L’apparizione di Netanyahu e la follia al potere

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Dopo tanti giorni di video bizzarri che avrebbero dovuto dimostrare che il premier israeliano era ancora vivo, Tel Aviv si è decisa a organizzare una conferenza stampa in cui Netanyahu si è confrontato con dei giornalisti, pur se di stretta osservanza. “Sono vivo”, ha rivendicato all’inizio della sua apparizione.

Certo, come prova che le voci sul suo decesso erano false sarebbe bastato che in questi giorni intervenisse in un Gabinetto di guerra, presieduti invece dal ministro della Difesa Israel Katz, l’unico esponente del governo che negli ultimi tempi si è mostrato attivo e loquace. Ma al di là della tortuosità della politica israeliana, resta il contenuto dell’intervista.

Tante le ovvietà: il premier ha smentito che sia stato lui a trascinare Trump in guerra, né poteva far altro, e dichiarato che l’Iran è prossimo alla distruzione. Su quest’ultimo punto un corollario che alcuni hanno annotato come apertura per un possibile Endgame: l’Iran non avrebbe più la capacità di arricchire uranio e il suo arsenale missilistico sarebbe stato più o meno debellato.

Particolari, appunto, che potrebbero far pensare che Tel Aviv possa iniziare a pensare di chiudere le ostilità, come sembrava alludere anche l’aggiunta che la guerra “finirà molto più velocemente di quanto si pensi”. Ma a mettere in dubbio tale prospettiva l’affermazione che Israele deve ancora finire il lavoro. Contraddizioni che solo il tempo scioglierà.

Più lineare, invece, la rivelazione di una prossima campagna di terra, a proposito della quale ha spiegato che esistono “molte possibilità”, anche se si è riservato di non rivelarle. Ciò fa il paio con le pressioni insistenti perché gli Usa vadano boots on the ground e con l’invio di qualche migliaio di marines nella regione, anche se non è chiaro come pensano di procedere senza rimanere impantanati o peggio. Né è di aiuto Trump che, sul punto, afferma tutto e il contrario di tutto. Altre contraddizioni.

In realtà, l’unica vera novità della conferenza stampa di Netanyahu è che, interpellato sul niet di Trump a colpire gli impianti petroliferi iraniani e sull’eventualità che gli Usa gli chiedano di porre fine alla guerra, dopo aver divagato non poco, ha concluso che “rispetta” le decisioni americane.

Parole che, in teoria, dovrebbero porre fine alla pericolosa escalation di attacchi alle risorse energetiche della regione, innescata da Tel Aviv in completo solipsismo come ha ricordato il giornalista che ha posto la domanda (non smentito da Netanyahu).

E che sembrano fare il paio con le dichiarazioni del Segretario per l’energia Usa Scott Bessent, il quale ha sorprendentemente affermato che l’America sta valutando di revocare le sanzioni sul petrolio iraniano per placare la crisi energetica globale.

Insomma, tante le contraddizioni dell’Impero, che corrono in parallelo con quelle del suo alleato-padrone dell’Asia occidentale. Il punto è che l’Impero e la sua propaggine mediorientale hanno fatto del caos un brodo di coltura rigenerativo, tanto che il caos creativo declamato dall’ex Segretario di Stato Condoleezza Rice è stato posto a fondamento della politica estera americana.

E dal momento che i fautori del caos creativo sono tornati nuovamente a occupare la stanza dei bottoni imperiale (dopo una breve parentesi), il caos sta dilagando anche nel cuore dell’Impero. Né poteva essere altrimenti: chi semina vento, raccoglie tempesta.

Una nota a margine va spesa per l’accenno fatto da Netanyahu, in conferenza stampa, dell’impotenza di Gesù Cristo rispetto alla potenza di Gengis Khan. Parole che hanno suscitato reazioni in ambito cristiano e che il premier israeliano ha dovuto placare affermando che non erano intese a denigrare il Signore, che anzi i cristiani sono ben accetti nel suo Paese.

Al di là dello stridore di tale rassicurazione con il decreto con cui le autorità israeliane hanno chiuso il Santo Sepolcro, cosa mai accaduta nei secoli pregressi, secondo un lettore del nostro sito Netanyahu avrebbe fatto riferimento al Khanato Kazaro, la cui nobiltà si convertì all’ebraismo e i cui discendenti avrebbero una certa influenza nell’attuale Israele.

Popolo turco, avevano affinità con i mongoli, ad esempio la reggenza di un Khan, per cui la frase di Netanyahu avrebbe un significato quasi di sfida al cristianesimo. Teoria priva di fondamento storico e di attualità, ma con suggestioni che la rendono curiosa, sebbene del tutto aleatoria.

A proposito dei mongoli, rammentiamo una battuta di Andreotti, il quale, in un consesso non privato, ebbe a ricordare come ebbe a che fare con un presidente della Mongolia che in seguito gli dissero che era morto diversi anni prima.

Era il tempo in cui si parlava dei sosia di Saddam Hussein e altri con lui, per dire com’è complesso il mondo e come sono complesse le dinamiche del potere, che svela e vela allo stesso tempo.

In un tempo come l’attuale, in cui le complessità sono esplose al parossismo a causa di un’aggressiva Opa dell’irrazionalità sulla Politica, con il conseguente declino del Diritto in favore della Forza, oltre che con la preponderanza del virtuale sul reale, con il virtuale che si erge a dominus della realtà – tale, ad esempio, il potere di Peter Thiel e del suo Palantir – e con il caos non più rifuggito, ma ricercato, le complessità di un tempo sono impazzite e la follia è diventata norma.

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