“La Cina sta continuando il suo programma di modernizzazione dell’arsenale atomico cominciato nel 1980 schierando un numero mai visto prima di armamenti nucleari di diverso tipo”. Così comincia il rapporto sull’arsenale atomico cinese stilato dal Bulletin of  the Atomic Scientists e pubblicato il 28 giugno scorso.

Il centro di ricerca, che è autore anche del Doomsday Clock, l’orologio dell’apocalisse che segna quanto ci separa dall’olocausto nucleare, annualmente si occupa di analizzare la dottrina di impiego e la consistenza degli arsenali atomici delle potenze globali. Quest’anno, dato il clima teso tra Washington e Pechino per via dei dazi e per le questioni di sovranità sul Mar Cinese Meridionale, è di particolare interesse dare uno sguardo a quanto ha a sua disposizione il colosso asiatico, che sta facendo passi da gigante sulla via del rimodernamento delle sue Forze Armate.

La consistenza dell’arsenale atomico cinese

La Cina, secondo il rapporto, si avvia di gran carriera a superare la Francia per quanto riguarda la consistenza del suo arsenale nucleare. Al momento avrebbe a disposizione circa 290 testate suddivise tra 180/190 vettori balistici basati a terra, 48 Slbm (Submarine Launched Ballistic Missile) – i missili lanciati da sottomarini – e alcuni bombardieri strategici.

Secondo un rapporto della Dia, la Defense Intelligence Agency statunitense, all’attuale rateo di produzione Pechino arriverà almeno a raddoppiare il numero delle testate con anche la possibilità di raggiungere le 600 unità entro la fine del prossimo decennio. Il dossier del Bulletin of the Atomic Scientists riporta anche che la Dia è nota per tendere ad esagerare le proiezioni della consistenza delle forze avversarie, ma diverse evidenze, riportate da diverse fonti come gli stessi comandi del delicato settore Pacifico-Indiano (Usindopacom), lasciano supporre che la dottrina di impiego, come analizzeremo in dettaglio più avanti, stia lentamente cambiando e che quindi sia possibile che l’arsenale atomico cinese cresca non solo in quantità ma in qualità, compreso tutto l’apparato di comando e controllo che presiede al suo utilizzo.

I missili balistici basati a terra

La graduale ma costante modernizzazione dell’arsenale sta riguardando soprattutto la componente strategica basata a terra. Si stima che i circa 180/190 vettori a disposizione possano trasportare 220 testate anche con la tecnica Mirv, ovvero tramite l’impiego di veicoli di rientro multipli indipendenti.

Negli ultimi tre anni la Cina ha schierato tre sistemi missilistici mobili: un Mrbm (Medium Range Ballistic Missile) il DF-21, un Irbm (Intermediate Range Ballistic Missile) il DF-26 ed un Icbm (Intercontinental Ballistic Missile) il DF-31AG. La Cina sta anche proseguendo nella modifica dei suoi vecchi missili basati in silo sotterranei, una ventina di DF-5, per metterli in grado di trasportare testate multiple, come ultima soluzione prima del loro definitivo ritiro quando entrerà in servizio il nuovo vettore DF-41, anch’esso dotato di capacità Mirv.

Il Dipartimento della Difesa Usa stima che la Cina avrebbe 90 missili balistici intercontinentali disponibili su altrettante piattaforme di lancio (fisse e mobili), ma è probabile che questo numero si aggiri più intorno a una cifra compresa tra i 65 e i 90. Il numero di missili sale a 125 se si considerano anche quelli a raggio intermedio, non in grado di colpire gli Stati Uniti continentali (il territorio Usa che esclude Alaska, Hawaii e Guam).

Il principale missile balistico a medio raggio resta il DF-21. Dotato di una gittata di 2150 chilometri, mobile grazie ad un veicolo Tel (Transporter Erector Launcher), che ha diverse versioni, di cui due con armamento convenzionale: la C per l’attacco terrestre e la D per quello antinave.

Il missile balistico a raggio intermedio è il DF-26, anch’esso mobile e con una gittata di 4mila chilometri. Il Pentagono ritiene che la Cina abbia dispiegato 80 di questi vettori tra cui alcuni con compiti antinave, quindi in grado di avere un certo grado di guida terminale per poter colpire i grossi bersagli navali americani. Non a caso questo missile, dall’utilizzo duale (nucleare e convenzionale) ha preso il nome di “Carrier Killer”, il killer delle portaerei.

Il missile intercontinentale di riferimento è il DF-31A, capace di una gittata di 11.200 chilometri e presente in 24 esemplari divisi in quattro brigate negli arsenali cinesi. Pechino sta sviluppando anche una versione con capacità Mirv, il DF-31AG, in attesa che sia pronto il nuovo DF-41 che sarebbe in grado di portare dalle 6 a 10 testate e quindi anche sistemi di aiuto al superamento delle difese e falsi bersagli (in gergo PenAid – Penetration Aid e decoy). Questo missile andrà a sostituire la linea di Icbm cinesi e potrà essere lanciato da silo, da veicoli Tel o da appositi vagoni ferroviari.

