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Il generale Charles Q. Brown Jr. è il nuovo capo di Stato maggiore dell’Usaf, l’aviazione americana, dal 9 giugno 2020 e, al pari di altri suoi colleghi, a poche settimane dall’assunzione del comando ha elaborato un piano programmatico rivoluzionario che, oltre a plasmare l’U.S. Air Force per i prossimi anni, suona come un monito. Il titolo del documento scritto dal generale e pubblicato ad agosto, infatti, è “Accelerare il cambiamento oppure perdere”.

Nell’incipit il capo di Stato maggiore è lapidario ed esplicito: “la nostra Air Force deve accelerare il cambiamento per controllare e sfruttare il dominio aereo secondo gli standard che la nazione si aspetta e richiede da noi. Se non cambiamo, se non ci adattiamo, rischiamo di perdere la sicurezza con cui abbiamo difeso i nostri interessi nazionali per decenni. Rischiamo di perdere una battaglia di alto livello. Rischiamo di perdere aviatori di qualità, la nostra credibilità e la nostra capacità di garantire il nostro futuro. Dobbiamo muoverci con uno scopo: dobbiamo accelerare il cambiamento oppure perdere (in inglese Acol – Accelerate Change Or Lose). Il documento Acol è il risultato della mia valutazione dettagliata. Descrive il motivo per cui l’Air Force deve accelerare il cambiamento al fine di restare la Forza Aerea e dominante e più rispettata al mondo”.

La considerazione parte da un presupposto che abbiamo più volte riportato sulle nostre colonne: gli equilibri globali sono mutati, e sono mutate anche le minacce che non sono più di carattere asimmetrico, quindi riguardanti la lotta al terrorismo o a fazioni di insorti in scenari come l’Iraq, l’Afghanistan o la Somalia, ma stiamo assistendo, ormai da un decennio, al ritorno in auge della possibilità di un conflitto convenzionale come ai tempi della Guerra Fredda grazie al riarmo di potenze statuali come la Cina o la Russia.

Il generale Brown è infatti molto lucido nella sua disamina quando afferma che “gli avversari, in particolare la Cina, hanno compiuto e continuano a compiere sforzi aggressivi per eliminare il vantaggio degli Stati Uniti nelle capacità di combattimento e per sfidare gli interessi e la posizione geopolitica statunitense. Mentre la nazione era concentrata sul contrasto alle organizzazioni estremiste violente, i nostri concorrenti si sono concentrati sulla nostra sconfitta. Hanno studiato, elargito risorse, e introdotto sistemi specificamente progettati per sconfiggere le capacità dell’aeronautica militare statunitense che ha sostenuto il modo di fare la guerra americano per una generazione”.

Di particolare interesse è una presa di coscienza mai vista negli ultimi 30 anni, ovvero da quando gli Stati Uniti sono rimasti sostanzialmente l’unica potenza dalle caratteristiche davvero globali. Viene infatti messo nero su bianco che non bisogna più cullarsi nell’illusione che le coste statunitensi siano al sicuro – fondamento della strategia di Washington sino alla Seconda Guerra Mondiale, che poi ha ceduto il passo al controllo dei mari e delle vie di comunicazione in generale – e che si deve essere preparati ad affrontare i tentativi degli avversari di mettere a rischio il territorio degli Stati Uniti con metodi non convenzionali, convenzionali e anche con l’arsenale nucleare.

Pertanto il potere aereo, il dominio dei cieli, non è più un “diritto di nascita” per Washington, e c’è bisogno di cambiare le dottrine così come di modernizzare e migliorare i mezzi e la formazione del personale. Perché per via dei progressi tecnologici compiuti da potenze come la Cina o la Russia, la superiorità aerea non è più scontata e dovrà essere guadagnata “sul campo” restando anche del tutto relativa, perdendo quindi la caratteristica di assolutezza che ha avuto in queste ultime decadi di conflitti asimmetrici; caratteristica che ha, in un certo qual modo, viziato le menti di militari e politici.

Un esempio eclatante di questo atteggiamento è dato dalla storia del caccia di quinta generazione F-22 Raptor. Progettato al tempo della Guerra Fredda, avrebbe dovuto entrare in servizio nell’Usaf in 648 esemplari per sostituire la linea di F-15 – che non a caso sono ancora in servizio – invece, a fine produzione, ne sono stati ordinati solo 186: del tutto insufficienti a coprire le esigenze dell’aviazione statunitense di oggi.

La decisione di decurtare di l’ordine di acquisto a meno di un terzo rispetto a quanto originariamente preventivato è da attribuire al senso di “sicurezza” della politica di oltre Atlantico che, non senza una buona dose di miopia, non riteneva necessario un velivolo nato per ottenere la superiorità aerea contro i velivoli sovietici in un mondo dove era sparita una minaccia di questo tipo. Il problema è che la minaccia, come visto, non era affatto sparita ma solo “nascosta” da un lungo periodo di conflitti asimmetrici che hanno gettato fumo negli occhi a militari e politici. Il generale Brown ne è pienamente consapevole tanto che, in calce al suo documento, cita una frase di Giulio Douhet, generale e teorico della guerra aerea, che nel lontano 1921 affermava che “la vittoria sorride a coloro che anticipano i cambiamenti, non a coloro che attendono di adattarsi ai cambiamenti avvenuti”.

