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La Francia ha informazioni secondo cui jihadisti siriani stanno partecipando alle ostilità nel Nagorno-Karabakh. Lo ha annunciato il presidente Emmanuel Macron prima dell’inizio del vertice Ue di giovedì 1 ottobre.

“Voglio anche affermarlo chiaramente: oggi abbiamo informazioni che indicano con certezza che militanti dei gruppi jihadisti sono usciti dal teatro siriano per unirsi alle operazioni in Karabakh” ha affermato il presidente francese. Macron lascia intendere anche che ci sia una certa forma collusione da parte della Turchia quando afferma che “300 militanti siriani sono stati dispiegati a Baku attraverso la città turca di Gaziantep. Questi militanti sono stati identificati e provengono da un gruppo jihadista che opera nell’area di Aleppo”. Il premier ha successivamente sottolineato che scambierà tutte le informazioni sulla situazione coi presidenti di Russia e Stati Uniti.

“Altri contingenti sono in preparazione, più o meno della stessa dimensione”, ha anche aggiunto ed “è responsabilità della Francia chiedere spiegazioni” ad Ankara e “invito la Nato a guardare al comportamento di un Paese” che fa parte dell’Alleanza Atlantica. Parole che suonano come un pesante j’accuse verso la Turchia.

Parallelamente alle dichiarazioni del presidente francese, sempre nella giornata di ieri, i presidenti di Russia, Stati Uniti insieme ai delegati del Gruppo di Minsk dell’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), hanno invitato le parti in causa a porre fine alle ostilità, ad avviare negoziati senza precondizioni e hanno condannato fermamente l’escalation.

L’invito non è stato digerito dalla Turchia, che tramite il suo ministro della Difesa Hulusi Akar, ha fatto sapere che “gli appelli all’armistizio di coloro che per anni non sono stati in grado di trovare una soluzione alla giusta richiesta dell’Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh sono tanto poco convincenti quanto insinceri”.

La notizia del coinvolgimento di jihadisti siriani è stata subito sfruttata dal governo di Erevan. Il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, durante una conversazione telefonica con il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente degli Stati Uniti Robert O’Brien, ha affermato la necessità di espellere i mercenari siriani dalla zona di conflitto nel Karabakh.

La Russia intanto muove la diplomazia per cercare di estromettere la Turchia e l’Iran dal ruolo di mediatore del conflitto. Il ministero degli Esteri russo Sergei Lavrov ha infatti discusso con il suo omologo turco Mevlut Cavusoglu dell’escalation nella regione sottolineando l’inammissibilità del coinvolgimento di militanti di altre regioni nel conflitto. Entrambe le parti hanno anche espresso la loro disponibilità a coordinare da vicino le azioni di Russia e Turchia per stabilizzare la situazione.

Mosca teme infatti che Ankara possa sostituirsi quale pacificatore scalzandola da un ruolo che è vitale per gli interessi russi: l’Azerbaigian, oltre ad avere importanti riserve di idrocarburi, è un alleato regionale che serve alla Russia per controllare proprio l’estremismo islamico nella regione del Daghestan, sebbene i sentimenti popolari russi siano più vicini alle sorti dell’Armenia. Erevan però, ha un grosso svantaggio che è rappresentato proprio dal primo ministro Pashinyan, considerato un “agente occidentale” per via delle sue posizioni non allineate con quelle di Mosca, ma nonostante questo i legami tra le due nazioni restano stabili, anche grazie alle forniture militari che, a differenza dell’Azerbaigian, sono esclusivamente russe.

La presenza di jihadisti, però, potrebbe mutare questo fragile equilibrio. Il Cremlino potrebbe paventare una riedizione dello scenario siriano, o forse, ancora peggio, una nuova Cecenia, e decidere pertanto di rompere gli indugi e schierarsi dalla parte di Erevan sostenendola direttamente con l’invio di truppe, magari utilizzando ancora una volta gli “omini verdi” e i contractor del Gruppo Wagner che si sono visti in Crimea nel 2014, poi nella stessa Siria, in Libia, Sudan e perfino in Bielorussia.

D’altro canto la notizia della presenza di militanti dell’estremismo islamico nel Nagorno-Karabakh potrebbe non essere confermata, e rivelarsi un tentativo dell’Eliseo di mettere all’angolo la Turchia, diventata il rivale principale di Parigi nell’area del Mediterraneo e del Medio Oriente, contando proprio sull’intervento russo.

Quello che è certo è che la Turchia ha solo da guadagnarci se una simile eventualità fosse confermata: Ankara potrebbe utilizzare la sua influenza per eliminare la presenza jihadista, utilizzata sapientemente a comando, e mostrarsi al mondo, ma soprattutto a quello mediorientale, come il mediatore di riferimento al posto di altre potenze regionali o globali. Un prestigio che il presidente Recep Tayyip Erdogan potrebbe pagare, però, a caro prezzo se Mosca, ma anche Washington, decidessero di scendere in campo e porre termine alle velleità imperiali del “sultano”.