Skip to content
Guerra

L’attacco a Gaza City dovrebbe iniziare l’11 settembre

anche tra gli arruolati, tanta sia la sfiducia e la stanchezza, da cui la necessità di ricorrere a messaggi privati, come quello riportato, per completare i ranghi dei 60mila armati chiamati a devastare l'ultima zona di Gaza rimasta relativamente vivibile.
L'attacco a Gaza City dovrebbe iniziare l'11 settembre

“Cerco soldati, soprattutto medici e cecchini, per un’operazione di 70 giorni a partire dall’11 settembre. Se ci sono riservisti interessati, vi prego di contattarmi in privato”. Questo il messaggio whatsapp di un ufficiale dell’IDF riportato da un articolo del Timesofisrael nel quale si dettaglia come tanti israeliani stiano eludendo la nuova chiamata alle armi ordinata per dare l’assalto a Gaza City.

Tens of thousands of reservists drafted ahead of Gaza City takeover, but turnout down

E come, anche tra gli arruolati, tanta sia la sfiducia e la stanchezza, da cui la necessità di ricorrere a messaggi privati, come quello riportato, per completare i ranghi dei 60mila armati chiamati a devastare l’ultima zona di Gaza rimasta relativamente vivibile.

Difficoltà che discendono dal prolungarsi della guerra, ma anche dalla mancanza di fiducia nel governo, il cui interesse per proseguire ad libitum il conflitto è ormai palese, e dalla consapevolezza che tale operazione causerà la morte di parte o tutti gli ostaggi ancora in vita.

Lo spiega un riservista interpellato da Haaretz: “Non possono raccontarmi favole dopo 280 giorni di combattimenti. Conosco Gaza, purtroppo. La conquista di Gaza non ha nulla a che fare con il ritorno degli ostaggi. La sa ognuno di noi”.

Fearing Declining Turnout, IDF Fights for Every Reservist Amid Crisis of Faith in Israel's Government

Solo parte minimale di tale ritrosia è dovuta al rigetto del genocidio in corso, perché gran parte della popolazione israeliana rifiuta di prendere atto di quanto sta accadendo a pochi chilometri dalle loro case.

Una negazione che 972 Magazine sintetizza così: “Di fronte al flusso incessante di foto e video di civili morti, bambini affamati e interi quartieri ridotti in macerie, gran parte dell’opinione pubblica israeliana – e una parte significativa dei sostenitori di Israele all’estero – reagisce in uno di questi due modi: o è tutto falso, oppure gli abitanti di Gaza se lo meritavano. Spesso, paradossalmente, entrambe le cose insieme: ‘Non ci sono bambini morti a Gaza ed è un bene che li abbiamo uccisi'”.

How Israelis turned atrocity denial into an art

Da segnalare, come testimonianza di coraggio e lucidità, la presa di posizione pubblica di 365 riservisti, con numeri in aumento, che non si presenteranno alla leva. Per loro ha parlato il sergente Max Kresch: “Ci rifiutiamo di prendere parte alla guerra illegale di Netanyahu e consideriamo un dovere patriottico rifiutare e chiedere conto ai nostri leader”.

Nonostante le difficoltà, l’IDF riuscirà a mettere su la forza necessaria allo scopo. Detto questo, è necessario dar conto di tale logorio, perché certe difficoltà, superabili al momento, pongono criticità sul futuro, particolare che una nazione che aspira a diventare una potenza globale – tramite il dominio del Medio oriente della Grande Israele – dovrebbe saper valutare.

È cio che probabilmente accade negli alti gradi dell’esercito e della Sicurezza, che stanno cercando di opporsi all’attacco. Da segnalare, a questo livello, l’appello a Trump di 20 ex alti funzionari della Sicurezza, e sottoscritto da 600 colleghi, per chiedere al presidente Usa di aiutare Israele a porre fine alla guerra. Finora, però, tale opposizione non ha avuto esito.

Al di là, ci sembra interessante segnalare la data calendarizzata per l’avvio della grande operazione su Gaza City, quella riportata nel whatsapp citato nell’incipit: 11 settembre… data evocativa (anche se, date le difficoltà, è possibile uno slittamento).

Nel frattempo i preparativi per l’assalto fervono, con i palestinesi invitati a suon di bombe e la chiusura del flusso degli aiuti a sgomberare la città, di cui alcuni quartieri sono stati già rasi suolo.

Sul fronte diplomatico resta lo stallo, con Netanyahu che si è addirittura rifiutato di mettere all’ordine del giorno del consiglio di Sicurezza la proposta di tregua di Hamas, nonostante fosse quella approvata da Israele due mesi fa e nonostante le richieste in tal senso di alcuni dei presenti, tra i quali il Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir.

Ceasefire deal not on agenda as Israel’s security cabinet discusses looming Gaza City offensive

Mentre, allo stesso tempo, si stanno moltiplicando le reazioni rabbiose contro i Paesi che hanno dichiarato di voler riconoscere lo Stato della Palestina, decisione simbolica e senza alcun mordente se non si procede di conseguenza – sanzioni, isolamento e altro – come annota 972Magazine e altri analisti mediorientali, ma è meglio che niente (anche se la sensazione che serva a coprire quel “niente” è grande…).

Tra le reazioni israeliane spiccano quelle dell’estremista Itamar Ben-Gvir: “Si abbandonano all’ingenuità e si arrendono alle manipolazioni di Hamas e finiranno per sperimentare il terrore in prima persona. Qui in Israele, c’era chi credeva in tali illusioni, il risultato sono stati stupri, omicidi e massacri”.

Dichiarazioni che riecheggiano alquanto minacciose, peraltro provenienti da una figura che di terrorismo se ne intende, dal momento che Ben-Gvir è esponente di spicco del kahanismo, movimento designato come terrorista dagli Usa fino al maggio del 2022, quando l’amministrazione Biden lo cancellò dall’apposita black list per favorire Netanyahu, che aveva appena stretto un’alleanza elettorale con i kahanisti, risultata poi vincente.

Quanto a Trump, che tutti associano alla spinta genocida israeliana, venerdì ha rotto il momentaneo silenzio dichiarando che Israele può anche vincere la guerra, ma sta danneggiando sempre più la sua immagine internazionale. “Devono farla finita con questa guerra”. Così è ridotto l’imperatore bullo: capace solo di pietire quando si tratta di Israele, tanta la stretta che lo tiene serrato.

Impotente, ha però disvelato una realtà ovvia, ma che i media mainstream tengono ben nascosta: “Israele aveva la lobby più forte al Congresso, più di qualsiasi altro ente, azienda, corporazione o Stato, che abbia mai visto… avevano il controllo totale sul Congresso, ma ora non ce l’hanno più”.

Vera la prima parte, che spiega tanto di quanto sta accadendo, meno la seconda, anche se qualcosa si sta muovendo, come accenna un articolo di Responsibile Statecraft che descrive l’ultima assise del National Conservatorism, l’adunata annuale dei repubblicani, animata da un acceso scontro tra i sostenitori di Israele – prima dominus indiscussi del GOP – e gli esponenti Maga, stufi che gli States siano diventati l’ottuso Golem di Tel Aviv.

Major conservative split over Israel spills out into the open at NatCon

Piccolenote è collegato da affinità elettive a InsideOver. Invitiamo i nostri lettori a prenderne visione e, se di gradimento, ad abbonarsi.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.