L’assassinio del Segretario del Consiglio di sicurezza iraniano Ali Larijani, uomo forte di Teheran, non mirava a minare ulteriormente la leadership del nemico, in linea con la strategia della “decapitazione” propria del manuale di guerra israeliano, ma a intrappolare Trump. Lo scrive Trita Parsi su Responsible Statecraft: “Israele sta cercando letteralmente di bloccare le vie di fuga di Trump”.

“Larijani non era solo una figura chiave del regime, di fatto il principale artefice del consenso popolare, ma era anche favorevole ai colloqui con gli Stati Uniti ed era in grado di costruire un consenso all’interno del sistema per una possibile via di uscita delI’Iran [dalla guerra] in futuro”.
“Inoltre, si era dimostrato favorevole a una de-escalation con gli stati del CCG [i Paesi del Golfo ndr.] e ha appoggiato il messaggio distensivo che il [presidente] Pezeshkian ha inviato a questi (pur non condividendone le scuse). A dicembre, ad esempio, Larijani aveva tentato di parlare direttamente con alti funzionari dell’amministrazione Trump per scongiurare l’inizio della guerra”.
“Gli israeliani vogliono che la guerra continui per indebolire ulteriormente le capacità militari dell’Iran e spostare gli equilibri regionali a loro favore per gli anni a venire. Hanno lottato per oltre due decenni per spingere gli Stati Uniti a dichiarare una guerra su vasta scala all’Iran e, avendo finalmente raggiunto l’obiettivo, non vogliono che Trump interrompa il conflitto. Senza figure come Larijani all’interno del sistema iraniano, le possibilità di Trump di concludere la guerra si sono ulteriormente ristrette”.
Un concetto simile è espresso dall’analista di al Jazeera Marwan Bishara, il quale afferma che l’assassinio serve a chiudere le vie diplomatiche: non si tratta solo del destino “di un singolo un individuo”, afferma, “ma di una stratagia più ampia, tesa a bloccare la diplomazia e a mantenere la regione in uno stato di guerra”.

Una strategia non nuova, che Netanyahu e soci hanno elaborato da tempo, basti pensare al decennale sostegno accordato ad Hamas così da usare la sua intransigenza per evitare qualsiasi accordo con i palestinesi.
Si potrebbero fare altri esempi, ma tralasciamo. Quel che conta è che, come è noto, la strategia della “decapitazione” non ha nulla a che vedere con quanto viene spacciato dalla propaganda, secondo la quale l’eliminazione dei leader arreca un vulnus più o meno irreparabile al nemico e, nel caso specifico, può aprire la via al sospirato regime-change.
Si sa piuttosto, e lo sanno perfettamente anche gli strateghi israeliani, che non funziona, in particolare nel caso iraniano le cui autorità, già nel giugno scorso, avevano preso precauzioni in proposito: ogni dirigente deve scegliere un successore che prenda il suo posto in caso di morte. Certo, il caso di Larijani è diverso, perché il suo successore dovrà essere eletto dal Consiglio di sicurezza, ma si è visto anche con la successione dell’ayatollah Khamenei, decisa da un’elezione, che ciò è possibile.
In realtà, l’unico vero risultato, al netto di quello reale descritto da Parsi e Bishara, è di conseguire un successo propagandistico eclatante per alimentare la narrazione di una campagna militare avviata irrevocabilmente alla vittoria. E, in subordine, di dimostrare l’efficienza dell’apparato di intelligence e militare israeliano, capace di eliminare chiunque voglia quando vuole.
Ciò anche quando è evidente che non è vero, come nel caso dell’omicidio di Khamenei, ucciso a casa sua, e di Larijiani, assassinato a casa della figlia. Particolari omessi da narrazioni tese piuttosto a magnificare la sofisticata macchina da guerra di Tel Aviv.
Restano le domande sull’apparente leggerezza dei leader iraniani, che si espongono in maniera così evidente al fuoco nemico. In realtà, ciò si spiega con la necessità di condividere i pericoli che corre il loro popolo, basti pensare a come Larijiani e altri alti dirigenti del Paese si siano mischiati alla folla in occasione della marcia oceanica per la Giornata di Quds, indetta nell’ultimo venerdì del Ramadan, continuando a marciare nonostante l’esplosione di una bomba.
Un atteggiamento inteso anche a creare consenso, come in effetti avviene (lo denota il fallimento del regime-change, che non si spiega solo con la repressione). Inoltre, occorre tener presente che l’islam sciita accorda un valore altissimo al martirio, peraltro un “sogno a lungo accarezzato” dal dottor Larijiani, come riferisce un comunicato di Teheran.
Da vedere se l’Iran riuscirà a sostituirlo con una figura moderata, invertendo la tendenza descritta da Parsi per cui, quando avvengono le “decapitazioni”, la successione è in genere appannaggio di figure più intransigenti, anche perché si sentono in dovere di vendicare il predecessore.
Sfumati, almeno per ora, i sogni di un regime-change, la strategia di neocon e israeliani è quella di indebolire l’Iran e consegnarlo a una leadership più intransigente, preda di un fondamentalismo tale che lo renda inaccettabile alla regione e al mondo. Ciò lo isolerebbe come avvenne dopo la rivoluzione guidata dall’ayatollah Khomeini del ’79.
Anzi, tale sviluppo potrebbe spingere altri Paesi, ad oggi refrattari, a intrupparsi nella guerra santa contro Teheran. Per ora ciò non è all’orizzonte, ma se si intensificassero gli attacchi contro i Paesi del Golfo, questi potrebbero concludere che non hanno altra scelta.
Quanto ai Paesi occidentali, che finora hanno negato l’aiuto richiesto da Trump, c’è da considerare una variabile sulla quale ha allarmato lo stesso Larijiani poco prima di essere ucciso: ha comunicato di essere stato informato che si starebbe organizzando un attentato “simile a quello dell’11 settembre“, la cui responsabilità sarebbe addossata all’Iran, con tutte le conseguenze del caso.
L’Iran, ha aggiunto, “si oppone per principio agli atti terroristici e non è in guerra con il popolo americano”. Commento che denota una lucidità pericolosa per i fautori delle guerre infinite, una voce che doveva essere messa a tacere.
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