Hanno iniziato assieme, otto anni fa, giocando di sponda per rottamare l’accordo sul nucleare del 2015 e culminano, oggi, colpendo la Repubblica Islamica in una vasta operazione militare: Donald Trump e Benjamin Netanyahu hanno posto le premesse per quanto successo nelle prime ore del 28 febbraio con l’attacco all’Iran e alla fine hanno messo in campo la più fatale delle conseguenze. Una guerra su larga scala all’Iran, inaugurata oggi tramite l’inedita forma di una serie di raid congiunti di Washington e Tel Aviv sulle strutture militari e di comando dell’Iran.

Il New York Times indica come bersagli prioritari dell’attacco i siti militari della Repubblica Islamica, a  Qom, Kermanshah, Isfahan e Karaj, oltre che nella capitale Teheran dove sono state colpite le sedi dell’intelligence, il Ministero della Difesa, gli uffici della presidenza e della Guida Suprema. L’operazione segue un pesante schieramento militare americano della cui entrata in azione si erano poste le basi nei giorni scorsi con lo schieramento dei caccia F-22. Si tratta di un’operazione ben più vasta di Midnight Hammer, l’attacco ai siti iraniani del programma nucleare che chiuse la guerra dei dodici giorni, evidentemente senza fini risolutivi, al contrario di quanto espresso da Trump all’epoca.

La guerra arriva molte settimane dopo le proteste che avevano portato l’Iran sull’orlo del collasso sistemico e vede Israele e Usa passare un nuovo Rubicone. A giugno Tel Aviv aveva preso di mira principalmente le strutture dei Guardiani della Rivoluzione, sperando di dare una spallata decisiva alla Repubblica Islamica. Ora l’attacco sembra l’incrocio tra un’operazione massiccia di obliterazione dei vertici del regime e un vasto attacco al sistema infrastrutturale e di comunicazione del Paese.

Tra i bersagli ci sarebbe anche il presidente Masoud Pezeshikan, apparirebbero l’aeroporto di Mehrabad, vicino alla capitale, i ministeri dell’Intelligence e della Difesa. Ovvero quello stesso apparato che aveva affidato al Ministro degli Esteri Abbas Araghchi la mediazione a tutto campo per provare a fermare l’attacco statunitense. Lo avevamo scritto: era l’ultima battaglia diplomatica del gran tessitore di Teheran. Evidentemente una battaglia impossibile da vincere. Viene il dubbio che il negoziato fosse un tentativo dilatatorio per dare sostanza a una prospettiva d’intervento già paventata da tempo. Una nota del New York Times sulla mediazione omanita è emblematica:

Il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che stava mediando i colloqui tra Iran e Stati Uniti, era volato a Washington per sostenere che si stavano facendo progressi. Ha affermato che Teheran aveva accettato di non accumulare mai uranio arricchito, rendendo “l’argomento dell’arricchimento meno rilevante”. Ma l’Iran si era rifiutato di discutere altre richieste americane, secondo cui avrebbe dovuto rinunciare completamente all’arricchimento, limitare la gittata dei suoi missili balistici e porre fine al sostegno agli alleati nella regione, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi.

Parlando all’America The Donald ha esplicitato nel regime change l’obiettivo finale invitando gli iraniani a “prendere il controllo del governo” e aggiungendo che “per molti anni avete chiesto aiuto all’America, ma non l’avete mai ottenuto. Nessun presidente era disposto a fare quello che sono disposto a fare io”. Il cambio di regime come politica ufficiale: è una strategia palese da tempo di Israele, non lo era mai stato, se non come tentazione, negli Usa. E si consolida l’ultima saldatura di sistema: Trump esplicita l’ultimo sogno dei neoconservatori e di Israele. Rovesciato l’Iraq, caduta la Liba, travolta la Siria resta solo un Paese ritenuto avversario dagli Usa che esprime ancora il proprio governo: l’Iran.

Il regime era da tempo pericolante, e lo abbiamo scritto più volte, ma pensare al cambio di governo come strategia bellica rischia di essere una pia illusione. Lo hanno detto a gran voce molti alleati regionali degli Usa, a partire dalla Turchia, e lo esprime una logica di buon senso che rende impossibile uno scenario volto a un esito rapido del conflitto senza rischi di guerre civili o lotte intestine. Trump e Netanyahu hanno completato un percorso congiunto iniziato nel 2018. Hanno perso e riconquistato il potere e otto anni dopo sono ancora qui. Ma potrebbe essere un calcolo pericolosissimo per il mondo intero.

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