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Un documento pubblicato dal Bulletin of the Atomic Scientists, un centro di ricerca statunitense che annualmente si occupa di analizzare la dottrina di impiego e la consistenza degli arsenali atomici delle potenze globali, ha stimato che la Cina ha attualmente circa 350 testate nucleari, significativamente più di quanto stimato recentemente dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.

Come apprendiamo da Defense News, il rapporto, scritto da Hans Kristensen, direttore del Nuclear Information Project presso la Federation of American Scientists (Fas), e Matt Korda, ricercatore associato alla Fas, è arrivato a stabilire questo numero contando sia le testate operative che le nuove armi ancora in fase di sviluppo.

Queste includono i missili ipersonici, i missili balistici intercontinentali basati nei silo e mobili e i loro equivalenti lanciati da sottomarini, portando così il numero totale di testate nucleari a più delle 200 originariamente stimate dal Pentagono nel suo rapporto del 2020 sulle forze armate cinesi.

Il rapporto del Bulletin of the Atomic Scientists ha anche affermato che circa 272 delle 350 testate dell’Esercito Popolare di Liberazione sono operative, in particolare sono distribuite tra 204 terrestri, 48 lanciate da sottomarini e 20 bombe a caduta libera per bombardieri.

Già lo scorso anno il centro di ricerca aveva avvisato che “la Cina sta continuando il suo programma di modernizzazione dell’arsenale atomico cominciato nel 1980 schierando un numero mai visto prima di armamenti nucleari di diverso tipo” e riteneva che la sua consistenza fosse di circa 290 testate suddivise tra 180/190 vettori balistici basati a terra, 48 Slbm (Submarine Launched Ballistic Missile) e le restanti per i bombardieri strategici.

Il Pentagono, nel suo documento pubblicato tra agosto e settembre del 2020, stimava invece che la Cina potesse disporre di 180/190 vettori in grado di trasportare 220 testate anche del tipo Mirv, ovvero veicoli di rientro multipli indipendenti.

La stima di 350 testate nucleari non include il sospetto missile balistico/ipersonico lanciato dall’aria che è stato svelato di recente, né include le molteplici testate indipendenti che saranno montate sull’Icbm (Intercontinental Ballistic Missile) DF-5C, ma analizza la ricostituzione delle capacità di bombardamento nucleare dall’aria, accantonate per un po’ da Pechino, ma recentemente ricostituite proprio con nuovi vettori balistici. Un bombardiere cinese Xi’an H-6N è stato recentemente visto trasportare quello che si ritiene essere un modello di un missile con testata Hgv (Hypersonic Glide Vehicle), ma lo stato del suo sviluppo non è ancora chiaro.

Tuttavia, il rapporto rileva anche che la dimensione dell’arsenale nucleare cinese è significativamente inferiore rispetto a quello degli Stati Uniti e della Russia, che hanno più di un migliaio di armi nucleari ciascuna. Sembra però, come riferiscono gli autori, che la Cina si stia battendo per una forma di “parità nucleare” con Stati Uniti e Russia, da intendere forse, più che sul disarmo delle due superpotenze atomiche, sul proprio riarmo.

Il rapporto fa notare anche che la Cina ha tradizionalmente mantenuto, e continua a mantenere, un basso livello di allerta per le sue forze nucleari, con la maggior parte delle testate in un impianto di stoccaggio centrale e un numero inferiore mantenuto in equivalenti regionali.

In questo il Pentagono si trova concorde: lo scorso settembre aveva infatti rimarcato come i lanciatori, i missili e le testate siano tenuti separati, anche se ha fatto notare che le brigate della Pla Rocket Force conducono esercitazioni di “preparazione al combattimento” e “servizio di allarme tempestivo”, che si ritiene includano “la nomina di un battaglione missilistico pronto al lancio e la rotazione verso posizioni di standby anche mensilmente per periodi di tempo non specificati”.

La dottrina cinese di impiego dell’arsenale nucleare, infatti, risente della sua consistenza: Pechino, per il momento, punta sulla capacità di effettuare un attacco di ritorsione credibile. Questo si riflette in due filosofie: il no first use, ovvero il non ricorre ad un attacco nucleare per primi, e la spasmodica ricerca della capacità, per l’arsenale, di sopravvivere al primo colpo avversario.

Questo a sua volta ha comportato una postura tattica che potremmo definire “di minima allerta”, in quanto le forze nucleari (almeno quelle basate a terra) non hanno le testate montante sui missili in circostanze normali.

La Cina, però, sembra cambiare molto lentamente anche la sua dottrina e lo sta facendo in funzione del forte miglioramento delle sue capacità di allarme precoce, che la metteranno in grado di effettuare un eventuale lancio su allarme, e in prospettiva potrebbe cambiare anche la sua filosofia di “minima allerta” e no first use, proprio per via del rapido aumento della disponibilità di testate nucleari.

Parallelamente ai progressi tecnologici, che riguardano in particolare le testate Hgv ma anche il miglioramento dei sistemi di guida, la Cina disporrà, in un periodo di tempo relativamente breve, di un arsenale atomico moderno e consistente che potrebbe “bucare” le difese antimissile statunitensi e della Nato. Soprattutto se si considera che Pechino ha sempre rispedito al mittente gli inviti di Washington a entrare nel nuovo trattato sul disarmo nucleare che, teoricamente, dovrebbe sostituire (o prolungare) l’attuale New Start, in vigore dal 2010 e che scadrà il prossimo febbraio.

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