L’ammiraglio Vianello: così i cacciamine italiani possono liberare lo Stretto di Hormuz

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Il recente minamento dello Stretto di Hormuz, con la Hazardous Area proclamata (fig.1), conferma l’attualità delle mine navali per interdire i traffici marittimi. Questo genera effetti devastanti sulle economie globali, inclusa l’Italia, che dipendono dal mare per energie e materie prime per la loro economia di trasformazione. Ordigni navali economici modificano o interdicono le vie di comunicazione marittime, contribuendo a innalzare i costi di acquisto degli idrocarburi e dei premi assicurativi, ma soprattutto spingono gli Stati a modificare le proprie catene di approvvigionamento energetico aumentandone la vulnerabilità industriale e sociale. Ciò ha portato il vertice dei cosiddetti Paesi Volenterosi – tra cui anche l’Italia – a definire i primi contorni di una missione multinazionale volta a garantire una risposta coordinata che, al termine del conflitto tra l’Iran e l’alleanza Israele – Stati Uniti, consenta di ripristinare la libera navigazione in uno dei corridoi marittimi più importanti al mondo, provvedendo allo sminamento delle acque di Hormuz.

Dopo la Seconda guerra mondiale le Forze di Contromisure Mine italiane hanno svolto un ruolo cruciale nella bonifica delle rotte commerciali del Mediterraneo centrale, contribuendo alla sicurezza della navigazione nell’ambito di coordinamenti internazionali. Nel 1991, durante il conflitto Iraq-USA, i cacciamine italiani operarono in acque pesantemente minate, neutralizzando decine di ordigni e aprendo corridoi sicuri per il naviglio militare e civile, in linea con i principi del Manuale di San Remo e della VIII Convenzione dell’Aja del 1907. Ulteriori esperienze operative maturarono nell’Operazione Mar Rosso del 1984 nelle acque di Suez e nell’Operazione Profeta del 1999 in Adriatico. Questo consolidato bagaglio operativo garantisce oggi alle Forze CMM italiane elevata professionalità e piena interoperabilità con le marine alleate.

Il profilo della minaccia

La zona minata è stata indicativamente localizzata al centro dello Stretto di Hormuz in corrispondenza dello schema di separazione del traffico in ingresso/uscita, tra il limite delle acque territoriali iraniane a Sud dell’isola di Larak e le coste omanite in cui il fondale varia tra i 60 e i 90 metri. La buona capacità industriale iraniana consente la produzione di una diversificata serie di armi subacquee che include sia mine ormeggiate che da fondo, impiegabili nella Hazardous Area di Hormuz. Le prime si attivano in seguito al contatto con lo scafo delle navi (mine della serie MAHAM-1: 02A2, 02B, 02,01). Le seconde sono mine ad influenza (MAHAM-2 e MAHAM-3)(fig. 2) che si attivano in seguito al rumore e alla variazione del campo magnetico determinati dal transito del bersaglio. Si presume che altre mine iraniane, tra cui la MAHAM-7, derivata dalla mina italiana anti sbarco Manta, non dovrebbero trovare il loro impiego.

La capacità di contromisure mine nazionale

Come avvenuto per altre forme di lotta, anche nella guerra di mine, l’avvento dei droni sta determinando l’introduzione di tattiche e sistemi che contemplano un significativo ricorso ai sistemi unmanned, perseguendo l’obiettivo del cosiddetto man out of the minefield. In tale contesto la Marina Militare, si è dotata di tale capacità che affianca ed integra quella dei cacciamine classe Gaeta (fig.3) caratterizzati da scafi dalla bassissima segnatura acustica e magnetica e da un elevato shock factor (resistenza dello scafo alle esplosioni ravvicinate) nonché dotati di sonar e ROV (Remotely Operated Vehicle). 

Oltre a ciò la Marina Militare ha avviato il programma pluriennale “Cacciamine di Nuova Generazione” (SMD 08/2022, Atto del Governo nr. 410), che prevede la costruzione di unità specialistiche di nuova generazione dotate di standard strutturali elevati, sensoristica avanzata e una significativa componente di mezzi autonomi integrati con logica modulare. Queste unità opereranno prevalentemente come piattaforme di gestione e controllo dei sistemi autonomi, segnando un salto qualitativo rispetto alla generazione attuale. Anche altre marine stanno percorrendo questa transizione, sebbene con gradi di avanzamento diversi e con sistemi ancora in fase di sviluppo o verifica operativa. L’Italia si distingue per una postura ibrida – che combina scafi specialistici tradizionali e capacità unmanned complementari – particolarmente adatta a una bonifica post-bellica come quella prospettata ad Hormuz.

