Il governo siriano ha annunciato che le operazioni militari ad Aleppo stanno giungendo alla conclusione dopo che l’esercito di Damasco ha completato la riconquista del quartiere Sheikh Maqsoud in cui erano acquartierate le ultime truppe delle Forze Democratiche Siriane (Sdf) a maggioranza curda a cui le truppe del presidente Ahmad al-Sharaa avevano imposto di ritirarsi in ottemperanza ai termini dell’accordo con l’amministrazione curda del nord-est siriano di marzo.
L’assalto dell’esercito siriano
Scontri sporadici stanno continuando, ma diversi analisti danno per acquisito un sostanziale controllo della città, la cui caduta nel novembre 2024 segnò l’inizio dell’offensiva finale contro il regime di Bashar al-Assad, in mano ai lealisti. Le Sdf negano e sostengono che i combattimenti continuano, ma le fonti aperte mostrano sempre meno scene di scontro diretto.
L’esercito di Damasco l’ha chiamata “Operazione Autorità” e in pochi giorni si è trasformata da una somma di scontri decentralizzata a un’offensiva su larga scala, con mezzi corazzati, blindati e artiglieria utilizzati in contesto urbano contro i combattenti della forza a maggioranza curda, che si sono difesi con tenacia e ostinazione utilizzando, in particolare, dei droni in funzione difensiva.
Escalation di violenza in Siria
Nei tre giorni di combattimenti dal 7 al 9 gennaio i lealisti hanno alternato fragili cessate il fuoco utilizzati per evacuare civili e feriti a crescenti fasi di offensiva nel quartiere Sheikh Maqsoud, a Est di Aleppo, e a Sud nella periferia di Ashrafieh, da cui complessivamente almeno 162mila persone sono sfollate. L’Esercito siriano l’ha chiamato un “rastrellamento di sicurezza” ma sul piano militare è stata una vera e propria battaglia mentre su quello politico è stata una grana nel percorso faticoso di riunificazione della Siria post-Assad che l’ex jihadista al-Sharaa sta faticosamente portando avanti.
Proprio ieri al-Sharaa riceveva a Damasco la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, promettendo un percorso chiaro e trasparente verso un Paese più aperto e plurale. Ma gli scontri con i curdi, così come quelli estivi con i drusi a Sud e la costante persecuzione degli alawiti sulla costa parlano di una Siria che deve ancora riconquistare unità. L’accordo di marzo con i curdi sembrava la premessa di una nuova Siria, ma ora la sua concretizzazione appare un’ipotesi più remota e, scrive Al Jazeera, “con la fusione delle Sdf nello Stato in stallo, persiste la minaccia di una nuova violenza“.
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Da fuori attori interessati osservano con attenzione, a partire da Turchia e Israele. Interessante sottolineare come l’agenzia Sana, controllata dal governo di Damasco, nel parlare delle operazioni anti-Sdf abbia citato la presenza, al loro fianco, ad Aleppo dei membri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, adottando la definizione di Ankara secondo cui i membri delle Forze di Mobilitazione Popolare (Ypg) curde altro non sarebbero che esponenti di quello che la Turchia ritiene un gruppo terroristico (e che ha annunciato nel 2025 la fine della lotta armata), dunque da colpire senza quartiere.
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Turchia e Israele osservano. E Trump…
Dei dubbi della Turchia circa il processo di integrazione curdo-siriano avevamo scritto, ma anche Tel Aviv osserva con attenzione: in passato, la repressione anti-drusa di Al-Sharaa fu utilizzata come leva per una massiccia campagna di bombardamenti sulla Siria e non c’è dubbio che il governo di Benjamin Netanyahu continui a temere che il rafforzamento di Damasco e il consolidamento dell’unità del Paese sotto al-Sharaa, con la politica o con la forza, faccia il gioco della rivale Ankara. Ma ora che c’è un percorso di mediazione con la Siria sostenuto dagli Stati Uniti una reazione più muscolare potrebbe mettere sul chi vive gli Stati Uniti: Donald Trump ha dato credito totale ad al-Sharaa e sembra aver spostato dalle Sdf a Damasco il focus del sostegno Usa nel Paese, aprendo all’ingresso della Siria nella coalizione anti-Isis e rimuovendo le sanzioni. I curdi potrebbero, dunque, trovarsi tra l’incudine e il martello. Mentre la Siria sprofonda nella violenza e nell’incertezza.

