Guerra /

C’è una foto che in queste drammatiche ore sta circolando sui social. In realtà una composizione di due immagini che ritraggono due elicotteri, simili, in due epoche molto lontane nel tempo, che atterrano in due città diverse, ma per lo stesso scopo: evacuare il personale diplomatico statunitense.

La prima è stata scattata a Saigon, la capitale dell’ex Repubblica del Vietnam, e mostra un CH-46 Sea Knight in atterraggio sul tetto dell’ambasciata americana nelle tragiche ultime ore di vita del Vietnam del Sud. La seconda è stata scattata domenica mattina, e ritrae un CH-47 Chinook mentre compie la stessa manovra, ma nei pressi della legazione statunitense di Kabul, la capitale dell’Afghanistan. Quella foto che ci arriva dal 1975 è una delle tante, e nemmeno la più famosa, dell’epilogo di un altro tragico conflitto durato un decennio: quello che è comunemente conosciuto come “Guerra del Vietnam” ma che abbracciò – clandestinamente – anche il Laos e la Cambogia.

È stata definita una “sporca guerra”, con l’ipocrisia, o forse con il disincanto, di chi pensa che ci siano guerre “pulite”, ed il suo epilogo non poteva che essere altrettanto drammatico: dopo la rotta dell’esercito sudvietnamita, sotto i colpi di quello del Nord e dei Vietcong, col nemico ormai alle porte della capitale, una massa di profughi cercava disperatamente vie di fuga per sottrarsi alle vendette del nemico, mentre il personale diplomatico occidentale organizzava le operazioni di evacuazione.

Il primo aprile 1975, infatti, prendeva il via l’operazione Frequent Wind per evacuare il personale Usa e sudvietnamita che durante i lunghi anni di guerra aveva collaborato con gli americani.

Washington mobilitò tutte le sue risorse militari, e in 30 giorni 51888 persone, di cui 6763 da parte dei velivoli Usa che hanno fatto registrare l’impressionante cifra di 19mila sortite, erano state portate in salvo. Sono però le ultime ore quelle che sono rimaste impresse nella storia: le immagini degli elicotteri che atterravano sui tetti dei palazzi di Saigon e che venivano gettati in mare dal ponte delle portaerei per fare spazio, sono rimaste nella nostra memoria collettiva. A proposito: la famosa fotografia dell’UH-1 Huey atterrato sulla sommità di un edificio con la fila di persone pronte a salire non ritrae il tetto dell’ambasciata statunitense, ma quello di un palazzo poco distante.

Dicevamo che gli ultimi momenti di quel conflitto, con i nordvietnamiti e i vietcong a cingere d’assedio Saigon, sono rimasti impressi nella storia: la gente che premeva sui cancelli dell’ambasciata Usa, gli elicotteri sempre in volo, il fumo dei combattimenti e dei documenti riservati dati alle fiamme, la bandiera a stelle e strisce ammainata e ripiegata.

Ci sono evidenti analogie con quanto sta accendo in queste ore a Kabul, ed è per questo che i giorni che stiamo vivendo, indipendentemente da quello che riserverà il futuro, resteranno nella storia: immagini altrettanto potenti ci giungono dall’Afghanistan, come le file di profughi ai valichi di frontiera o quelle dell’incessante ponte aereo per evacuare il personale diplomatico occidentale, tra cui quello italiano.

Ancora gli elicotteri protagonisti, perché i talebani hanno tagliato le vie di accesso all’aeroporto della capitale afghana, esattamente come i nordvietnamiti avevano isolato e circondato l’aeroporto di Tan Son Nhut, lo scalo utilizzato dagli Stati Uniti per l’evacuazione dal Vietnam.

Ancora la tragedia dei profughi, che si sono visti i valichi di frontiera a nord, con l’Uzbekistan, prima chiusi dalle autorità uzbeke, poi passati sotto controllo talebano. Centinaia, forse migliaia di ex appartenenti alle Ansf (Afghan National Security Forces) e alle altre milizie rimasti bloccati al di qua del confine, con, sulla testa, il peso di una condanna a morte per aver collaborato con “l’invasore”, nonostante le rassicurazioni di una possibile amnistia da parte dei talebani.

Amnistia che quasi certamente non ci sarà, almeno non per tutti. Perché i talebani, in questi giorni, stanno mostrando – ancora una volta – il loro vero volto: esecuzioni sommarie, a macchia di leopardo, di militari governativi, espulsione di donne da uffici pubblici e scuole e condanne a morte eseguite negli stadi. Un copione già visto. Arrivano anche rapporti di uccisioni di studentesse. Le donne, ancora una volta, pagheranno il prezzo più alto insieme ai soldati: venti anni di progresso azzerati in pochi giorni, con lo sfaldamento delle Ansf, che si sono disgregate ancora più rapidamente una volta caduta Mazar-i-Sharif, la storica roccaforte della resistenza ai talebani nel nord del Paese.

Un dramma nel dramma è proprio quello dei collaboratori delle forze occidentali e delle loro famiglie, che è quasi sicuro saranno oggetto di vendetta: il “collaborazionismo” non viene mai scontato nei giorni immediatamente successivi al termine di un conflitto.

Del resto questo quadro lo abbiamo già visto. Le analogie col conflitto vietnamita non si fermano, infatti, all’evacuazione e agli elicotteri che volano ininterrottamente per fare la spola, ma anche per le masse di profughi in fuga – che in Vietnam non diminuirono nemmeno a conflitto ultimato prendendo il nome di “boat people” – che premono ai confini per cercare scampo dal ritorno dell’integralismo islamico: un dramma umanitario che, molto probabilmente, presto passerà nel dimenticatoio.

Perché se c’è una verità, scomoda, in questi venti anni di conflitto in Afghanistan, è stata la poca attenzione mediatica che gli è stata dedicata: si parlava di quel Paese solo quando, disgraziatamente, uno Ied, un ordigno improvvisato usato per le imboscate, esplodeva provocando morti tra i militari del nostro contingente. Dopo i primissimi anni in cui è cominciata la missione, l’Afghanistan è quasi del tutto sparito dalle cronache: c’è una generazione di ventenni italiani, oggi, che – forse – sta sentendo parlare di quel luogo e di quella guerra solo in questi ultimi giorni per via dei tragici fatti a cui stiamo assistendo. Sembra quasi che si sia voluta dimenticare quella guerra, così come, immediatamente dopo il termine del conflitto nel Sudest Asiatico, gli americani hanno voluto – colpevolmente – dimenticare il Vietnam nonostante i 58mila morti che è costato loro.

Ecco perché è importante parlare dell’Afghanistan, parlare del destino dei nostri collaboratori afghani come dei nostri morti, quei 53 “ragazzi con le stellette” che hanno lasciato la vita nella polvere di un Paese lontano. Perché l’Afghanistan è, in un certo senso, il “nostro Vietnam”, e perché ci sono ancora quasi 4mila afghani – se contiamo i familiari dei collaboratori – che vanno portati in salvo prima che la vendetta talebana scenda su di loro. Il tempo è poco: si calcola che entro 36 ore (al più tardi martedì nelle più ottimistiche previsioni) il ponte aereo andrà ad esaurirsi con la fine dell’evacuazione del personale statunitense. Sbrighiamoci. Altrimenti sarà, davvero, un altro Vietnam.