Era solo questione di tempo, e i robot killer sarebbero entrati davvero in azione; per colpire su un campo di battaglia vero, uno di quegli obiettivi estremamente importanti – o “high-level”, come dicono gli americani – in una di quelle missioni ad altissimo rischio che non possono più prevedere l’impiego uomini in carne e ossa: troppo pericoloso, troppo compromettente. Se le indiscrezioni riportate dalla stampa internazionale si rivelassero fondate – ossia confermassero che il capo del programma nucleare iraniano, lo scenziato Mohsen Fakhrizadeh, è stato eliminato attraverso l’impiego di un arma robotica – la guerra moderna sarebbe passata definitivamente ad uno step successivo: pronta a sdoganare anche l’intelligenza artificiale che svolge il ruolo di “killer”.

Ad alcuni potrebbe sembrare fantascienza, ma sono decine le armi robotiche e le tecnologie letali sviluppate dalle divisioni sperimentali di numerosi eserciti che permetteranno, o già consentono, ad un’Intelligenza Artificiale di individuare un obiettivo ed eliminarlo autonomamente: senza mettere a repentaglio la vita di un pilota o del suo comandante che agisce in remoto, e, se necessario, senza neppure ricevere il suo ordine – che sia attraverso un tablet o per comando vocale.

Conosciamo tutti i droni, è vero. Siamo abituati a vederli in azione con le loro telecamere in Medio Oriente – il teatro per eccellenza dei conflitti ibridi e asimmetrici che non sempre possono vedere schierate sul campo forze speciali da infiltrare ed esfiltrare: troppo pericoloso, troppe perdite -, capaci di svolgere le missioni più delicate nel cuore del territorio nemico. Perché è meglio inviare un drone killer che incrocia a 15mila piedi e sgancia, silenzioso, un missile anticarro Hellfire, o addirittura un missile con “lame rotanti” capace di tranciare in due un suv e i con esso i passeggeri che trasporta; che inviare i Seal. Ma c’è sempre la mano dell’uomo dietro di loro. L’uomo che pilota in remoto, cerca, traccia e punta sull’obiettivo, attende l’ordine del superiore e prime il grilletto. Il futuro, invece, sembra essere un altro: guarda ad armi che possono “pensare per conto loro”, e per quanto possa risultare banale da dire, è già qui.

Se il Mossad – identificato ufficiosamente come il mandante dell’ultima eliminazione avvenuta alle porte di Teheran – ha già sviluppato piattaforme “svelate” come il Dogo – un mini-tank capace si brandire una pistola Glock e uccidere un terrorista, gli eserciti di Stati Uniti, Regno Unito e Russia, non sono da meno. C’è chi sta sviluppando cyborg come Fedor, il robot destinato alle missioni spaziali lanciate da Mosca, anch’esso capace di impugnare una pistola automatica e di usarla; e chi, come gli scienziati del Pentagono, sta studiando navi madre e vettori sottomarini capaci di emergere in superficie e lanciare una serie di armi: missili, siluri, e droni, senza un solo componente d’equipaggio a bordo; o chi elaborata strategie per gli sciami di droni che dovrebbero accompagnare in battaglia di nuovi caccia Tempest sviluppati dagli inglesi. Ma se questo lo sappiano noi, dobbiamo sempre essere abbastanza consapevoli da ricordare che nelle divisioni top-secret la tecnologia sia sviluppando ben altro.

Dai minuscoli elicotteri impiegati dalle forze speciali americane in Afghanistan – i “calabroni”, lunghi appena 12 cm -, ai mini carri armati russi armati di lanciarazzi o lanciafiamme, l’obiettivo degli scienziati militari è sempre il medesimo: il concetto di sacrificabilità che prevede l’aumentare l’impiego di robot sacrificabili, per salvare vite umane, sia per l’obiettivo della missione, ma soprattutto per chi deve portarla a termine. Che si tratti di un pilota da caccia, di una squadra di incursori o di una intera compagnia di fanteria, oramai i vertici militari sono concordi nel non voler mandare esseri umani di fronte a una morte certa. Lo afferma il generale americano Patrick Donahoe, che rivolgendo la sua attenzione alle guerre del futuro e all’impiego di armi intelligenti ha dichiarato: “Non manderemo più i nostri fanti in un tritacarne, perché l’avanguardia sarà composta da automi”. Intenzione confermata dal generale britannico Nick Carter, che guarda ad un esercito britannico del futuro: “Composto da 90 mila uomini e 30mila robot“. Ma non si parla solo di prototipi, come i droni che comporranno gli sciami di “fedeli gregari” e voleranno al seguito degli F-35 o al nuovo caccia da superiorità aerea sviluppato dal Pentagono, e destinato a sostituire l’F-22 Raptor. Qui si tratta di armi già sviluppate in quella segreta corsa agli armamenti che ci lascia immaginare un futuro da Star Wars, in un futuro estremamente prossimo, se non già nel presente: che vede le braccia bioniche impiantate sui reduci dalla Darpa, o i cani-robot  sviluppati dalla Boston Dynamics e già impiegati dalla polizia americana.

Il futuro che si presenta all’orizzonte sembrerebbe guardare infatti a delle “armate ibride” che vedranno interagire sul campo di battaglia soldati altamente addestrati – e forse già protetti dagli esoscheletri – al fianco di piattaforme robotiche che saranno in grado di interagire con loro: andando in avanscoperta, coprendolo loro le spalle, ma, sopratutto, individuando minacce ed eliminando bersagli complessi con la precisione e la potenza di fuoco che possederanno. Certo, tutto si baserà su sensori, telecamere ed algoritmi, e non sull’esperienza di un soldato veterano che “conosce le minacce” alle quali va in contro; ma come è ben noto, l’intelligenza artificiale sa imparare da se stessa – ed è forse questo ciò che preoccupa di più gli esseri umani che da sempre temono l’avvento delle macchine capaci di pensare, e in un futuro distopico, forse anche di ribellarsi.

È ben noto infatti, e da anni, il complesso che potremmo chiamare del “Terminator”, che preoccupa l’opinione pubblica civile come alcuni vertici militari. C’è chi infatti ritiene estremamente pericoloso un androide pensante capace di brandire un’arma automatica, sparando senza sbagliare un colpo; e chi invece teme, nell’ambito della strategia militare, che sia troppo pericoloso affidare tutto agli algoritmi che regolano il funzionamento delle “macchine”: si tratti di un drone con munizioni convenzionali o di una di quelle piattaforme che in futuro potrà addirittura premere il “bottone” e lanciare un missile balistico intercontinentale con testate nucleari multiple Mirv. Va sempre ricordato infatti, che nel pieno della Guerra Fredda fu un uomo, l’ufficiale russo Stanislav Petrov, a pensare che si era verificato un malfunzionamento del sistema, e che evitando di impartire l’ordine di lanciare ordigni nucleari sugli obiettivi chiave degli Stati Uniti, ha sventato la terza guerra mondiale e un sicuro olocausto nucleare. Ciò che è certo, adesso, è che esistono droni ad elica, simili a quelli usati dagli amatori, che sono capaci di volare a bassa quota e sparare con grande precisione e senza rinculo con un fucile d’assalto: come il “Tikad”, progettato da un ex operatore della Special Missions Unit dell’Idf ed ex agente del Mossad. La preoccupazione, dunque, andrebbe concentrata su di loro e dei loro obiettivi. Al futuro, baderemo nel futuro.