Gli Slbm, i missili lanciati da sottomarini

La Cina attualmente ha in servizio quattro sottomarini a propulsione nucleare lanciamissili balistici della classe Jin (o Tipo 094) e due sono attualmente in costruzione. Queste unità sono in grado di trasportare ciascuna 12 missili balistici JL-2, una versione modificata per l’impiego imbarcato del DF-31, dotato di una singola testata atomica e PenAid caratterizzato da una gittata massima di 7200 chilometri. Insufficiente per colpire gli Stati Uniti dai “mari interni” della Cina.

Questi sottomarini, considerati troppo rumorosi rispetto agli standard occidentali, verranno presto sostituiti dai nuovi Tipo 096, la cui costruzione inizierà entro la fine del 2020, e che saranno affiancati, per i primi tempi dai vecchi classe Jin determinando così la presenza di un massimo di 10 sommergibili nella flotta cinese. Queste nuove unità saranno dotate dei missili JL-3, una versione migliorata del JL-2, che hanno una gittata di 9mila chilometri, ancora insufficiente per colpire la capitale americana restando nelle acque contigue cinesi, ma abbastanza per mettere nel mirino tutta la costa occidentale americana.

I bombardieri

Il bombardiere strategico in forza alle forze aeree cinesi, la Plaaf, è l’H-6, una copia locale del Tupolev Tu-16 “Badger”. Una prima erronea valutazione del numero di testate nucleari a caduta libera cinesi effettuata nel 1984 le faceva ammontare a 165, poi ridotte a 75 alla fine degli anni ’80, ma secondo il rapporto la Cina dovrebbe avere non più di 20 testate atomiche di questo tipo.

La missione di deterrenza strategica affidata alla Plaaf è infatti abbastanza recente: solo nel 2012 l’aviazione cinese ha ufficialmente preso in carico questo compito andando così a comporre la famosa “triade” nucleare insieme ai missili balistici basati a terra e sui sottomarini.

Il vettore adatto a questo compito, in attesa che sia pronto il nuovo bombardiere dalle caratteristiche stealth ad ala volante H-20, è una versione dell’H-6, la K, in grado di avere capacità convenzionale e nucleare allo stesso tempo.

La Cina sta anche sviluppandone un’altra versione, la N, in grado di trasportare un missile balistico a raggio medio, il DF-21, testato in questa configurazione per la prima volta nel dicembre del 2016.

La dottrina d’impiego dell’arsenale atomico cinese

I vertici militari e politici di Pechino sono convinti che avere la capacità di effettuare un attacco di ritorsione credibile sia uno strumento di deterrenza sufficiente. Questo si riflette in due filosofie che sono alla base della dottrina di impiego delle armi atomiche: il “no first use” ovvero il non ricorre ad un attacco nucleare per primi (che come vedremo a breve potrebbe essere in via di cambiamento) e la spasmodica ricerca della capacità, per l’arsenale, di sopravvivere al primo colpo avversario.

Questo ha comportato una postura tattica che potremmo definire “di minima allerta”, in quanto le forze nucleari (almeno quelle basate a terra) non hanno le testate montante sui missili in circostanze normali.

Secondo Pechino la Cina non intende usare armi atomiche contro nazioni che non ne siano dotate, o in quelle zone definite “denuclearizzate”, e pertanto si impegnano a mantenere una minima capacità di deterrenza in funzione solamente di contrattacco. Qualora però il proprio arsenale atomico venisse minacciato e colpito da un attacco convenzionale proveniente da un qualsiasi avversario, la Cina si riserverebbe il diritto di utilizzare le proprie armi nucleari in risposta. Questo rappresenta un’importante deroga alla regole del “no first use”.

La Cina, però, sembra cambiare molto lentamente anche la sua dottrina e lo sta facendo in funzione del forte miglioramento delle sue capacità di allarme precoce, che la metteranno in grado di effettuare un eventuale lancio su allarme con tutti i rischi di errore del caso.

Il problema, infatti, è la proliferazione di missili balistici a testata convenzionale – di cui dispone anche la Cina peraltro – che, qualora usati per un attacco, potrebbero portare ad una massiccia risposta nucleare in quanto è virtualmente impossibile stabilire se un missile balistico in arrivo sia dotato di testata nucleare o convenzionale.

Anche la dottrina di impiego dei sottomarini, a fronte delle nuove costruzioni soprattutto nel campo degli Slbm, sembra stia cambiando. Se prima non era mai giunta notizia di unità impiegate in pattugliamenti oceanici, così come fa l’Us Navy o la Marina Russa, ora pare che anche la Cina stia effettuando lo stesso servizio. Nel 2015 un Ssbn cinese è stato impegnato in una crociera di 95 giorni e tutto fa supporre che fosse un primo test per uomini e mezzi per valutare le caratteristiche del pattugliamento.

Non è però così semplice. I sommergibili russi o americani hanno delle precise porzioni di oceano in cui effettuano lunghe crociere di pattuglia per poter essere pronti a lanciare i propri missili balistici, e a quanto pare, per ora, la Cina si sta limitando solamente a effettuare questo genere di missioni solo nei suoi “bastioni” ovvero in quei mari prossimi al territorio continentale che comunque, come detto, sono ancora troppo lontani per poter effettuare un lancio missilistico che minacci il territorio continentale americano; non risulta, inoltre, che sommergibili cinesi siano penetrati in profondità nel Pacifico, dove dovrebbero spingersi per poter colpire città come Washington o New York.

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