Non sembra esserci tregua per l’Afghanistan, Paese che nel 2019 è entrato nel suo quinto decennio di guerra, dopo che dal 1979 si sono succedute l’invasione sovietica, la guerra civile, il conflitto tra i talebani e l’Alleanza del Nord, l’invasione occidentale, l’insorgenza degli stessi talebani disarcionati dal potere e da ultima l’infiltrazione dell’Isis.

Il governo di Kabul è nel caos, in piena crisi di legittimità tra il presidente Ashraf Ghani e lo sfidante alle ultime elezioni Abdullah Abdullah, l’accordo-quadro con i talebani stenta a riportare la pace, l’esercito regolare è fiaccato da malcontenti e divisioni e da ultimo sul Paese sta iniziando a pendere la spada di Damocle del coronavirus.

Il Covid-19 può essere la pietra tombale sulle speranze di rinascita dell’Afghanistan? Il Paese è tra i due fuochi dell’Iran, colpito duramente dalla pandemia, e del subcontinente indiano, che può diventare lo scenario di maggiore gravità nella seconda fase del contagio. Come fa notare War on the Rocks, “l’Afghanistan ha pochi casi registrati di Covid-19 a causa della scarsa capacità di effettuare test; metà della popolazione del Paese potrebbe tuttavia esser stata già contagiata. I talebani hanno sfruttato la situazione per motivi politici, criticando il governo di Kabul e offrendo aiuto medico ai civili, accelerando il ritmo degli attacchi nelle province più colpite e rifiutandosi di approvare un cessate il fuoco per il Ramadan“.

Nel solo primo trimestre del 2020 sono stati almeno 533 i civili morti in Afghanistan, tra cui 152 bambini, a causa dei combattimenti, secondo quanto riferisce un rapporto della Missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama). Il dato è il più basso dal 2012 ad oggi e rispetto al 2019 la flessione è di quasi un terzo (-29%), ma per il periodo in corso c’è da aspettarsi un’impennata a causa dell’escalation di violenza seguita, dopo la conclusione degli accordi di Doha tra Usa e Talebani, al fallimento degli incontri tra insorti e governo centrale.

La pandemia di coronavirus mette a repentaglio il tessuto sociale del Paese. E la portata globale del virus riduce lo spazio di manovra per la coalizione internazionale a guida statunitense. Il Covid-19 negli Stati Uniti sta causando una vera e propria strage e qualsiasi iniziativa militare in questo frangente non farebbe che aumentare il malcontento tra l’opinione pubblica e rafforzare la tendenza, segnalata da Wotr, secondo cui per Washington “sarebbe più facile mandare un missile su un bersaglio in Afghanistan che consegnare un ventilatore polmonare in un ospedale americano”.

La mannaia del coronavirus segna anche l’epitaffio definitivo: “Missione fallita” per l’Occidente in Afghanistan. E proprio Missione fallita si intitola il più recente volume sul conflitto afghano uscito in Afghanistan, scritto dall’accademico e storico militare Gastone Breccia e edito dai tipi del Mulino. Breccia, commentando l’apatia strategica dell’Occidente e il caos politico dell’Afghanistan post 11 settembre, condanna a chiare lettere l’incapacità della coalizione a guida statunitense di definire un chiaro obiettivo per la sua presenza nel Paese centro-asiatico. Il coronavirus non fa altro che confermare quanto sottolineato da Breccia: “Presto gli afghani affronteranno da soli la lotta per il futuro del loro Paese, anche se un ruolo decisivo lo giocheranno come sempre le potenze vicine, dal Pakistan all’Iran alla Cina, pronte a finanziare e sostenere le fazioni che si combattono sul campo”. Ora come ora, ha fatto notare l’autore in una recente intervista, “il rischio principale per gli afghani è il riaccendersi di una nuova fase della guerra civile, mai del tutto cessata; mentre per noi, per l’Occidente, è una clamorosa perdita di prestigio e credibilità a livello globale”. Il Covid-19 aggiunge un “cigno nero” imprevedibile per il Paese più sconvolto dell’Asia centrale: ancor prima di esplodere come emergenza sanitaria (sperando che ciò non accada mai realmente) il coronavirus sta fungendo da catalizzatore di una contrapposizione politica e militare sempre più infuocata. In cui tutti gli afghani escono perdenti.

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