Sebbene il sogno di Vladimir Putin sia più imperiale-zarista che sovietico, nei fatti, il futuro geopolitico dell’Eurasia potrebbe deviare verso ciò che fu la Cortina di Ferro. Nell’ipotesi in cui la resistenza ucraina dovesse avere la meglio, o un negoziato dovesse sostituirsi all’uso della forza, questo stato di cose si realizzerebbe quantomeno “in spirito”. Nessuna separazione reale tra est e ovest, ma un macigno politico-economico ben più ad Ovest degli Urali: questo significherebbe una Bielorussia ancella di Mosca, un’Ucraina sostanzialmente costretta ad una neutralità non voluta: al di là delle acquisizioni in Donbass e Crimea, gli stravolgimenti territoriali potrebbero fermarsi qui, se il presidente russo decidesse per la de-escalation.

Ma il dovere di realismo esige che si prenda in considerazione, anche solo per rifuggirne, cosa potrebbe accadere se l’Ucraina capitolasse e se, di fronte alla scelta della Nato di non rispondere all’invasione, Putin divenisse il vincitore militare e geopolitico. Pur inseguendo il mito di Alessandro III, e ben lontano dal modello sovietico, il risultato potrebbe essere un Leviatano, ibrido tra passato e trapassato russo.

Bielorussia definitivamente satellite di Mosca

È difficile immaginare, al momento, un futuro della Bielorussia diverso da quello di satellite di Mosca. Una beffa, visto e considerato che proprio la Bielorussia, assieme all’Ucraina, prese parte alla nascita delle Nazioni Unite come entità autonoma. Il dubbio circa l’affrancamento reale della Bielorussia risale al 1996, con la fondazione dell’Unione Russia-Bielorussia, entità sovranazionale che riavvicinò i due Paesi. Nonostante la proclamazione di indipendenza nel luglio del 1990, la Bielorussia è uno degli stati membri fondatori della Csi, la cui sede amministrativa si trova tuttora a Minsk. Il 10 luglio 1994, poi, la vittoria di Lukashenko come primo presidente della repubblica portò al rifiuto delle indicazioni del Fondo Monetario Internazionale, mantenendo gran parte degli apparati pubblici esistenti, differenziando la politica economica bielorussa da quella adottata da quasi la totalità delle ex repubbliche sovietiche. Nello scorso novembre, Putin e Lukashenko avevano firmato un pacchetto di accordi di integrazione dopo tre anni di colloqui: un insieme di tabelle di marcia, una svolta sulla strada verso l’integrazione e un presagio dell’assorbimento russo della Bielorussia che giungevano dopo anni turbolenti. Tantomeno è bastato un timido accenno di “rivoluzione delle ciabatte” per dare a Minsk un destino differente. Un sano realismo può far affermare, a ragion veduta, che la Bielorussia sia ormai “persa”.

L’Ucraina (spartita) e una nuova Cortina di ferro

All’Ucraina toccherebbe il destino più crudele, spartita tra est e ovest come la Germania post Seconda Guerra Mondiale o, peggio ancora, come accadde più volte alla Polonia. E questo nella più rosea delle ipotesi realiste. A determinare il nuovo confine tra Russia e Ucraina, tra Europa e impero di Putin, tra Nato ed ex-Patto di Varsavia, sarebbe ancor una volta un cessate-il-fuoco: lì dove si fermasse l’invasione russa (o la resistenza ucraina) sorgerebbe il nuovo Muro di Berlino. Ormai monca del Donbass e della Crimea, l’Ucraina potrebbe non essere privata solo di queste sue porzioni. Se lo stallo dovesse proseguire e i negoziati si aprissero lungo l’attuale linea del fuoco, il Paese potrebbe dover rinunciare alla sua east tier: l’arco orientale che parte da Chernihiv, passa per Kharkiv, il Donbass, Mariupol, fino a Kherson (Crimea inclusa, ovviamente) potrebbe passare sotto la sovranità diretta di Mosca. Il destino amministrativo di questa lunga fascia resta comunque strettamente legato alle provincie del Donbass e della Crimea. Qualora queste aree diventassero indipendenti potrebbero annettere a sé le altre porzioni, tramutandosi in repubblichine sul modello Transinistria; altrimenti, questa fascia potrebbe diventare una sorta di mezzaluna annessa direttamente alla federazione russa. Incerto il destino di Odessa e e Mykolaiv che per ora resistono, e che saranno la cartina al torna sole del futuro ucraino: da questo dipenderà la conservazione o meno di un approdo sul mar Nero. Perso lo sbocco sul mare, l’economia ne risulterebbe strozzata: l’approdo marittimo più vicino diverrebbe il Baltico via Polonia. Secoli di vocazione mercantile sbriciolati dal conflitto.


