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Ha fatto il giro del mondo l’assassinio di due giovani dipendenti dell’ambasciata israeliana di Washington, Yaron Lischinsky e Sarah Milgrim, rilanciando l’allarme per l’antisemitismo. Arrestato il presunto colpevole, anche se la dinamica dell’accaduto non è ancora del tutto chiara.

L’uomo e la donna, della quale Yaron stava per chiedere la mano, sono stati assassinati “mentre stavano uscendo” dal Capital Jewish Museum di Washington “dopo aver partecipato a un evento organizzato dall’American Jewish Committee quando un uomo armato ha aperto il fuoco, secondo quanto riferito dalle autorità” (così il Washington Post, media cittadino e quindi più informato di altri).

Two Israeli Embassy staffers killed in shooting near Jewish Museum in D.C.

Anzitutto, va sottolineato che l’aggettivo presunto che abbiamo usato per l’uomo arrestato lo si deduce dalle dichiarazioni del capo della polizia metropolitana Pamela Smith, la quale ha dichiarato che l’uomo ha “implicitamente ammesso” di essere l’assassino (CNN).

two Israeli Embassy staffers shot and killed outside Jewish Museum in DC

In attesa di una conferma ufficiale, vale forse la pena riferire due particolari. Il primo lo riprendiamo da Nbc Washington, che il 20 maggio riferiva come il Capital Jewish Museum avesse sollecitato le autorità affinché prestasse attenzione alla sicurezza dell’Istituto ricevendone una pronta risposta, cioè un sussidio per rafforzare la vigilanza.

Provvedimento che sicuramente sarà corso in parallelo a una sollecitazione presso la polizia locale perché aumentasse i controlli nei confronti dell’edificio. Controlli che saranno stati incrementati al parossismo in occasione dell’evento al quale hanno partecipato i due sfortunati giovani, perché quel giorno non ospitava un evento Lgbtq – tra più citati nel sito ufficiale – quanto un’assise organizzata dall’American Jewish Committee, l’organizzazione ebraica più importante degli Stati Uniti insieme all’Aipac.

Nonostante tutti i presidi di sicurezza, sia pubblici che privati, l’assassino ha potuto colpire proprio mentre i due giovani si allontanavano dal museo. Una defaillance della sicurezza resa ancora più stridente dalla testimonianza di JoJo Drake Kalin, una delle organizzatrici della serata, riportata da Haaretz.

La Kalin racconta che il presunto attentatore, dopo aver ucciso i due, è entrato nell’edificio su invito delle “guardie” del museo che, ignare di quanto aveva presumibilmente fatto, lo avevano sollecitato in tal senso perché dentro sarebbe  stato al sicuro. La Kalin racconta poi di avergli chiesto se voleva “un bicchier d’acqua”, offerta che questi aveva accolto con sollievo, rispondendo che “sarebbe stato fantastico”.

Mentre beveva, continua la Kalin, “l’ho guardato dritto negli occhi e ho capito che era molto sconvolto”. Quindi, dopo alcuni secondi, ha “tirato fuori una kefiah e ha iniziato a gridare ‘Palestina libera’, ‘Palestina libera’”. Nonostante questo, la Kalin non aveva compreso con chi avesse a che fare, pensava fosse solo un “manifestante”, finché non sono sopraggiunte la “polizia e le guardie” che lo hanno arrestato.

Così la defaillance della sicurezza assume tratti dell’incredibile. È evidente, infatti, che le guardie del museo, prima di farlo entrare, si devono essere accertate che fosse disarmato, soprassedendo anche sul fatto che portasse con sé una kefiah, che certamente avranno notato nei controlli, di certo accurati perché c’era appena stata una sparatoria.

Quindi, nonostante i presidi di sicurezza posti all’evento forse più a rischio del giorno tra quelli tenuti a Washington, l’uomo ha agito del tutto indisturbato, riuscendo perfino a sbarazzarsi della pistola. Un deficit di sicurezza che pone tante domande.

L’altra cosa che stride è che, a differenza di altri eventi tenuti dalla comunità ebraica americana, quello che si teneva al museo era votato a cercare “soluzioni pratiche alla crisi umanitaria a Gaza”, come da comunicato ufficiale dell’IsraAid, aiuti che avrebbero dovuto giungere a destinazione tramite “la cooperazione israelo-palestinese e regionale”. Non si può che sottoscrivere la conclusione del comunicato, che annota: “È straziante, quando di brutale e tragica ironia, che un simile incontro sia stato preso di mira dalla violenza”.

Resta che il più che legittimo dolore della comunità ebraica globale, che piange due giovani vite recise nel fiore degli anni, e la violenza ingiustificabile che le ha spente, non devono essere un pretesto per offuscare la tragedia ben più terribile che si è abbattuta come un maglio in Palestina o per criminalizzare tutti i palestinesi e quanti sono partecipi della loro tragica sorte.

Tutto questo odio è alimentato a ritmo incessante dalla pulizia etnica e dal genocidio che si stanno consumando in Palestina. Non una considerazione nostra, quanto un allarme lanciato da Gideon Levy su Haaretz del 7 dicembre del 2023, che, a proposito degli orrori della Striscia, commentava: “Un attacco sfrenato e terribilmente crudele contro Gaza sta generando un odio verso Israele a livelli mai visti prima, a Gaza, in Cisgiordania, nella diaspora palestinese, nel mondo arabo e ovunque nel mondo si veda ciò che gli israeliani non vedono né vogliono vedere […] E tra qualche mese, i buoni israeliani torneranno a visitare Parigi e Londra, Dubai e New York, e rimarranno scioccati da quanto ci odiano. Perché? Cosa abbiamo fatto di sbagliato?”

Israel Is Fostering the Next Generation of Hatred Against Itself

D’altronde, il 7 ottobre aveva creato un odio virulento di segno opposto, come accenna ancora la nota di Levy. E non solo in Israele, come evidenziato dall’attentato avvenuto a Palm Beach nel febbraio 2025, quando un israeliano ha esploso 17 colpi di fucile contro due persone che aveva identificato come palestinesi, come ha poi scritto orgogliosamente sui social, i quali si sono salvati per miracolo (in realtà, si è saputo poi, erano israeliani).

Ci vorrebbe una pausa di distensione, ma la macchina che si nutre e genera odio non si ferma. Di ieri, ad esempio, l’ordine ai gazawi di abbandonare completamente il Nord della Striscia per concentrarsi nel Sud. A rendere chiaro quanto sta avvenendo, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich: “I cittadini di Gaza – ha affermato – saranno concentrati nel Sud. Saranno totalmente disperati, comprenderanno che non c’è speranza e nulla da cercare a Gaza e cercheranno di trasferirsi altrove per iniziare una nuova vita”.

Netanyahu Says Trump’s Ethnic Cleansing Plan Is a Condition To End Gaza War

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