Uno dei punti fermi della componente CMM nazionale è stato da sempre rappresentato dalla scelta di dotare i cacciamine di VDS (Variable Depth Sonar, un sistema di localizzazione subacquea utilizzato dalle navi di superficie per individuare le mine a diverse profondità) con l’intento di potere sfruttare al meglio la propagazione acustica nei mari che sono soggetti a elevati gradi di salinità e forti riscaldamenti degli strati superficiali. Tale peculiarità può rappresentare un importante fattore per la scoperta e la localizzazione delle mine nelle acque del Golfo Persico che sono caratterizzate da similari fenomeni ambientali. 

Nonostante le riduzioni di mezzi e di personale verificatesi negli ultimi decenni, la componente di CMM ha mantenuto una solida capacità operativa attraverso l’ammodernamento dei cacciamine in servizio, l’acquisizione di droni subacquei e di superficie, e l’addestramento operativo partecipando stabilmente alla forza NATO SNMCMG2 in Mediterraneo. Anche le collaborazioni con le marine belga e olandese hanno preservato un alto livello addestrativo degli specialisti. L’impiego nell’operazione Mare Sicuro ha infine arricchito la componente di una preziosa versatilità nella sorveglianza dei fondali. Non va mai dimenticato, infatti, che a fianco della minaccia delle mine si aggiunge quella esercitabile nei confronti dei cavi sottomarini che attraversano lo stretto, con il rischio di interrompere il flusso di comunicazioni vitali per le interconnessioni economiche.

Il contributo nazionale allo sminamento di Hormuz

Allo stato attuale i contorni dell’intervento della coalizione non sono stati ancora compiutamente definiti così come i livelli di partecipazione e gli assetti dei diversi Paesi che aderiranno all’iniziativa. Il Ministero della Difesa, qualora il Parlamento approvi la partecipazione dell’Italia alla missione di sminamento, prevede di contribuire alla Forza di CMM della coalizione multinazionale con due unità cacciamine, una unità combattente di scorta ed una unità logistica. Inoltre, una aliquota di droni autonomi rappresenterà il moltiplicatore di forza della capacità di contrasto delle mine, esprimibile dalle unità di CMM.

Essendo i cacciamine costieri, dotati di una limitata autonomia e di una bassa velocità, il trasferimento in zona di operazione richiederà circa quattro settimane durante le quali dovranno essere previste limitate e brevi soste operative in porto (non è un caso che nel Programma pluriennale di A/R era contemplata anche la costruzione di cacciamine di altura (CNG-A) caratterizzati da maggiori autonomia e velocità). In zona d’operazione il necessario supporto sarà fornito dall’unità logistica. L’unità di scorta provvederà invece a fornire la necessaria protezione al verificarsi di eventuali minacce asimmetriche nei confronti delle unità impegnate nello sminamento.

Conclusioni

Lo sminamento dello Stretto di Hormuz rappresenta una sfida operativa complessa ma non nuova per la Marina Militare. L’esperienza accumulata in decenni di missioni multinazionali, la qualità del personale specialista e una postura che combina efficacemente capacità tradizionali e sistemi autonomi collocano il contributo italiano tra i più qualificati nell’ambito della coalizione dei Paesi volenterosi.

La peculiare configurazione tecnica dei cacciamine classe Gaeta – con le loro basse segnature acustica e magnetica, i sonar a profondità variabile e i mezzi autonomi integrati – risulta particolarmente adatta alle caratteristiche ambientali del Golfo Persico, dove le condizioni di salinità e temperatura degli strati superficiali rendono determinante proprio quella capacità di propagazione acustica che da sempre contraddistingue la scuola italiana delle contromisure mine.

Partecipare alla missione non è soltanto un atto di solidarietà internazionale, ma una scelta guidata dall’interesse nazionale. La riapertura di Hormuz alla libera navigazione rappresenta una condizione imprescindibile per la stabilizzazione dei mercati energetici e per la tutela di un’economia come quella italiana, strutturalmente dipendente dall’importazione di idrocarburi via mare. Ogni giorno di chiusura dello Stretto si traduce in costi reali per famiglie e imprese. Agire tempestivamente, con professionalità e in sede multilaterale, è la risposta più concreta che l’Italia possa offrire.

L’Ammiraglio MASSIMO VIANELLO ha frequentato la Scuola Militare Navale F. Morosini e l’Accademia Navale. Ha conseguito la qualificazione in Armi Subacquee e la specializzazione in Contromisure Mine. È stato il comandante del MSC Mandorlo, MHC Gaeta, fregata Maestrale e di Nave Vespucci. Nel grado di CA ha comandato le Forze di CMM ed il 29° Gruppo Navale. Ha partecipato alle operazioni: Golfo Persico 1, Allied Force e Mare Nostrum. È Consigliere del Centro Studi di Geopolitica e Strategia Marittima ed è referente per la lotta sotto la superficie.