L’attore invisibile che può decidere il destino della Libia

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Guerra /

C’è un uomo che può decidere i destini della Libia e che sembra rimanere nell’ombra. Non è da lui, visto il personaggio. Ma forse proprio perché silente dimostra che il conflitto lo interessa eccome, e tratta la questione in maniera ben più seria di quanto ci si possa immaginare: è Recep Tayyip Erdogan.

Il presidente turco non è un uomo avvezzo al silenzio. Conosciamo le sue prese di posizioni dure, la sua volontà di mostrarsi il primo fra i leader del mondo musulmano. Non ha alcuna abitudine alle mezza parole né è uomo avvezzo ai modi diplomatici. Se serve imporre la Turchia in uno scenario, grida, attacca, provoca e muove i suoi eserciti. Ma per la Libia, Erdogan ha scelto una via diversa, diplomatica, ma non per questo da sottovalutare. Perché la forza di Ankara può essere dirimente. E il peso turco è stato già dimostrato alla Conferenza di Palermo, quando i rappresenti della mezzaluna hanno scelto di abbandonare il tavolo delle trattative.

In queste settimane, l’Italia ha mosso i suoi fili con il Qatar. Sembra essere questo l’asse portante della strategia mediorientale italiana per la Libia. Ma seguendo la pista qatariota, non si può non pensare ai Fratelli musulmani. E se si pensa ai Fratelli musulmani, non si può non arrivare ad Ankara, in una pista che porta direttamente al palazzo di Erdogan, Lì è il cuore pulsante della Fratellanza e dell’islam politico, che si confonde con il sogno neo-ottomano del Sultano. Ed è quindi evidente che in un Paese a maggioranza musulmana, in Nord Africa e per giunta ex territorio dell’Impero ottomano, non poteva non esserci un interessi della Turchia. Che infatti, come dimostrato, in Libia c’è eccome.

Ieri, Erdogan ha ricevuto a Istanbul il capo dell’Alto consiglio di Stato libico, Khaled Al-Mishri. Un colloquio che, come riportato dall’agenzia ufficiale Anadolu, è durato circa mezz’ora. Non si hanno altri dettagli della visita, se non attraverso lo scarno comunicato del profilo Facebook dall’Alto consiglio di Stato, secondo cui Erdogan e al-Mishri hanno “affrontato gli sviluppi riguardo l’attacco a Tripoli e nella regione occidentale”, in riferimento all’operazione militare condotta da Khalifa Haftar in queste settimane. “Le parti hanno parlato del lavoro per coordinare la risposta internazionale riguardo questo attacco e le strategie per una soluzione pacifica della crisi libica”, conclude la nota.

La mossa della Turchia non va sottovalutata. Perché in quella che è a tutti gli effetti una guerra per procura, Erdogan lancia un avvertimento a tutti: c’è anche Ankara. Ed è un attore che ha già ampiamente dimostrato di non avere grossi problemi a utilizzare prove di forza e strumenti alternativi ala diplomazia per ottenere ciò che vuole. Lo si è visto in Siria, con il caos scatenato al confine per conquistare le roccaforti curde. E lo può dimostrare in Libia, dove già qualcuno (specialmente tra le file di Haftar) ha messo in guardia dalla presenza di armi turche nel conflitto. Accuse che, vere o false, servivano soprattutto a inviare un avvertimento sul fatto che anche la Turchia fosse un attore imprescindibile del conflitto: come partner, come alleato o anche come nemico.

E sempre dal comando di Haftar, all’incontro di Istanbul fra al-Mishri e Erdogan sono arrivate le parole nette da parte del portavoce dell’uomo forte della Cirenaica, che, come riporta la versione araba di Sky news, ha accusato la Turchia di “aver portato alcuni miliziani di Al Nusraa Tripoli per combattere contro l’esercito nazionale”. Parole che non lasciano spazio all’immaginazione, specie dopo l’elogio di Donald Trump sulla guerra di Haftar al terrorismo.