Le armi all’Ucraina e il rischio di una nuova guerra di Corea

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Era il 1950 quando dal contenimento puro e semplice lo scontro bipolare si spostava su un nuovo teatro e acquistava natura militare. I problemi dell’Asia venivano lanciati nel calderone della Guerra fredda scatenando la prima “guerra per procura”, come allora la definì Washington. Dopo tre anni devastanti per entrambi i fronti, le due metà della penisola coreana si consegnarono alla storia come due sempiterne sorellastre.

Il conflitto in Ucraina e l’effetto domino in Corea

Più di 70 anni dopo, il termine “guerra per procura” è tornato in voga in certe analisi che ritraggono il conflitto in Ucraina come un corollario a scoppio ritardato del secolo breve. Tuttavia, se quella guerra fu realmente uno scontro indiretto ingeneratosi dalle tensioni fra i due blocchi, oggi è proprio un conflitto europeo a poter scatenare una recrudescenza del conflitto coreano. In sette decadi le provocazioni e le minacce di guerra non sono mancate, soprattutto per via delle ambizioni totalitarie di Kim Jong-un perennemente sospeso tra la guerra all’Occidente e i tentativi di riappacificazione con con il sud tra un’Olimpiade e la zona cuscinetto.

Il conflitto in Ucraina rischia oggi di produrre un pericoloso effetto domino nelle aree un tempo considerate teatri secondari. E questa volta perché i Paesi che un tempo ospitarono quei conflitti per procura oggi patteggiano, fomentati dai loro patron, per alcuni dei contendenti nel complesso scenario della guerra in Ucraina. Fin dallo scoppio del conflitto, la Corea del Nord era stata ritenuta sorvegliata speciale per via dei suoi legami con Mosca. Tuttavia, la pistola fumante, che testimonierebbe il sostegno militare di Pyongyang alla Russia, non è stata trovata. Eppure, Washington sostiene, ribadendolo con forza nel marzo scorso, che la Corea del Nord starebbe fornendo armi e munizioni a Mosca in cambio di aiuti alimentari e altri beni di cui il Paese avrebbe estremo bisogno. Nulla di impossibile, considerando che la questione cibo è un fantasma ancora ben impresso nella società nordcoreana: la carestia e la crisi economica degli anni Novanta restano un incubo per il regime di Kim e la sua tenuta. Il sospetto degli analisti di Washington è infatti che qualcosa di simile sia già in atto, e che la nazione stia vivendo il momento più cupo dall’inizio dalla salita al potere di Kim.

I rapporti tra la Corea del Nord e la Russia

Al centro di questo presunto accordo, che addirittura aprirebbe le porte del Donbass ai lavoratori nordcoreani per la ricostruzione, un presunto faccendiere, Ashot Mkrtychev, cittadino slovacco che avrebbe negoziato la fornitura verso Mosca di decine di armamenti di tipo diverso nonché l’arrivo degli aiuti alimentari via aerei in Corea. Ragioni sufficienti per cadere all’interno delle ipotesi di sanzionamento previste nei confronti della Russia dall’Office of Foreign Assets Control americano.

Sebbene la relazione pericolosa tra Pyongyang e Mosca sia stata agitata come uno spauracchio da entrambe le parti, la postura della Corea del Sud, eternamente pensata come una placida appendice occidentale alle prese con il soft power da K-pop, adesso giunge a schierarsi energicamente con l’Ucraina. A tal proposito, tuttavia, va sfatato un mito: la Corea del Sud esporta armi, verso più Paesi, e questo non costituisce una novità. Solo lo scorso anno Seul ha compiuto un grande balzo avanti: le esportazioni di armi sono aumentate del 140% per un totale di 17,3 miliardi di dollari in carri armati, obici, lanciarazzi da destinare a vari Paesi, anche europei, come la Polonia. Gli ordini da Varsavia, ad esempio, sono stati fondamentali nella sfida che Seul intende perseguire: diventare il quarto esportatore di armi entro il 2027 dopo Stati Uniti, Russia e Francia.

La “discesa in campo” della Corea del Sud

Inizialmente, il Paese aveva espresso palesemente la sua riluttanza ad armare direttamente l’Ucraina, imponendo rigide regole di controllo sulle proprie esportazioni e limitandosi a colmare il divario mondiale in termini di riarmo, rifiutando un coinvolgimento diretto. In parte, la ragione di questa scelta è stata dettata dalla speranza di non inimicarsi Mosca, in vista di un Kim sempre più assertivo. Un’ipotesi che sembra ormai sfumata almeno nel futuro prossimo. Ergo, Seul, a differenza di altri Paesi che si sono immediatamente arruolati nella corsa alle forniture in Ucraina, ha mantenuto il basso profilo. Almeno fino a pochi giorni fa.

In un’intervista, il presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol, prossimo alla sua visita di Stato negli Usa, ha dichiarato che, “se c’è una situazione che la comunità internazionale non può tollerare, come un attacco su larga scala contro i civili, un massacro o una grave violazione delle leggi di guerra, potrebbe essere difficile per noi insistere solo sul sostegno umanitario o finanziario”. Una dichiarazione eminentemente politica che sgombera il campo da qualsiasi ulteriore dubbio. E che palesa un aspetto ulteriore di questo strano revival di Guerra fredda che fredda non è: al di là delle potenze che muovono più o meno da vicino le due Coree, il conflitto ucraino potrebbe diventare presto o tardi la ragione per il riaccendersi del conflitto-armato-fra i due frenemies. Solo pochi giorni fa, l’esercito sudcoreano ha sparato colpi di avvertimento per respingere una nave nordcoreana rea di aver attraversato il confine marittimo tra le due Coree. Nel frattempo, a Seul, la popolazione viene “addestrata” ad affrontare l’impensabile, facendo scorta di acqua e cibo, imparando le vie di fuga principali. Se dovesse esplodere un nuovo conflitto nessuna delle generazioni che immemori del precedente sarebbe pronta ad affrontarlo: soprattutto perché si tratterebbe di una guerra di certo non con combattuta con “pietre e bastoni”.