Il summit del G20 a Bali, che si terrà i prossimi 15 e 16 novembre, potrebbe essere l’occasione per l’incontro decisivo tra Vladimir Putin e Joe Biden.

Mosca pronta a negoziare

A dichiararlo è Mosca, ormai alle prese con il doppio binario (escalation/aperture al negoziato) da più di qualche settimana. “La Russia non rifiuta di tenere dei negoziati con gli Stati Uniti a margine del vertice del G20 qualora dovesse essere presentata una proposta in merito”, queste le parole del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, all’emittente televisiva Rossija 1. “Abbiamo detto molte volte che non rifiutiamo mai gli incontri, e se arriverà una proposta, la prenderemo in considerazione”, ha dichiarato Lavrov in merito a un possibile incontro fra i presidenti di Russia e Stati Uniti. Il tono, inusualmente conciliante, stride con la ripresa dei bombardamenti sulle principali città ucraine ma è anche segno del disperato tentativo russo di procurarsi una exit strategy, pur mantenendo i toni apocalittici per salvare la faccia in patria.

Biden e il disperato bisogno di trattare

Ma dalla pace ha molto da guadagnare anche Washington, alle prese con rumorose frenate nell’appoggio a Kiev: Biden ha estrema necessità di dare conto ai suoi detrattori in patria che probabilmente strapperanno le midterm. Il summit, poichè previsto per metà novembre, avverrà a urne già chiuse da una settimana, ma anche solo un annuncio potrebbe cambiare le sorti del bidenismo (ammesso che esista). Ben presto, infatti, il Congresso degli Usa potrebbe chiudere severamente i rubinetti al sostegno economico e militare a Kiev, e le sorti del conflitto potrebbero cambiare decisamente. Pertanto, c’è non solo necessità di mettere del pepe sulle responsabilità europee nel sostegno a Kiev, ma di fronteggiare gli altri 18 grandi del mondo, nel tentativo di far rivivere un certo “concerto delle nazioni”. O quanto meno persuaderli dell’utilità della pace.

Le resistenze nel G20

Biden sta ora spingendo al massimo per tenere insieme quella che è diventata una missione centrale per la sopravvivenza della sua presidenza: mantenere la coalizione globale e nazionale a sostegno dell’Ucraina. Non è semplice, ad esempio, trattare con l’India di Narendra Modi, che vive da eterna non allineata, pur intrattenendo importanti legami militari ed economici con la Russia. Ma la Casa Bianca non perde le speranze: Modi ha affrontato Putin in un vertice il mese scorso, sostenendo a viso aperto che “l’era di oggi non è di guerra” e che Putin dovrebbe “prendere un sentiero di pace”. Qualche altra opportunità di fare squadra potrebbe provenire dal Sudafrica e qualche altro Paese, che potrebbero appoggiare la manovra del presidente Usa, soprattutto in seguito dell’intensificarsi dei nuovi bombardamenti russi sulle città ucraine.

Quanto ai Paesi in via di sviluppo in Africa, Sud America e Sud-est asiatico sono stati colpiti in modo sproporzionato dall’aumento dei prezzi del carburante e dalle carenze alimentare globale causate dalla guerra. Convincere queste componenti del G20 che le responsabilità siano russe e che l’iniziativa diplomatica americana possa essere la luce in fondo al tunnel, sarà un altro arduo compito della presidenza Biden, che proprio negli ultimi giorni ha portato a compimento l’ennesimo tentativo di rinforzare il legami con l’America latina.

Un contributo importante potrebbe giungere dal presidente turco Erdogan che, presumibilmente, domani verrà mandato in avanscoperta dalla Nato. Il presidente incontrerà Putin in quel di Astana: dallo scoppio del conflitto in Ucraina il sultano prova in ogni modo a divenire ago della bilancia, rilanciando messaggi dell’una e dell’altra parte, spacciandoli per sue “sensazioni”. In gioco c’è la sua rispettabilità nella NATO, il tentativo di ripulire la propria immagine internazionale, tenere le redini del suo Paese in vista del 2023. La posta in gioco è altissima: la gratitudine sine die dell’Occidente, il ruolo di guardiano verso est ma soprattutto la stretta di mano di Biden.

Ed è proprio in ambito Nato che quest’oggi giungono le esortazioni lapidarie di Jens Stoltenberg, in occasione della conferenza stampa al quartier generale della Nato in vista della ministeriale Difesa in programma domani: “La Russia sta continuando i suo i attacchi indiscriminati contro civili e infrastrutture strategiche ma il nostro messaggio è chiaro: la Nato è e resterà al fianco dell’Ucraina sino a quando sarò necessario”. L’Alleanza atlantica, nelle sue parole, abbraccia-se ancora ci fossero dubbi-la battaglia per l’Ucraina libera: “E’ importante per noi che l’Ucraina che vinca questa guerra e respinga la invasione delle truppe russe”, ha aggiunto. “Se Putin non è solo una sconfitta per Kiev ma anche per tutti noi, perché renderebbe il mondo più vulnerabile ad una nuova aggressione da parte di Mosca”. 

Il disastroso precedente

Il presidente americano troverà a Bali un terreno gravemente accidentato e non solo per via del gelo con Mosca. L’ultimo summit, infatti, si era chiuso piuttosto bruscamente. I diplomatici delle principali nazioni industrializzate del mondo non sono riusciti l’8 luglio a trovare un terreno comune sulla guerra russa in Ucraina e su come affrontare il suo impatto sulle spedizioni di grano e sui mercati energetici. Il ministro degli Esteri russo aveva abbandonato le due sessioni tra le critiche alla guerra in Ucraina e le richieste alla Russia di consentire a Kiev di spedire grano nel mondo. L’incontro si è concluso senza una foto di gruppo né un comunicato finale rilasciato come da rito: un’ulteriore prova di una divisione Est-Ovest guidata da Cina e Russia da un lato e Stati Uniti ed Europa dall’altro. L’agenda dell’incontro era stata scossa anche dalle dimissioni del primo ministro britannico Boris Johnson, che avevano portato l’allora sua ministra degli esteri, Liz Truss, costretta a lasciare Bali, e dall’assassinio dell’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe.

A Bali Biden si giocherà i prossimi due anni della politica estera americana: in ballo non c’è solo la trattativa con la Russia a proposito della guerra in Ucraina ma anche il sempiterno ping pong con la Cina, la credibilità vero i Paesi in via di sviluppo, il rapporto altalenante con Ankara. Per la partita domestica, tuttavia, potrebbe già essere troppo tardi.