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Guerra

L’arsenale che salta, il generale che ruba: la Russia che Putin non sa (o non vuole) cambiare

Il generale Dmitrij Bulgakov, ora in carcere per corruzione, aveva diretto i lavori dell'arsenale esploso. Il problema delle forze armate.

Nelle vittorie come nelle sconfitte, ai russi non manca mai il senso del teatro, della messa in scena, del colpo a sorpresa, del dramma in agguato. Se fossero commediografi sarebbero Shakespeare, se pittori Caravaggio, se musicisti Beethoven. In questo particolare modo è stata accolta quella che indubbiamente è una sconfitta per l’apparato militare russo, ovvero il bombardamento dell’arsenale di Toropets, nella regione di Tver’, città che ha dato i natali all’anarchico Bakunin e a Boris Pugo, già ministro degli Interni dell’ursa, uno di coloro che tentarono il golpe contro Gorbaciov nel 1991. Tver’, peraltro, ospita l’Istituto Centrale di Ricerca per la Difesa Aerospaziale del ministero della Difesa russo, quello che ha sviluppato i sistemi stealth dei caccia Sukhoi Su-57 e Tupolev Tu-160 e i temuti missili Iskander.

L’esplosione dell’arsenale, uno dei più grandi dell’apparato militare russo, è stata così massiccia da provocare un terremoto di magnitudo 2,8, registrato dai sismografi. Non è ancora chiaro che cosa l’abbia provocata. Le voci sono infinite, fino a quelle che fantasticano di una micidiale arma segreta ucraina o del nuovo drone-missile Palyanitsa di cui Davide Bartoccini ha peraltro già parlato su queste pagine. A noi pare assai più probabile che si sia trattato di un attacco di droni orchestrato dall’osservazione satellitare americana e “coperto” da una vasta serie di incursioni aeree su altre regioni russe. Ma non è questo che importa.

Il punto interessante sta nella reazione dei russi. Prima l’informazione ufficiale ha tentato di parlare di “un incendio innescato da frammenti di droni ucraini abbattuti”, facendo ridere tutti da Vladivostok a San Pietroburgo. Poi ha taciuto. E lì sono partite le voci, quelle davvero interessanti. Perché queste voci hanno tirato in ballo un signore di nome Dmitrij Bulgakov che con l’autore di “Il maestro e Margherita” non c’entra nulla ma ha ugualmente una storia interessante.

Bulgakov, 70 anni, è un ex generale che per quindici anni ha lavorato ad altissimo livello nel ministero della Difesa russo. Era uno dei due primi vice-ministri, ovvero il braccio destro del ministro della Difesa Sergej Shoigu, uno suo fedelissimo. Un militare pluridecorato che nel 2016 aveva ricevuto il titolo di Eroe della Russia, l’onorificenza più alta. Questo fino al settembre del 2022. Perché Bulgakov, che era addetto alla logistica, ai rifornimenti e all’edilizia delle forze armate russe, allora fu bruscamente “trasferito ad altro incarico”, leggi silurato, per gli infiniti problemi che la pessima logistica russa, da lui diretta, aveva provocato alle truppe impegnate nell’invasione dell’Ucraina. Quell’altro incarico, in realtà, era un ufficio perso in qualche palazzine di Mosca, da cui Bulgakov è uscito qualche mese fa solo per entrare in carcere.

L’accusa (toccata poi ad altri alti papaveri del ministero, nel grande repulisti seguito alla rimozione del ministro Shoigu) è quella solita: corruzione su vasta scala. L’indagine dell’FSB (il servizio segreto interno, che è il miglior termometro delle lotte di potere all’ombra del Cremlino) ha messo in luce particolari divertenti. A parte una lunga serie di proprietà (appartamenti a Mosca, terreni, dacie e ville sparse in tutta la Russia), è saltato fuori che uno dei principali fornitori del ministero era sua figlia Marina Meshkova. E che un altro fornitore era il marito dell’altra sua figlia.

Fin qui, niente di nuovo o sorprendente. Il fatto è che il generale Bulgakov aveva sovrinteso ai lavori di costruzione proprio dell’arsenale di Toropets saltato in aria ieri, insieme con diverse decine di soldati russi (la guarnigione può ospitare fino a 200 uomini) di cui non si troveranno mai neppure i resti, vista la dimensione dell’esplosione. E nel 2018 l’aveva inaugurato magnificandone le doti, la prima delle quali era, a suo dire, la capacità di resistere a qualunque attacco o bombardamento, compresi quelli nucleari.

Per carità, un po’ di vanteria ci sta. Tagli il nastro, le medaglie tintinnano, la gente applaude, esagerare viene naturale. Oggi, però, i russi tendono a pensare che Bulgakov, da buon zhulik (poco di buono, truffatore, malfattore), abbia magari fatto la cresta anche sui lavori di costruzione dell’arsenale: un po’ meno cemento qui, un po’ meno acciaio là, tanti bei rubli in più nelle tasche di famiglia. E l’arsenale esce fuori assai meno robusto di quanto dovrebbe essere.

È una spiegazione non priva di fondamento ma ovviamente semplicistica, almeno rispetto alle dimensioni del disastro di Toropets. Forse Bulgakov è solo un capro espiatorio agli occhi dell’opinione pubblica. Ma è indicativo di un problema che, per la Russia, è storico: ovvero, le forze armate come nido di corruzione e ruberia. Era un problema già all’inizio dell’esperienza di potere di Vladimir Putin, quando gli ufficiali impegnati in Cecenia vendevano le armi ai guerriglieri ceceni o rubavano sui rifornimenti. E il ministro della Difesa era Pavel Graciov, soprannominato “Pasha Mercedes” per la passione per la auto di lusso. Denunciare il malcostume dei militari, non dimentichiamolo, costò la vita ad Anna Politkovskaja. Ed è un problema anche venticinque anni dopo, mentre la Russia è impegnata in un’altra guerra, ancor più massiccia, in Ucraina. Non a caso, pochi mesi fa, il Cremlino ha deciso il grande repulisti al ministero della Difesa. Purtroppo per Putin e soprattutto per i soldati russi, di repulisti se ne sono già visti diversi, mentre la corruzione rimane la stessa.

Fulvio Scaglione

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