block 1b è in grado di intercettare le minacce derivate dal possibile utilizzo di missili balistici di teatro. Presto questa base sarà affiancata da un secondo sito AEGIS Ashore posizionato in Polonia a Redzikowo. La Nato sta dando poi nuovo impulso a tutta una serie di esercitazioni congiunte, anche navali, in modo da poter coordinarsi meglio in caso di attacco russo e quindi per far fronte alla necessità di “forzare il blocco” opposto dalle “bolle”; parallelamente sta cercando di incrementare la consistenza delle forze navali degli Stati membri a cui si unirebbero quelle di Svezia e Finlandia, ad oggi Paesi partner dell’Alleanza Atlantica.
La minaccia A2/AD russa però ha anche richiesto una revisione degli schemi tattici: si prevede infatti che venga ricostituito il Comando Artico, eventualità discussa lo scorso maggio durante l’incontro dei Capi di Stato Maggiore Nato tenutosi a Bruxelles, che potrebbe avere la sua nuova sede in Islanda, a Keflavik, base tornata attiva recentemente con i pattugliamenti dei nuovissimi P-8 “Poseidon”. Oltre a questo diventa necessaria una revisione dei meccanismi della guerra aerea: una bolla missilistica con un raggio di 400 km e con tempi di reazione e di intercettazione enormemente inferiori rispetto a quelli di un caccia da difesa area richiede un necessario ritorno e revisione del concetto di “superiorità aerea offensiva”, espresso appieno dal caccia pesante F-22 “Raptor” e del concetto di interdizione e attacco al suolo, ormai effettuato con armamento “stand off” con un raggio d’azione maggiore e quindi possibile ad alta quota anche grazie alla bassa tracciabilità radar data da un aereo come l’F-35.

Nonostante l’apparente superiorità tattica delle bolle difensive russe è opinione degli analisti che, in caso di scontro, la capacità di Mosca di ostacolare o arrestare l’arrivo di rinforzi nelle varie aree, come ad esempio quella del Baltico, sia possibile solo per un breve periodo di tempo. Chi scrive crede comunque che, al momento, la (relativamente scarsa) consistenza delle forze Nato dislocate in Europa dell’est e gli asset militari russi dislocati in quelle particolari zone geografiche che risultano essere “chiave” a tutti gli effetti, siano fattori che fanno pendere la bilancia in favore di Mosca in caso di crisi; a questo si deve aggiungere anche la lunghezza molto minore delle linee di rifornimento russe e la nuova altissima mobilità dimostrata nelle esercitazioni “Zapad” e messa in pratica in Crimea e Siria.