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CAUSALE: Reportage Ucraina
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 Il ricompattamento delle repubblichine caucasiche attorno a Mosca (magari riassorbite)

Quasi finito nel dimenticatoio delle vicende post-Guerra Fredda, il Caucaso ex sovietico è invece una delle aree più tumultuose del Pianeta. Non solo per via dei traffici e delle turbolenze che attraversano le minuscole repubbliche, ma per via delle loro entità giuridicamente complesse al limite del non-Stato. Ogni Paese della regione ha i propri rapporti con le sedicenti repubbliche separatiste, costringendole a fare i conti a modo loro con le mosse della Russia in Ucraina. Il riconoscimento formale da parte della Russia delle due repubbliche separatiste dell’Ucraina orientale è stato seguito da vicino – con reazioni differenti– nel Caucaso, che vanta la più grande concentrazione del mondo post-sovietico di stati separatisti non riconosciuti.

La notizia è risuonata pesantemente nel Caucaso, patria di due stati autoproclamatisi indipendenti riconosciuti dalla Russia dal 2008 – Abkhazia e Ossezia del Sud – e uno che non lo è stato, l’eternamente travagliato Nagorno-Karabakh. Il riconoscimento da parte della Russia dell’Abkhazia e dell’Ossezia del Sud ha portato a un’intensificazione del sostegno finanziario e militare della Russia a tali entità. La Russia non riconosce l’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh – come con il resto del mondo. L’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, invece, riconoscono il Nagorno-Karabakh e viceversa. Dalla guerra del 2020 tra Armenia e Azerbaigian, gli armeni del Karabakh sono diventati più dipendenti dalla Russia, cambiando potenzialmente i calcoli di Stepanakert. A questo si aggiunge la granola vassalla di Circassia, Adighezia, Tatarstan, Baschiria, Cabardino-Balcaria, Alania, Daghestan, Inguscezia (le cui milizie fanno parte delle forze russe combattenti) che fanno da corridoio tra Mar Nero e Caspio. Se Putin, vittorioso, decidesse di compattare questi territori, combinando gli uni e gli altri, contribuirebbe a rinsaldare la fascia sudoccidentale dell’ex URSS: questo implicherebbe anche pericoloso un avvicinamento territoriale all’Iran.

Georgia e Armenia a rischio (per ragioni differenti)

