Sono stati i russi: l’asserito attentato al velivolo della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e l’omicidio di un politico ucraino hanno trovato immediata risposta: Putin! Ormai dismesso il detto “piove, governo ladro”, va di moda “piove, sono stati i russi”. Inutile anche motivare tale responsabilità talmente è ovvia.
Come nel caso del sabotaggio del North Stream, “ovviamente sono stati i russi” commentò subito Lucia Annunziata nel corso della sua trasmissione. Ciò nulla importando che non c’era nessun motivo perché i russi dovessero bombardare la propria infrastruttura che tanto gli rendeva e che, se davvero avessero voluto non rifornire più la Germania, avrebbero potuto semplicemente chiudere il rubinetto, operazione meno complessa e meno costosa.
Ovviamente l’Annunziata fu solo una delle tante voci autorevoli a dare questa ovvia spiegazione, un vero coro internazionale, poi smentito. Così ora il caso dell’aereo della Von der Leyen, che i russi avrebbero voluto tirare giù disturbando il GPS.
En passant si può notare che, come è accaduto per tutti gli attentati politici attribuiti ai russi, come al solito, la vittima è scampata. La lista di attentati falliti dai russi è lunga, ci limitiamo agli ultimi, dall’avvelenamento di Skripal a quello di Navalny, entrambi scampati al veleno russo…
Se citiamo Navalny è anche per una necessaria digressione. Anche la sua morte fu attribuita ai russi che, nel febbraio del 2024, l’avrebbero ucciso nel carcere nel quale fu destinato dopo il suo ritorno in patria, successivo alla magica guarigione dovuta alle cure ricevute in un ospedale germanico (al quale fu inviato con il placet dell’avvelenatore Putin…).
La versione più gettonata sulla sua morte, lanciata dal Times di Londra, fu che il dissidente era stato ucciso con “un pugno al cuore”, tecnica del KGB tanto segreta quanto folcloristica.
Peccato che, tempo dopo, e dopo che la fola era diventata dogma, prima l’intelligence ucraina e poi l’intelligence americana furono costrette a dire al mondo che il decesso di Navalny era stato naturale; smentita che, al solito, fu riportata sottotono.
Mentre del tutto insabbiata resta la notizia che i russi stavano per liberare Navalny in un accordo con gli Stati Uniti e con l’entourage del dissidente, iniziativa che avrebbe aperto la via alla distensione oggi perseguita da Trump.
Alla vicenda abbiamo dedicato diverse note al tempo, ci torniamo perché il Wall Street Journal ne ha scritto nuovamente in concomitanza con il vertice in Alaska tra Trump e Putin, raccontando come l’amministrazione Biden fosse stata lenta nell’accogliere le sollecitazioni dell’entourage di Navalny che stava trattando con Mosca. Una lentezza risultata probabilmente fatale al dissidente.
Insomma, la propaganda vince sulla realtà. Ciò vale anche nel caso dell’asserito incidente aereo della von der Leyen, della quale a Putin non potrebbe importare di meno, dal momento che sa perfettamente che lei è solo una portavoce del potere l’ha esaltata.
Peraltro, Putin aveva ben altro da fare, dal momento che era ospite di Xi Jinping per il summit della SCO, che ha mostrato un futuro più che possibile per il mondo, con Russia, Cina e India – che i dazi trumpiani hanno allontanato dall’Occidente – e tanti altri Paesi che hanno compiuto un ulteriore passo verso il multilateralismo.
Ed è forse anche per oscurare quell’evento, oltre che per gettare fango su Putin, che si è ricorsi a questa drammatizzazione. Peraltro, da alcuni giorni circola voce che la von der Leyen starebbe per essere estromessa dal suo scranno col sistema del promoveatur ut amoveatur: destinazione la presidenza teutonica, carica onorifica ma di scarsa influenza. Voci senza fondamento, ma che qualcuno ha fatto trapelare: segno di una manovra reale in essere.
Manovra della quale di certo non era all’oscuro la Russia, che parla con l’amministrazione Trump ogni giorno – così Steve Witkoff – che vede nella von der Leyen una stolida forza ostativa alla distensione ucraina.
La consapevolezza di tale manovra rende ancora più improbabile la mano russa nell’asserito attentato, dal momento avrebbe preso di mira una figura traseunte. Inoltre, se fallito, l’attentato l’avrebbe rafforzata… Al netto di tali considerazioni, l’attentato non c’è stato: per i dettagli rimandiamo a un articolo di Vivaldelli su InsideOver.
Così veniamo all’omicidio dell’ucraino Andriy Parubiy di alcuni giorni fa, anch’esso attribuito ai russi. Organizzatore di Maidan, una foto lo immortala con i cecchini che in quella piazza fecero strage di manifestanti e polizia, eccidio attribuito al governo e che ha innescato il golpe (i magistrati ucraini accertarono che fu di matrice anti-governativa, ma anni dopo).
Figura di spicco del neofascismo ucraino, fu accusato dell’incendio che fece strage di oppositori a Odessa – che la Corte di Strasburgo ha riconosciuto come doloso – ed è stato presidente del Parlamento. Da due anni defilato, era rimasto attivo nel partito dall’ex presidente Petro Poroshenko, che ha subito accusato la Russia dell’omicidio.
Accusa ribadita dall’intelligence ucraina, secondo la quale il killer aveva confessato che i russi l’avrebbero ricattato offrendogli di poter rivedere il corpo del figlio, ucciso in guerra. Accusa invero diafana, poi clamorosamente smentita dall’assassino, che ha confessato di aver agito in proprio per vendicare il figlio, mandato a morire al fronte.
Resta, però, la suggestione che il killer abbia agito per altri inconfessabili motivi. Un regolamento di conti, l’eliminazione di uno scomodo testimone di retroscena indicibili su Maidan. Su Strana, la versione più suggestiva: “Andriy sapeva bene come organizzare Maidan”, hanno detto alcuni suoi collaboratori “insinuando che l’omicidio potrebbe essere collegato alle aspettative di imminenti sconvolgimenti politici nel Paese”. Prospettiva non aleatoria dati i rovesci della guerra e il declino del sostegno internazionale.
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