Nel mese di gennaio, coloni israeliani e forze di occupazione hanno fatto irruzione nella Moschea di Al-Aqsa 28 volte, entrando nel complesso con scorte armate, sotto protezione militare, violando per l’ennesima volta i diritti dei palestinesi e interrompendo le attività di culto.
A Hebron, nello stesso periodo, le autorità israeliane hanno bloccato ben 57 volte la chiamata alla preghiera nella moschea di Ibrahimi.
I dati arrivano in modo dettagliato dal Ministero palestinese per gli affari religiosi e gli Awqaf, fondazioni pie islamiche che dal 1967 amministrano i luoghi sacri come la Spianata delle Moschee.

I numeri riportati aprono il rapporto mensile sulle violazioni nei siti religiosi e la descrizione delle procedure illustrano una precisa condotta portata avanti da Israele. Oltre alle incursioni, il ministero punta il dito contro una campagna di atti amministrativi, legali e simbolici che puntano a consolidare il controllo israeliano. Chiamare questo processo “giudaizzazione” significa denunciare un tentativo di cancellare l’identità arabo-islamica del sito a favore di una narrazione nazionale ebraica esclusiva.

L’impatto di queste azioni si scarica direttamente sulla pratica del culto musulmano, colpendo il suo momento più intimo. Le restrizioni scelgono come obiettivo privilegiato le preghiere dell’alba, quando il santuario, avvolto nel silenzio prima del giorno, è nel suo stato più vulnerabile. Proprio in quelle ore i fedeli, soprattutto i più giovani, diventano agli occhi delle autorità soggetti di sospetto. Il loro cammino verso la moschea si trasforma in una prova da superare. Davanti a ogni checkpoint le loro generalità vengono verificate minuziosamente, in un processo che svilisce un atto di devozione fino a farlo diventare un interrogatorio. Intorno a loro, l’intera Città Vecchia vive un progressivo accerchiamento. Misure di sicurezza sempre più stringenti serrano i suoi cancelli storici in un abbraccio di ferro, isolando il sito sacro dal resto della comunità.

Il tentativo di normalizzare la violazione appare ben radicato osservando un altro dato. A gennaio, 4.397 coloni hanno varcato la spianata di Al-Aqsa. Gli ingressi non sono stati affatto clandestini. Si sono svolti sotto piena protezione istituzionale. La stessa egida ha permesso alle forze israeliane di infiltrarsi ripetutamente, per tutto il mese, nell’area attorno alla sala di preghiera Qibli e alla Cupola della Roccia. Le loro incursioni coincidevano con i sermoni e le preghiere del venerdì. Nello stesso momento, nei cortili della moschea, i coloni accompagnati si inchinavano fino a terra in profonde genuflessioni rituali.
Oltre a questo, le autorità israeliane hanno scelto i pressi del Muro Occidentale, adiacente alla spianata delle Moschee, per una cerimonia di consegna dei diplomi ai propri soldati. Il messaggio politico di quella celebrazione militare in un luogo di massima tensione religiosa era chiaro e calcolato. Il Ministero palestinese ha così condannato l’intera sequenza di eventi come una provocatoria commistione tra invasione, preghiera e esibizione di forza, volta a violare palesemente la sacralità del sito.

La pressione mantiene un’intensità costante anche in altri luoghi sacri. Quanto succede presso la moschea di Ibrahimi a Hebron segue la stessa direttrice con mezzi differenti. In questo caso la strategia non si manifesta con incursioni, ma scegliendo la via del soffocamento organizzato che passa dall’ostruzione della chiamata alla preghiera regolarmente interrotta. L’accesso è puntualmente ostacolato dal cancello del mercato, bloccato ogni giorno, e da quello orientale, permanentemente serrato. Persino le feritoie di quest’ultimo, quei pertugi visuali che permettevano uno sguardo verso il sacro dall’esterno, sono state oscurate da lamiere dall’inizio dell’anno. Su fedeli e personale grava inoltre una routine umiliante, fatta di perquisizioni corporali, abusi verbali e insulti che accompagnano ogni tentativo di avvicinamento al santuario.

Restando a Hebron, il rapporto fotografa un’ulteriore fonte di ansia, questa volta sotterranea. Sempre nei pressi della Moschea Ibrahimi, nell’antico quartiere dei carpentieri, proseguono senza sosta scavi e lavori edili. La loro natura ufficiale rimane un punto interrogativo. L’assenza di spiegazioni ufficiali lascia campo libero ai timori più cupi. Tra i palestinesi cresce la convinzione che quegli scavi servano a consolidare il controllo israeliano, compromettere la stabilità degli edifici antichi o, nella peggiore delle ipotesi, gettare le basi per un’annessione strisciante del quartiere. La sicurezza del luogo e dei suoi residenti sembra appesa a un filo.
Per portare avanti queste operazioni, le forze israeliane hanno agito più volte in abiti civili, espellendo i dipendenti dalla sezione della Moschea Ishaqiyya per garantirsi l’accesso. Durante gli assedi, almeno 550 soldati hanno fatto irruzione nel santuario nel mese di riferimento. I custodi e il personale religioso sono stati di fatto esclusi dal sito, intralciati nell’adempiere alle loro funzioni basilari.

Le violazioni della sacralità dei luoghi santi, spinte da ideologie estremiste e odio religioso, hanno colpito anche la fede cristiana e i suoi leader nella Città Vecchia. Il 29 gennaio un gruppo di coloni ha profanato la Chiesa del Santo Sepolcro nella Gerusalemme occupata, arrivando a sputare contro le sue mura. Attacchi di questo tipo dimostrano che la violenza non si limita più alla comunità palestinese. Indicano anzi una pericolosa crescita delle provocazioni contro la vita cristiana e i suoi santuari, confermando come le mire espansioniste si traducano in un assalto frontale alla stessa pluralità religiosa di Gerusalemme.


Alla fine, numeri e descrizioni convergono in un’unica, sconcertante immagine. Denunciano una rete fitta di azioni che si intrecciano per comporre un nuovo, inquietante standard. Una realtà in cui il controllo militare disciplina l’accesso al sacro e la provocazione identitaria si fa leva di possesso. Il messaggio che trapela da ogni checkpoint e da ogni cancello sprangato è inequivocabile. In questa terra, la sovranità si afferma anche attraverso il rifiuto del diritto altrui a pregare.

Abbonati e diventa uno di noi

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto