È una sentenza che, oltre fare giurisprudenza, segna anche uno spartiacque nella storia, quella che è stata emessa il 3 febbraio dalla Corte penale internazionale (Cpi) nei confronti di un ex bambino soldato ugandese, diventato comandante di un gruppo ribelle, e colpevole di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Al termine di un processo durato cinque anni, Dominic Ongwen, sul quale pendevano oltre 70 capi d’accusa è stato ritenuto colpevole di omicidio, stupro, riduzione in schiavitù e arruolamento di bambini soldato dalla più alta Corte della Nazioni Unite. Una sentenza che fa discutere perché, per la prima volta, una persona è apparsa davanti alla Cpi sia come vittima che come presunto colpevole. “La sua colpevolezza è stata stabilita oltre ogni ragionevole dubbio”, ha detto il presidente del tribunale Bertram Schmitt, al momento di pronunciare il verdetto nei confronti di Ongwen, il quale ha negato ”in nome di Dio”, tutte le accuse nei suoi confronti e gli avvocati dell’imputato hanno continuamente chiesto l’assoluzione spiegando che l’uomo è stato lui stesso vittima degli orrori inflitti dal gruppo ribelle.

La storia di Dominic Ongwen è una storia dannata, a soli nove anni, quando era un bambino che frequentava una scuola nel nord dell’Uganda, è stato rapito dai soldati dell’LRA. Il Lord’s Resistance Army, guidato da Joseph Kony, è una formazione ribelle che quando è nata a fine anni Ottanta si opponeva al governo di Museweni chiedendo una maggior partecipazione dei gruppi etnici minoritari nell’esecutivo di Kampala. Con il tempo però è divenuta una milizia dedita al saccheggio e al brigantaggio e che ha fatto del misticismo e di un cattolicesimo coniugato all’animismo il pretesto per compiere terribili efferatezze che l’hanno portata ad essere inserita dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America nella lista delle organizzazioni terroristiche globali.

Negli anni Dominic Ongwen ha ottenuto promozioni e ruoli di comando all’interno dell’esercito di Kony arrivando lui stesso a compiere quelle barbarie di cui era stato vittima da bambino. “La camera è consapevole che ha sofferto molto”, ha detto il giudice Schmitt, a capo dei magistrati che hanno esaminato il caso. “Tuttavia, questo caso riguarda i crimini commessi da Dominic Ongwen come adulto responsabile e comandante dell’Esercito di resistenza del Signore”. Un sentenza nuova e lapidaria che lascia il campo a molti interrogativi di carattere etico e morale. Ma se è la prima volta che si registra un processo di questo tipo, non è la prima volta però che dall’Africa arrivano storie di vittime costrette a divenire carnefici per poter sopravvivere.

Molti tratti in comune si riscontrano infatti tra quanto vissuto da Diminic Ongwen e Halima Adam, la sola kamikaze di cui si ha notizia ad essere sopravvissuta ad un attentato suicida. InsideOver aveva incontrato nel 2019 la donna che oggi ha vent’anni e che vive sull’isola di Gomirom Domou nel Lago Ciad, e in questo modo lei aveva raccontato il suo passato: ”Quando avevo dodici anni sono stata data in sposa a un uomo che faceva il pescatore. Un giorno, nel 2016, mio marito mi disse che ci saremmo trasferiti su un’isola dove la pesca era più redditizia, invece mi ha condotta dai terroristi di Boko Haram”. La donna vive nel bacino del lago Ciad dove un’implacabile crisi ambientale, che ha portato al prosciugamento del 90% della superficie del lago, ha fatto da combustibile per l’avanzata di Boko Haram che approfittando della disperazione della gente, stretta nella morsa della fame e della miseria, ha instaurato il proprio Califfato d’Africa nel cuore del Sahel. Proseguendo nel raccontare la sua vita, Halima Adam ha poi aggiunto: ”Dopo un anno di indottrinamento mio marito è venuto a dirmi che mi aveva designata come kamikaze. Ero sconvolta, i capi mi convocarono, mi dissero che avrei compiuto il volere di Allah e che avrei dovuto fare una strage nel mercato di Bol. Poi mi drogarono e mi diedero la cintura esplosiva; non potevo oppormi, altrimenti mi avrebbero decapitata”. La donna poi racconta che il commando di cui faceva parte è stato intercettato dai vigilantes a tre chilometri dal centro rivierasco dove avrebbero dovuto compiere la strage. Ed è stato in quel momento che i mujhaeddin che erano con lei hanno attivato le cinture esplosive. Lei è stata la sola a sopravvivere all’esplosione ma la deflagrazione l’ha travolta e ha perso entrambe le gambe.

Dopo essere stata curata Halima Adam è stata tenuta in un centro speciale di detenzione per due mesi, al termine dei quali, le autorità ciadiane, compreso il suo vissuto, l’hanno rilasciata e lei è tornata a vivere nel suo villaggio di origine. E oggi l’ex jihadista fa del suo vissuto e della sua vicenda lo strumento con cui arginare il proselitismo di Boko Haram nella regione, raccontando ai giovani il vero volto del terrorismo lontano da propaganda e menzogne.

Due storie analoghe con due epiloghi diversi ma che, al di là delle sentenze e dei verdetti dei tribunali, insegnano che, talvolta, il carnefice altro non è che una vittima votata all’orrore per obbligo, per necessità, per mancanza di possibilità e di scelta difronte al rigorismo del terrore, che in tutte le sue declinazioni, altro non è che un male antropomorfo, che mira alla cancellazione dell’uomo.