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In un quadro generale che ormai è definibile come allarmistico, il confronto tra Russia e Nato sulla questione ucraina sta assumendo sempre più le caratteristiche di un’escalation militare propedeutica a un intervento armato di qualche tipo. Abbiamo già avuto modo di analizzare, dettagliatamente, quanto sta facendo Mosca al confine con l’Ucraina e quanto sia cambiata la narrazione che il Cremlino fa della crisi per Kiev, ma per avere una visione completa in grado di fornirne le chiavi di lettura è necessario anche guardare ai movimenti della Nato ai suoi confini orientali.

Per farlo dobbiamo tornare a qualche giorno fa, quando il 15 dicembre cacciabombardieri F-15E “Strike Eagle” dell’Usaf (l’aeronautica statunitense) sono atterrati alla base di Campia Turzii, Romania, ufficialmente in supporto alla missione Nato Enhanced Air Policing.

I velivoli sono la versione biposto da attacco del noto caccia statunitense e appartengono al 336esimo Fighter Squadron che ha sede presso la base di Seymour Johnson, North Carolina. Il dispiegamento è stato “rapido”, in quanto i caccia hanno lasciato la Romania il 22, ma è significativo che il Pentagono abbia scelto questa particolare versione dell’Eagle, che ha la possibilità di effettuare missioni di attacco al suolo, per la missione di Air Policing Nato, che vede anche la presenza di un distaccamento di Eurofighter Typhoon dell’Aeronautica Militare Italiana dislocati presso la base Mihail Kogalniceanu di Constanza, sul Mar Nero.

Le missioni Air Policing sono di routine per l’Alleanza e vengono effettuate per garantire la sicurezza dello spazio aereo degli Stati che lo richiedono (ad esempio i Paesi Baltici): in particolare i nostri Typhoon opereranno dalla Romania per i prossimi tre mesi.

Sempre nella giornata del 22 sono stati notati diversi voli di velivoli da trasporto militare statunitensi e canadesi C-130 dal Regno Unito sino proprio alla base aerea prossima al Mar Nero: probabilmente hanno trasportato uomini e materiali per un’esercitazione congiunta tenutasi in quello specchio d’acqua che vede anche la presenza della fregata tipo Fremm della Marine Nationale “Auvergne”, arrivata alla vigilia di Natale a Odessa (Ucraina) – dopo una sosta a Constanza – scortata proprio dai caccia italiani e dagli F-16 rumeni.

Dal 2014 l’Alleanza ha implementato le sue misure di garanzia con l’obiettivo di assicurare gli alleati lungo il fianco orientale con la nascita della “Iniziativa Europea di Deterrenza” (European Deterrence Initiative – Edi), originariamente chiamata European Reassurance Initiative. Si tratta di un meccanismo per supportare attività nell’ambito dell’operazione Atlantic Resolve che vede coinvolti circa 6mila militari statunitensi distribuiti in alcuni Paesi chiave con una turnazione di nove mesi.

Il grosso di queste forze statunitensi sono in Polonia, dove sino al 2020 erano stanziati circa 4500 soldati (aumentati di mille unità nel 2019), coinvolti negli sforzi di difesa missilistica di Atlantic Resolve e dell’Alleanza e assegnati a uno dei quattro Nato Enhanced Forward Presence Battle Groups.

Le forze statunitensi in Polonia includono il comando missione a livello di divisione a Poznan, elementi di una brigata corazzata e unità di supporto, una task force per l’aviazione dell’esercito, una task force logistica dell’esercito di circa 750 persone con sede in Polonia ma con hub anche in Lituania e Romania, un distaccamento dell’aeronautica a Lask e un distaccamento della marina a Redzikowo, per lavorare sul sito di difesa missilistica Aegis Ashore che dovrebbe essere attivato entro la fine del 2022.

L’Enhanced Forward Presence Battle Group in Polonia guidato dagli Stati Uniti può contare anche sull’857esimo Armored Squadron di cavalleria di stanza a Orzysz proveniente dalla Germania, appartenente al Secondo Reggimento che, teoricamente, sarebbe dovuto ritornare negli Stati Uniti nel 2020 nel quadro della riduzione delle truppe voluta dall’ex presidente Donald Trump.

A questo si aggiungono elementi della 173esima brigata aviotrasportata distribuiti anche nei Paesi Baltici. Il meccanismo Edi può contare anche su una brigata corazzata utilizzante carri M-1 Abrams che, a rotazione annuale, viene ridislocata in Europa pur restando “in seconda linea”.

La Nato può fare affidamento anche sulla sua “punta di lancia” data dai 5000 uomini (ora aumentati a 6400) della Very High Readiness Joint Task Force (Vjtf) consistente in forze provenienti da Paesi dell’Alleanza, comandata dalla Turchia nel corso di tutto il 2021. Proprio la Vjtf, secondo quanto riportato da Welt che cita un anonimo “diplomatico Nato”, ha ricevuto l’ordine di essere pronta a entrare in azione entro cinque giorni dall’inizio della mobilitazione invece dei sette normalmente richiesti. Anche altre unità della forza di reazione rapida della Nato, come le forze speciali o logistiche, sono state messe in allerta, in modo che in caso di crisi possano essere pronte a muoversi molto più rapidamente. La prontezza operativa riguarda però specificamente le tempistiche in cui i servizi di emergenza devono essere pronti per l’evacuazione con aerei o elicotteri, quindi non si tratta di mobilitare truppe per portarle in teatro di crisi.

Il comandante in capo della Nato in Europa, generale Tod Wolters, aveva però suggerito che l’Alleanza dovesse schierare truppe in Bulgaria e Romania dopo la Russia ha ampiamente dimostrato di ammassare truppe e mezzi vicino al confine ucraino, secondo quanto riportato sabato 18 da Der Spiegel. Il media tedesco aveva affermato che ci sarebbero piani per estendere il braccio della missione Enhanced Forward Presence dell’Alleanza asserendo di avere informazioni secondo cui Wolters aveva “chiesto un rafforzamento delle truppe al confine orientale” della Nato durante una videoconferenza riservata con i leader militari delle nazioni partner, aggiungendo che la proposta avrebbe in effetti “ampliato la presenza” in Romania e Bulgaria.

Le due opposte fazioni però continuano a dialogare, anche, a quanto pare, sulle proposte di Mosca che ha individuato alcuni punti per poter tornare ad avere una “cintura di sicurezza” intorno alla Russia – alcune delle quali, come la smilitarizzazione dei Paesi Nato più a est, riteniamo irricevibili – e in questo quadro il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ha convocato una seduta del Nato-Russia Council prevista per il prossimo 12 gennaio, mentre il 10 ci saranno colloqui bilaterali tra le parti.

Sul fronte opposto, però, non c’è nessun segno di de-escalation. Il ritiro di 10mila uomini dal Distretto Meridionale (in particolare dalle regioni di Rostov, Krasnodar e Crimea) a seguito della fine di una serie di esercitazioni su vasta scala tenutasi nell’ultimo mese, è solo un esercizio di maskirovka: negli stessi giorni in cui il Cremlino ritirava truppe dal settore più a sud del Distretto Meridionale, ne schierava altre nella regione di Belgorod, presso Valuyki, a soli 20 chilometri dal confine ucraino, come evidenziato dalla ricognizione satellitare il 24 dicembre.

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