L’attacco dei droni ucraini sulla residenza di Putin: vero o inventato, il problema più grosso ce l’ha Trump

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La questione dell’attacco dei droni ucraini alla residenza presidenziale di Vladimir Putin nella regione di Novgorod, la tenuta Dolgiye Borody (Barbe lunghe), è assolutamente emblematica ed estremamente interessante, reale o presunto che sia il suddetto attacco. Lasciate perdere i presunti fact checking offerti dai giornali italiani, per esempio dal Corriere della Sera, che sono basati su due semplici assunti: i russi mentono, gli ucraini e la Cia dicono la verità.

Breve considerazione preventiva: è assolutamente possibile che i russi mentano, tutte le parti in causa in questa guerra lo fanno regolarmente e da lunghi anni. Ma se mentono perché vogliono mandare a monte le trattative di pace, come si dice e si scrive in questi giorni, ciò vuol dire che si sentono sicuri di vincere la guerra. Qualche giorno fa Vladimir Putin, dopo l’annuncio della caduta delle città ucraine di Mirnograd (regione di Donetsk) e Gulyaipole (Kherson) aveva detto: “Visto come procede l’avanzata, eventuali concessioni territoriali ucraine hanno per noi un interesse pari a zero”. Forse è di questo che dovremmo davvero preoccuparci, o no?

Comunque sia, restiamo ai fatti. Il 30 dicembre tutto l’apparato russo si scatena per denunciare un (reale o presunto) attacco di droni ucraini alla suddetta residenza di Putin. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov parla addirittura di 91 droni che sarebbero stati intercettati e abbattuti a diverse distanze dal (reale o presunto) obiettivo e di “terrorismo di Stato”. Gli analisti militari si scatenano. Secondo alcuni, una parte dei droni sarebbe stata lanciata dall’Ucraina come manovra diversiva, mentre quelli che avrebbero davvero dovuto colpire Dolgiye Borody sarebbero partiti dalle foreste delle regioni russe di Novgorod e Pskov, una una specie di ripetizione dell’Operazione Ragnatela con cui gli ucraini riuscirono a colpire, dall’interno della Russia, gli aeroporti dei bombardieri atomici russi. Altri scrivono che i droni anti-Putin sarebbero partiti dalla Lettonia, in particolare dal viaggio di Malnava, dove è di stanza un reparto canadese specializzato appunto nella guerra dei droni.

La Cia e la buca delle lettere

Come si diceva, gli ucraini ribattono che si tratta di menzogne. E prontamente la stampa internazionale si adegua: da presunto, l’attacco contro Putin diventa inventato. Poi, a conferma, arriva la “bomba”: il Wall Street Journal, che con il New York Times è la buca delle lettere preferita dallo “Stato profondo” Usa, raccoglie le confidenze del solito funzionario il quale spiega che la Cia non crede all’ipotesi dell’attacco a Putin ma che i droni miravano a un centro di comando delle forze nucleari russe in un’operazione puramente militare. Certo, i russi hanno diffuso un video in cui si vedono i resti di un drone ma senza data, senza indicazioni geografiche… E che vuol dire? Di tutto ciò John Ratcliffe, direttore della Cia, avrebbe informato Donald Trump. Ne abbiamo parlato a fondo in queste pagine.

Tutto risolto? Tutto chiaro? No. I russi annunciano di aver esaminato la “scatola nera” dei droni ucraini abbattuti e che dalla decodifica dei dati di routing emerge che i droni puntavano proprio sulla residenza presidenziale. E non solo: cosa mai vista in questi quattro anni di guerra, i russi annunciano di voler condividere i risultati della loro indagine con gli americani. E lo fanno davvero: ieri hanno convocato l’attaché militare dell’ambasciata Usa a Mosca, l’ammiraglio David Manero, e gli hanno consegnato il fascicolo con quelle che, secondo loro, sono le prove. Il video della consegna qui.

Quest’ultima decisione apre la strada a una serie di considerazioni. La prima è: sapendo di aver già contro il parere della Cia, e sapendo che il fascicolo con i risultati dell’indagine dei propri servizi segreti andrà comunque a finire anche nelle mani della Cia, i russi rischierebbero di farsi (scusate il termine) sputtanare un’altra volta se non fossero sicuri dei propri argomenti? Anche perché, se c’è qualcuno che può leggere un eventuale bluff del Cremlino, questo è proprio l’apparato dell’intelligence Usa. Ed è pur vero che Trump, che sulle prime era in effetti parso incline a credere ai russi, non andrebbe a uno scontro frontale con la propria intelligence, se questa garantisse che il presunto attacco dei droni ucraini è in realtà un’invenzione dei russi.

Seconda considerazione. I russi mentono, ok. Ma se per caso questa volta non lo stanno facendo? Se fosse vero che i droni ucraini puntavano alla residenza di Putin? In fondo, gli ucraini lanciano continuamente i loro ordigni verso Mosca… Perché non anche su Dolgiye Borody, tanto per cambiare? In questo caso, il problema grosso ce l’ha Trump. Perché vuol dire che a mentire è la Cia, con l’unico scopo possibile di far fallire il negoziato per porre fine alla guerra e interrompere quel minimo di disgelo tra Usa e Russia che molti ipotizzano. E ciò vorrebbe dire che i pezzi di “Stato profondo” che contestano le politiche di Trump dall’interno non si limitano a qualche personaggio (l’inviato speciale Keith Kellogg, ormai in uscita, il segretario di Stato Marco Rubio, alcuni degli alti gradi militari Usa impegnati nella Nato…) e a certi ambienti, ma sono sempre più consistenti e non rinunciano a perseguire un’agenda ben diversa da quella della Casa Bianca. Forse per tirare in lungo con la guerra, mostrare che Trump ha fallito e indebolirlo in vista dell’appuntamento critico del prossimo novembre, quando le elezioni di medio termine eleggeranno tutti i 435 deputati e un terzo, 33, dei senatori.

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