Il timore che la crisi economica dovuta dalla pandemia di coronavirus possa favorire “scalate” azionarie in aziende strategiche per la Difesa, l’Energia e le nuove tecnologie è elevato. In molti Paesi -tra cui l’Italia- hanno iniziato a ragionare su come imporre il golden power alle attività finanziarie, con l’obiettivo di evitare che soggetti esteri possano approfittare della crisi per aumentare le quote azionarie di aziende strategiche. Per evitare ciò, negli Stati Uniti il sottosegretario alle acquisizioni e il sostegno, Ellen Lord, ha recentemente espresso tutta la preoccupazione del Pentagono su questo tema, chiedendo di aumentare gli sforzi affinché sia possibile controllare i movimenti azionari delle aziende.

Il timore principale

Il rischio paventato da Ellen Lord è che alla fine della pandemia e della crisi economica ci saranno delle società indebolite con, potenzialmente, molti capitali all’interno dei bilanci provenienti da Paesi terzi. La paura è che la Cina possa approfittare della situazione, aumentando gli investimenti nelle start-up statunitensi impegnate nello sviluppo di nuove tecnologie trasferibili potenzialmente in ambito militare o rilevanti per la sicurezza nazionale. Le startup, nella logica del Pentagono, saranno le prime da difendere da eventuali “attacchi” finanziari, anche perché molte società potrebbero cedere tecnologie di nuova generazione a Pechino in cambio di investimenti necessari per mantenerle in vita in questa situazione di difficoltà.

Ma non solo le start-up impensieriscono il Pentagono, perché anche per le grandi aziende della Difesa la pandemia di Coronavirus avrà ripercussioni finanziarie -probabilmente- peggiori della crisi del 2008 e di quella successiva agli attentati dell’11 settembre 2001. Il rischio di esporsi sui mercati commerciali è elevato, ma -a differenza delle startup- le principali aziende del settore hanno potuto ridurre la produzione e il personale impiegato al fine di limitare le spese salvaguardando il bilancio.

Il “vantaggio” cinese

Se nel comunicato stampa non si fa alcun accenno alla Cina, è facilmente immaginabile che siano proprio le possibili mosse di Pechino a preoccupare maggiormente. Questo perché nonostante i casi di ritorno la Cina sembra aver superato -almeno ufficialmente- la fase più intensa dell’epidemia, ma non solo. Le misure contenitive prese dal governo di Pechino hanno riguardato solamente una regione, per giunta non primaria, del vastissimo territorio, lasciando la possibilità di lavorare -con le dovute accortezze- alle aziende della zona di Pechino e Shanghai. A ciò si aggiungono i fondi statali che vanno costantemente a pompare i bilanci delle società cinesi, avvantaggiandole rispetto alla concorrenza su scala globale essendo meno esposte ai rischi di impresa offrendo, tra l’altro, prezzi decisamente minori.

Se la crisi economico-finanziaria e l’epidemia di coronavirus dovessero permanere per un lungo periodo di tempo, allora non solo le startup sarebbero esposte a potenziali investimenti cinesi ma anche le grandi aziende. Lockheed Martin, Boeing, Northrop Grumman, Raytheon, General Dynamics, così come l’europea Airbus, rischierebbero di essere sopraffatte dalle aziende cinesi sui mercati, non riuscendo a riprendere la produzione a ritmi elevati e perdendo così commesse miliardarie. Uno scenario, praticamente, apocalittico che i governi vogliono evitare a tutti i costi.

Il piano statunitense

Per questo motivo è necessario dotare lo Stato di strumenti necessari per controllare e monitorare costantemente le attività finanziarie delle aziende strategiche, così come delle start-up. Un “collasso” dal basso del sistema minerebbe le basi di ogni attività di ricerca e sviluppo nell’ambito delle nuove tecnologie, nella quale -soprattutto negli Stati Uniti- sono maggiormente attive le startup. La perdita di queste capacità obbligherebbe le grandi aziende a reinvestire su questo comparto, trovandosi molto indietro rispetto alla concorrenza portata dalla Cina.

La richiesta di Ellen Lord, oltre che del Pentagono, è di proteggere la base industriale degli Stati Uniti, ampliando il novero di società strategiche e incrementando la vigilanza su eventuali investimenti in arrivo da Paesi potenzialmente avversari.

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