Pertanto viene lanciato un vero e proprio allarme quando si afferma che nell’Usaf, nonostante certe avvisaglie date dalla National Defense Strategy, non c’è ancora sufficiente urgenza per il cambiamento, e che all’attuale ritmo evolutivo non sarà possibile mantenere il vantaggio statunitense in combattimento.

L’U.S. Air Force deve quindi raddoppiare gli sforzi per “accelerare” i cambiamenti necessari e deve adattarsi in modo da poter sostenere ancora quella che è la peculiarità dell’arma aerea: la proiezione della deterrenza strategica in tempi rapidi e su scala globale. Qui il generale pecca forse di superbia perché, dopo tutto, non considera le capacità di proiezione di forza dell’U.S. Navy e del Corpo dei Marines, che, non a caso, stanno vivendo in questi ultimi mesi un cambiamento epocale che ne trasformerà i compiti e l’assetto proprio in funzione del mutamento della minaccia.

La posta in gioco è quindi “adattarsi, accelerare i cambiamenti oppure perdere” cioè vedere minacciato il dominio statunitense al punto che le stesse coste degli Stati Uniti potrebbero non essere più sicure. Ma è sufficiente avere un personaggio carismatico, assolutamente quotato e rivoluzionario, come il generale Brown a capo dell’Usaf per garantire il successo di una riforma simile? Non necessariamente. Come riporta The National Interest, i capi del servizio navale americano hanno operato una rivoluzione culturale negli anni ’90, ma la loro era semplice da progettare: hanno ordinato all’U.S. Navy e ai Marines di “deporre le armi” in tempi tranquilli, un cambiamento facile da fare. È tutta un’altra cosa riprendere le armi e riapprendere le abilità di combattimento in tempi come oggi, quando i pericoli si stanno accumulando ma non hanno preso completamente forma per via di una serie di nuovi armamenti e, quindi, di nuove dottrine di impiego.

Per quanto riguarda l’Usaf, poi, ci sono dei gravi problemi strutturali da affrontare che derivano in parte dall’impiego che se ne è fatto negli ultimi 20 anni, in parte dai tagli al bilancio. L’utilizzo di mezzi e uomini in operazioni ad alta intensità e frequenza, sebbene in conflitti in cui non vi era una minaccia simmetrica, li ha fortemente usurati al punto che, per fare un esempio, i bombardieri strategici convenzionali B-1B hanno dei seri problemi di disponibilità. Sempre in questo lasso temporale, nazioni come Russia e Cina hanno modernizzato le loro armi e sistemi nucleari e pertanto per stare al passo, ha detto il generale Timothy Ray, capo dell’Air Force Global Strike Command, gli Stati Uniti devono modernizzare la propria flotta di bombardieri, sottomarini e missili balistici intercontinentali (la famosa triade nucleare), in parte sviluppando nuove tecnologie ma soprattutto lavorando in sinergia con le aziende private della Difesa. Questo è il modo in cui Global Strike Command intende rispondere proprio al documento del generale Brown.

L’Usaf, a ben vedere, ci sta già lavorando con lo sviluppo del bombardiere B-21 Raider, ma fino a quando non saranno pronti abbastanza dovrà continuare a fare affidamento sulla flotta di bombardieri B-1B, B-2 e B-52H esistente, che è in rapida obsolescenza nonostante le modernizzazioni, che permetteranno, ad esempio, agli Stratofortress di restare in servizio sino a metà del secolo.

La chiave del successo per l’accelerazione, secondo il generale Brown, è la collaborazione. Collaborazione tra la politica, l’ambiente militare, la ricerca, l’industria della Difesa (nuova ed emergente), ma il limite dell’analisi, come avviene spesso, è che non viene detto empiricamente come attuarla.

Esiste anche un’altra chiave di lettura che potrebbe spiegare questi “allarmi” che vengono lanciati da diversi settori della Difesa statunitense: una percezione erronea della minaccia. È già capitato nella storia che Washington sovrastimasse l’arsenale, nella fattispecie quello nucleare, di Mosca e che quindi si lanciasse in una corsa agli armamenti che innesco la relativa risposta sovietica in una sorta di circolo vizioso partito da un’erronea valutazione delle capacità dell’avversario.

Oggi certamente gli assetti che permettono di “spiare” quello che viene fatto in Russia o in Cina non sono affatto paragonabili a quelli di oltre mezzo secolo fa, però bisogna specificare, per completezza, che tutte queste nuove armi, come i missili ipersonici, i veicoli di rientro per missili balistici Hgv, i siluri o missili da crociera a propulsione atomica e gli stessi caccia di quinta generazione, non hanno mai visto un campo di battaglia a differenza degli assetti della generazione precedente. Questo non significa minimizzare la minaccia di queste nuove tecnologie, che potrebbero essere rivoluzionarie, ma semplicemente sottolineare la necessità di un’attenta e misurata valutazione delle forze in campo, che deve tenere conto anche del loro numero non solo del livello tecnologico.

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