La conferma della morte del presidente iraniano Ebrahim Raisi, considerato un papabile successore di Ali Khamenei Guida Suprema della Repubblica Islamica, getta inevitabilmente delle ombre sul futuro del Paese e un velo di incertezza che un tragico evento di questo tipo determina. Raisi, 63 anni, è rimasto ucciso domenica 19 maggio, insieme al ministro degli Esteri Hossein Amir-Abdollahian e ad altri funzionari di alto livello, in un incidente in elicottero nel nord-ovest dell’Iran. La loro morte giunge in un momento delicato per una nazione che deve affrontare sfide importanti sia all’interno, che all’esterno, mentre infuria la guerra in Medio Oriente e nella Striscia di Gaza. Ne abbiamo parlato con l’ex diplomatico Alberto Bradanini, ambasciatore italiano a Teheran (2008-2012) e a Pechino (2013-2015) e Presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea. Recentemente ha pubblicato per Anteo Cina. Dall‘umanesimo di Nenni alle sfide di un mondo multipolare.
Caro ambasciatore, quali sono le prospettive politiche per l’Iran dopo la morte di Ebrahim Raisi e del ministro degli esteri Amir-Abdollahian? Tutto per ora fa pensare a un tragico incidente, come peraltro sostiene la leadership della Repubblica Islamica.
Non sappiamo evidentemente cosa sia successo davvero, siamo degli osservatori un po’ immaginifici. Cerchiamo di costruirci una risposta sulla base di una certa interpretazione. Premesso questo, in Iran il potere ultimo risiede tra il clero sciita e il suo braccio armato, il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione, che noi chiamo “Pasdaran”. Se sarà confermato che si tratta di un incidente, tesi ad oggi preferita del governo iraniano, dopo il periodo ad interim del primo vicepresidente Mohammad Mokhber si terranno nuove elezioni. Si tenga presente che in Iran le elezioni non sono completamente libere, la lista deve essere approvata dai Guardiani della Rivoluzioni, dai diversi corpi istituzionali e dalla Guida Suprema. In ogni caso, se confermata questa tesi ci saranno nuove elezioni e questo ciclo si chiuderebbe. Ci sarebbero invece conseguenze poco prevedibili qualora fosse provato o ci fossero sospetti pesanti che si sia trattato di un attentato orchestrato da Israele.
Quale sarebbe la risposta di Teheran, in quest’eventualità?
Qualora fosse questo il caso, difficilmente gli americani avrebbero approvato un’interferenza così pesante da Tel Aviv. Tuttavia, se Teheran dovesse reagire a un’aggressione, in questo caso inevitabilmente gli Stati Uniti si sentirebbero obbligati a intervenire a fianco di Israele perché nessun presidente potrebbe lasciar soli gli israeliani davanti al grande nemico rappresentato da Teheran. Il governo iraniano potrebbe anche avere sospetti fondati su un possibile attentato, tenuto conto del fatto dei tre elicotteri solo questo dove c’era Raisi e il ministro esteri si è schiantato, il che è una circostanza oggettivamente singolare, e tuttavia potrebbe mostrare di credere alla tesi dell’incidente per convenienza. Va però ricordato che nella storia ci sono stati anche degli incidenti, non tutto è manovrabile dall’esterno. Nel caso in cui Teheran dovesse convincersi che si è trattata di un’aggressione, saremmo davanti a uno scenario drammatico.
Gli Stati Uniti, in ogni caso, non sembrano affatto volere un’escalation nella regione in un anno elettorale.
Ci sono anche gli interessi delle grandi corporazioni da considerare. In caso di guerra, lo Stretto di Hormuz verrebbe bloccato, il petrolio salirebbe alle stelle, le borse di Wall Street precipiterebbero, le grandi corporazioni verrebbero danneggiate e i democratici sicuramente perderebbero le elezioni. Gli Usa, in questo caso, non hanno gli stessi interessi degli israeliani, anche se spesso questi coincidono. Negli Stati Uniti le lobby israeliane sono potentissime: a questi soggetti non importa nulla delle manifestazioni pro-Palestina nei campus, ciò che conta per loro è che al Congresso e alla Casa Bianca ci siano degli amici. E finora ci sono sempre riusciti piuttosto bene.
Il procuratore capo della Corte penale internazionale (Cpi), Karim Khan, ha chiesto ai giudici del tribunale dell’Aja mandati d’arresto per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar per crimini di guerra e contro l’umanità. Cosa ne pensa?
La decenza in qualche maniera si è imposta. Il doppio standard che gli americani avevano imposto, in ogni campo, dinanzi alla Cpi ha fatto acqua: non sono riusciti a controllarne i comportamenti sebbene fossero stati minacciati i giudici da una parte del Congresso e dallo Speaker repubblicano Mike Johnson. Per questi due signori le cose non si mettono bene, sebbene gli Usa non facciano parte del trattato di Roma, e sul piano pratico non si procederà all’arresto. Per Israele, il danno è soprattutto dal punto di vista dell’immagine e della reputazione, danno che è andato in crescendo a partire dall’8 ottobre 2023 fino ad oggi. Purtroppo, per Israele il diritto internazionale non sembra essere la stella polare. Per quanto riguarda invece il leader di Hamas, direi che è abbastanza scontato.
Il presidente russo Vladimir Putin è volato da Xi-Jinping. In questo contesto caotico, si rafforza la partnership tra Russia e Cina?
Quella tra Russia e Cina è una vicinanza fondata sugli interessi. Non c’è un accordo militare come la Nato, perché la Cina, in particolare, ama mantenersi libera e valutare di volta in volta come comportarsi. Ma tra i due Paesi la vicinanza è sempre più solida poiché basata sugli investimenti e su interscambio che oggi vale 300 miliardi di dollari, che è più del doppio rispetto a due anni fa. Da considerare il fatto che l’importazione di materie prime ed energia avviene via terra poiché tra i due Paesi ci sono 1500 km di frontiera comune, il che consente loro di evitare di transitare dagli stretti di mare controllati dalla marina americana. Entrambe le nazioni, inoltre, hanno la necessità di contenere la pervasività americana e il suo espansionismo bellicista.
Mosca e Pechino hanno davvero archiviato i vecchi dissapori maturati durante la Guerra Fredda?
Questa saldatura non è fondata sull’anticapitalismo ma su interessi concreti. Chi afferma che tra i due Paesi c’è diffidenza deve tenere conto che è un rapporto fondamentalmente paritario. La Russia è una grande potenza militare ed è ricca di energia, gas, petrolio, materie prime e ha un’agricoltura vivace. La Cina dal canto suo è una grande economia. In tutto questo gli Usa rimangono la prima potenza militare e l’economia più grande del pianeta, anche se è un tempo che sta tramontando e la saldatura tra Russia e Cina è destinata a durare.