Minacciare direttamente la Georgia perché rea di fraternizzare con l’Occidente e di non aver mai dimenticato le cicatrici a firma russa del 1990 e del 2008: nulla vieta a Mosca di rifiutare di accontentarsi del 20% del territorio georgiano strappato, soprattutto se il Paese dovesse fare nuovi passi verso Nato e Unione Europea. L’Armenia, dal canto suo, si trova in una difficile situazione, alleata di Mosca ma con buoni rapporti con Kiev: in Ucraina, tra l’altro, risiede una importante comunità armena. Molti armeni simpatizzano con gli ucraini sotto attacco, ma sono strettamente legati alla Russia e risentiti per la posizione di lunga data dell’Ucraina a favore dell’Azerbaigian sul Karabakh. Se dunque la Georgia rischia l’aggressione militare, in Armenia potrebbe non esserci lo stesso pericolo se non quello del soft power: Yerevan ha mantenuto un basso profilo mentre infuria la guerra in Ucraina, fornendo supporto diplomatico alla sua alleata Russia, ma per il resto del tempo rimanendo in gran parte in silenzio. In una votazione del 26 febbraio al Consiglio d’Europa sull’espulsione della Russia dall’organizzazione, l’Armenia è stato l’unico Paese (a parte la Russia stessa) a votare “no”. La posizione dell’Armenia è in gran parte dettata dai suoi stretti legami con la Russia: fa parte dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva a guida russa e ospita una base militare russa (in quel di Gyumri). I suoi confini con la Turchia, l’Iran e l’Azerbaigian sono sorvegliati dalle truppe russe. Questo equilibrio diplomatico sul filo del rasoio, tuttavia, rischia di catapultare l’Armenia al di là di Kiev, isolandola dal resto del mondo attraverso rapporti esclusivi con Mosca.

Una stretta sugli -stan seguendo il modello Kazakistan (ricordando il precedente più recente)

Lo scorso gennaio è stato per il Kazakistan un triste presagio del pugno di ferro russo. Il rischio di impopolarità per un regime che scatena l’intervento chirurgico del Csto e la “rivoluzione” che si chiude nel giro di una decina di giorni. Adesso, la grottesca pubblicità di (finte) riforme sventolate da Tokayev. Il bloody january kazako può essere visto come un monito per chiunque, nell’universo neo-zarista, voglia alzare la testa. Soprattutto negli -stan, Paesi enclavati dalle potenzialità energetiche e infrastrutturali fortissime. Fra questi, in questo momento, il più a rischio sembra essere l’Uzbekistan: il Paese ha rotto i ranghi tra i suoi coetanei dell’Asia centrale, che si sono espressamente astenuti dall’adottare posizioni esplicite sulla guerra della Russia, affermando di riconoscere l’integrità territoriale dell’Ucraina e non l’indipendenza delle sedicenti repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk. Parlando al Senato il 17 marzo, il ministro degli Esteri Komilov ha esortato entrambe le parti in conflitto a raggiungere una soluzione diplomatica. La vendetta economica e/o militare, dunque, può essere dietro l’angolo.

Kirghizistan e Tagikistan sono membri del Csto assieme al Kazakistan, Armenia, Russia e Bielorussia. L’Uzbekistan non è membro della Csto, ma la sua economia è ancora fortemente legata a quella russa. Il Turkmenistan, invece, non commenta quasi mai gli affari esterni e il suo governo autoritario scoraggia fortemente il pubblico dal parlare pubblicamente di qualsiasi cosa. Pur evitando qualsiasi cosa che denoti critiche alla Russia, alcuni governi hanno vagamente segnalato un certo disagio per il riconoscimento da parte del Cremlino delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk. Questi Stati diventano ancora più a rischio “assorbimento” poiché sono anche terra di passaggio per la Belt and Road cinese: se Pechino dovesse spingersi troppo nella futura mediazione, o se questi Paesi dovessero continuare nel loro flirt con l’Occidente, le spire politico-militari russe innalzerebbero muri ancora più alti attorno a queste realtà.

Tra minacce militari e influenze soft, la grande ipsilon che dall’Ucraina scende verso il Caucaso per poi risalire verso il Kazakistan subirebbe stravolgimenti epocali a quasi ottant’anni da Yalta. Nell’immediato futuro rischiano pressioni senza precedenti i Paesi dell’Europa dell’est- come la Polonia e i baltici-, protetti ma non troppo dallo scudo Nato e Ue. Vi si aggiunge la Moldavia, sempre più in bilico, tra il flusso abnorme di profughi ucraini-al quale non era preparata- e le minacce di Mosca. Last but not least, la Turchia: Ankara tornerebbe a ricoprire il ruolo -potenziale- per il quale la si volle nella Nato. Nelle mani di Erdogan la decisione verso dove voltarsi.

 

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