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Non proprio un fulmine a ciel sereno, ma quasi. La notizia delle avanzate di Haftar spiazza, ancora una volta, l’Italia e soprattutto impensierisce governo e diplomazia. È vero che con il generale della Cirenaica da mesi il nostro paese torna ad avere buoni rapporti, ben sottolineati dagli incontri bilaterali tenuti tra lo stesso Haftar ed il premier Conte. Ma è altrettanto vero che il percorso che sta portando il generale verso Tripoli è più veloce del previsto e, soprattutto, non in linea con gli equilibri faticosamente retti in Libia anche grazie alla mediazione italiana.

Superati gli equilibri di Palermo

L’impressione di queste ore è che Haftar, in questi mesi, ha avuto di sé la percezione di un leone forzatamente messo in gabbia. Pur avendo forze a disposizione per prendersi almeno i due terzi del paese, si incontra per due volte con Al Sarraj, sottoscrive gli impegni con l’Onu per la road map che dovrebbe portare alle elezioni, fa una “capatina” a Palermo in occasione del vertice organizzato dall’Italia e recita la parte di chi ha tutto l’interesse ad essere un “semplice” attore come tutti gli altri. Poi però, non appena ha modo di rompere gli indugi, nel giro di due mesi esce allo scoperto e sparando pochi colpi prende prima il Fezzan ed adesso è a 100 km da Tripoli. Una prova di forza grazie alle quale Haftar, alla vigilia della conferenza nazionale di Ghadames, può dimostrare di poter prendere la Libia come e quando vuole e che, in fin dei conti, è con lui che bisogna avere a che fare per rimettere assieme i cocci di un paese non più Stato dal 2011.

A prescindere dalle evoluzioni delle prossime ore, gli scontri a sud di Tripoli determinano la fine dell’equilibrio instauratosi dopo il vertice di Palermo. Quella ragnatela di rapporti intessuti tra tribù, fazioni, milizie e gruppi di ogni tipo nel capoluogo siciliano, oramai ha poco significato. Quel fragile equilibrio, che un’Italia nuovamente dialogante con Haftar ed interlocutrice con i vari attori impegnati nel paese riesce a fatica a mantenere, non c’è più. Potrebbero giungere nelle prossime ore accordi di cessate il fuoco e nuovi compromessi, ma il punto cardine della situazione è oramai ben chiaro: il generale uomo forte della Cirenaica, è adesso l’uomo forte di tutto il paese. Haftar, rispetto a Palermo, non è uno dei più importanti attori impegnati nello scacchiere libico, bensì il potenziale unico regista.

E di questo l’Italia deve rendersene conto e prendere le adeguate contromisure. Per la verità, è già da gennaio che Roma ha la possibilità di rendersi conto di questo cambiamento, da quando cioè Haftar inizia l’avanzata nel Fezzan, ed intervenire. Ma il silenzio, forse voluto o forse figlio di un immobilismo a sua volta generato dall’effetto sorpresa per le mosse del generale, è l’elemento che più caratterizza la nostra strategia.

Gli spazi di manovra per l’Italia

Quando i soldati legati ad Haftar iniziano la marcia verso le zone poste a 100 km da Tripoli, il presidente del consiglio Giuseppe Conte è in Qatar ad inaugurare la nuova ambasciata italiana. Certo, è solo una coincidenza il fatto che il generali inizi ad avanzare verso la capitale mentre il capo del governo italiano stringe la mano agli emiri che finanziano i Fratelli Musulmani, suoi acerrimi nemici. Una coincidenza appunto, ma in ogni caso un brutto biglietto da visita per il nostro paese in vista della nuova situazione venutasi a creare in Libia. L’equidistanza italiana riassunta comunque ad un sostegno mai messo in discussione fornito ad Al Sarraj, in questo momento appare nociva per le ambizioni del nostro Paese. Questo non vuol dire che occorre abbandonare il governo stanziato a Tripoli, ma semplicemente mettere al corrente l’alleato Al Sarraj della nuova situazione. E cioè che Haftar, a differenza sua, è in grado di controllare l’80% del paese e bussare alle porte della capitale.

Di conseguenza, gli stessi alleati di Al Sarraj, a partire dai Fratelli Musulmani, devono a loro volta prendere atto delle evoluzioni verificatesi sul campo nelle ultime settimane. In poche parole, l’Italia adesso dovrebbe condurre a più miti consigli coloro che, spesso da sola, sostiene dal 2016 a questa parte. La situazione per il nostro paese non è compromessa, ma se si continua a confidare nella buona riuscita del piano Onu a dispetto di una realtà che parla di come Haftar riesca a conquistare ampie fette di territorio senza nemmeno sparare un colpo, allora si rischia di perdere tempo e terreno prezioso.

L’Italia può giocare le sue carte partendo da alcuni presupposti fondamentali. In primis, Haftar è sì l’unico in grado di unificare ampie fette di paese, ma non ha i mezzi per conquistare per intero la Libia e dunque ha bisogno sempre del ruolo di Roma come mediatore con gli attori impegnati nell’intricata matassa libica. Qualora, per assurdo, il generale arrivi militarmente a mettere piede in tutto il territorio, non può in ogni caso fare a meno dell’Italia: la nostra conoscenza del paese ed il nostro essere in pianta stabile da decenni tra il Sahara ed il Mediterraneo, sono elementi vitali per Haftar. Partendo quindi dal presupposto sopra citato del superamento degli equilibri di Palermo, Roma deve riprendere quanto prima l’iniziativa per arrivare ad instaurarne di nuovi in base alle situazioni venutesi a creare negli ultimi mesi. E lo deve fare il più in fretta possibile, iniziando quanto meno a battere dei colpi a dispetto di un silenzio troppo marcato da diverse settimane a questa parte.

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