Ankara ha smentito categoricamente un suo coinvolgimento nello scontro aereo che, secondo quanto denunciato da fonti armene, si è consumato nei cieli del Nagorno-Karabakh. Conclusosi con l’abbattimento da parte di un F-16 turco di un jet militare Su-25 armeno, e la morte del pilota che non ha trovato scampo dai missili aria-aria lanciati in quello che potremmo definire un “duello impari”. Se tuttavia questa perdita venisse confermata, ci troveremmo davanti all’ennesimo abbattimento da parte dall’aeronautica turca – la Türk Hava Kuvvetleridi – di un aereo da guerra straniero. Dimostrandoci ancora una volta come quella di Ankara possa essere considerata a tutti gli effetti “la forza area più aggressiva dei cieli”.

Caduti nel mirino delle “vipere” turche

Le “vipere” di Recep Tayyip Erdogan, così sono soprannominati gli F-16 Fighting Falcon da chi li guida in combattimento, continuano a prendere parte ad azioni offensive negli spazi aerei di numerose regioni del mondo; e ad abbattere, secondo regole d’ingaggio più o meno giustificabili, velivoli di potenze straniere nei confronti delle quali non sono state espresse formali dichiarazioni di guerra. Quello del Sukhoi Su-25 “Froogfot” armeno, abbattuto secondo quanto riportato dal Ministero della Difesa armeno da un F-16 turco “proveniente dal territorio azero”, ed entrato nello “spazio aereo armeno” dove si sarebbe consumato lo scontro, è solo l’ultimo di una lista di velivoli caduti sotto i missili aria-aria lanciati dai jet di Ankara. Fedele alleata dell’Azerbaigian.

Il primo caso infatti – forse il più eclatante – risale al 2015. Quando fu Mosca, impegnata nell’intervento militare in supporto di Bashar al Assad nel teatro della guerra civile siriana, ad incontrare la “risolutezza indiscriminata dei caccia di Ankara”; che abbatterono un cacciabombardiere Sukhoi Su-24 “Fencer” delle forze aerospaziali russi. Il Fencer, secondo la versione turca, era colpevole di uno sconfinamento nello spazio aereo di Ankara mentre era impegnato ad attaccare un convoglio di ribelli siriani. La versione russa riportava invece il velivolo di ritorno alla base, quando due F-16 turchi aprirono il fuoco abbattendolo indiscriminatamente. In quell’occasione entrambi i piloti riuscirono ad eiettarsi, ma uno dei due perse la vita dopo essere stato catturato dai ribelli siriani. Fu la prima volta dal 1952 che un areo da guerra della Nato abbatteva consapevolmente un velivolo russo.

Un secondo caso di abbattimento dei risolutissimi F-16 turchi, si è riscontrato nel 2019. Quando nel mirino dei missili aria-aria dei caccia turchi sono finiti i jet di Assad. In quell’occasione fu un Albatros L-39 delle forze governative di Damasco ad essere abbattuto dagli F-16 di Ankara; che aprirono il fuoco “a distanza” – ossia nello spazio aereo turco – per evitare che il jet siriano potesse sganciare le sue bombe sulle posizioni dei ribelli che combattevano nel nord della Siria. Non ci fu scampo per il pilota.

Il pericolo di un’escalation

Benché secondo il portavoce del presidente turcoErdogan, “l’affermazione secondo cui la Turchia ha abbattuto un caccia armeno è assolutamente falsa”, il dubbio, data la condotta precedente è lecito. Lasciando dietro l’angolo il rischio di un’ escalation nella regione del Nagorno-Karabakh. Dato che il governo di Yerevan, supportato da Mosca, ha già lanciato un ultimatum, annunciando di essere pronta ad impiegare i missili Iskander nel caso che i caccia di Ankara prendessero nuovamente parte all’azione – fosse in supporto delle truppe azere, o per operazioni offensive nei confronti della forza aerea armena.

Uno scontro imprevedibile

Non potendo ignorare la propensione dei caccia di Ankara a “premere il grilletto” posto sotto la cloche per spazzare via al manifestarsi della minima ostilità i velivoli avversari. Lasciandoci per questo annoverare la Turkish Air Force – una componente aerea della Nato, che vola su velivoli forniti dal Stati Uniti – come una tra le più aggressive forze aeree che attualmente solcano i cieli. La preoccupazione non può che ricade sul teatro dell’Egeo; dove recentemente i caccia di Atene si sono trovati a dover “cacciare fuori” dal proprio spazio aereo gli F-16 inviati da Ankara. Non va dimenticato, infatti, che durante le fasi più concitate della “Disputa dell’Egeo” tra Grecia e Turchia, furono frequenti gli scontri tra le formazioni di caccia. Tra incidenti, duelli e manovre aggressive, furono almeno cinque gli F-16 di entrambe le parti a finire distrutti o abbattuti. A questi si sommarono un F-4 “Phantom” turco e un Mirage F1 greco.

Sarebbe quindi estremamente inquietante, e minerebbe oltre modo l’integrità della Nato a livello internazionale, se due due suoi membri si ritrovassero in questo delicata fase per gli equilibri mondiali, a scontrarsi nuovamente nei cieli. E se un caccia greco, magari proprio i nuovi Dassault Rafele che Atene ha commissionato alla Francia, finisse preda dell’irruenza dei jet di Ankara. O viceversa.

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