Dopo aver sopportato per anni, in silenzio, l’ascesa della Cina nella regione pacifica, l’Australia ha deciso che è arrivato il momento di intervenire. Non solo a parole o con dichiarazioni pungenti, ma anche e soprattutto con fatti concreti. Canberra, trait d’union tra Asia e Oceania, ha annunciato la revisione delle sue strategie difensive e un aumento delle spese militari. Il motivo è semplice, e ha a che fare proprio con la recente tensione venutasi a creare tra Australia e Cina.

Come se non bastasse, ha spiegato il premier australiano, Scott Morrison, la pandemia di Covid-19 “ci darà un mondo più povero, più pericoloso e più disordinato”. Dunque è meglio non farsi trovare impreparati di fronte a possibili imprevisti.

In ogni caso, questo è il piano dell’Australia: investire nei prossimi dieci anni la bellezza di 270 miliardi di dollari australiani, cioè oltre 165 miliardi di euro, per nuove armi a lungo raggio (prodotti dagli Usa e con un raggio di 370 chilometri), nuove piattaforme, come ad esempio i droni, e altri strumenti per la cyber-guerra. Saranno poi ampliate le capacità della Marina e dell’Aviazione e verrà ulteriormente migliorato il coordinamento con gli Usa. “Dobbiamo affrontare la realtà: stiamo andando in una nuova era strategica, meno benigna”, ha detto Morrison in un discorso guardando alla fine dell’indiscussa egemonia Usa e alla parallela crescita della Cina.

Difendere il “cortile di casa”

Morrison ha quindi illustrato la strategia di Canberra. L’Australia è pronta a inviare truppe più lontano “dove è nel nostro interesse nazionale farlo”. Questa prospettiva potrebbe accadere sia per rispondere alle minacce esterne che per difendere il proprio “cortile”.

Detto altrimenti, la Forza di difesa australiana si concentrerà sulla costruzione di “capacità di deterrenza più forti” per aumentare il costo per ogni potenziale aggressore. In ogni caso, l’Australia manterrà la politica di Morrison “Pacific Step-Up“, annunciata nel 2018 per ricostruire il supporto tra gli alleati regionali alla deriva verso Pechino.

Il piano monstre di Canberra

Tornando al piano militare di Canberra, l’Australia aumenterà in modo significativo gli investimenti nelle capacità spaziali di difesa, compresa una rete di satelliti per creare una rete di comunicazioni indipendente. Il governo australiano ha anche indicato la sicurezza informatica come la chiave della strategia di difesa dell’Australia, un giorno dopo aver annunciato la “più grande spinta mai avuta” nella spesa per la sicurezza informatica.

Scendendo nel dettaglio, si tratta di un aumento di circa il 10%, che porta il budget per il prossimo decennio a 15 miliardi di dollari australiani. Canberra, infatti, a detta dell’esecutivo locale, sarebbe stata presa di mira da un’ondata di cyber-attacchi che si sospettano provenienti dalla Cina. Più recentemente, l’Australia ha fatto infuriare Pechino chiedendo un’indagine sulle origini della pandemia di coronavirus. Canberra ha anche respinto quella che descrive come la “coercizione” economica della Cina, le campagne di influenza occulta e l’uso di società tecnologiche come Huawei come strumento per raccolta di informazioni e leva geopolitica.

Ma oltre alla Cina, l’Australia guarda con attenzione anche a quanto sta accadendo nella penisola coreana, dove segnali di distensione si alternano a improvvisi venti di guerra. Da questo punto di vista, l’arsenale della Corea del Nord crea una certa apprensione dalle parti di Canberra.

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